[Recensione di “The closeness” di Riccardo Kunkar – a cura di Ciro Di Bello]
So benissimo che lei non sarà capace di curare le mie ferite, ma può farmi dimenticare di averle. Perché quando sono con lei, è come se fossimo in un’altra dimensione.
Immagine creata con strumenti di intelligenza artificiale, frutto di una mia personale interpretazione visiva del libro
Quest’anno le mie letture sono iniziate con libri piuttosto impegnativi, come Anima Mundi di Susanna Tamaro e Il libraio di Gaza di Rachid Benzine. Due testi intensi, che richiedono attenzione, partecipazione e anche una certa disposizione d’animo. Dopo queste letture, a un certo punto ho sentito il bisogno di qualcosa di più leggero: non necessariamente superficiale, ma capace di scorrere con maggiore semplicità. Così mi sono imbattuto quasi per caso in questo libro, in versione ebook, scritto da un autore emergente. Il suggerimento mi è arrivato tramite un’app di lettura — che non nominerò, perché lo scopo di questa recensione non è certo farle pubblicità — ma piuttosto raccontare questo libro: di cosa parla, quali impressioni mi ha lasciato e perché, nel bene o nel male, mi ha un po’ incuriosito.
Di cosa parla il libro
La storia segue Blake, un ragazzo americano di sedici anni che vive con la madre e le sorelle dopo il divorzio dei genitori, avvenuto quando lui era ancora piccolo. Questo evento ha lasciato in lui una ferita che, nel corso della vicenda, continua a influenzare il suo modo di vivere le relazioni e le amicizie. Blake ha una migliore amica, Vic, che però è fidanzata con Diego. Il ragazzo non vede di buon occhio il loro rapporto e, con il tempo, riesce a convincere Vic a interrompere l’amicizia con Blake. Questo episodio segna profondamente il protagonista, che, preso dallo sconforto, decide di parlarne con la sua psicologa. Proprio nella sala d’attesa dello studio avviene un incontro destinato a cambiare molte cose: Blake incontra Dan, che diventerà presto il suo migliore amico e un vero punto di riferimento. Dan lo coinvolge nella sua vita e lo introduce alla sua comitiva, dove Blake incontra Maggie, una ragazza con cui inizierà una relazione. La trama si sviluppa attraverso una serie di episodi e riflessioni tipiche dell’età adolescenziale. Blake si muove all’interno di un contesto scolastico molto competitivo, tipico della società americana, dove amicizie, rivalità e dinamiche di gruppo hanno un peso enorme. Se da un lato il ragazzo sembra circondato da molti amici, dall’altro deve fare i conti anche con diversi antagonismi che finiranno per metterlo in difficoltà. Nel corso della storia emergono così le sue fragilità più profonde: la paura della solitudine, il timore dell’abbandono e il bisogno di sentirsi accettato. Paure che, in fondo, sembrano affondare le radici proprio nel trauma dell’infanzia legato all’abbandono del padre.
Considerazioni personali
La trama nel complesso l’ho apprezzata. Tuttavia il libro si discosta abbastanza dalle letture più impegnative che ho affrontato di recente e, alla fine, mi ha lasciato una sensazione un po’ difficile da definire, quasi un leggero “vuoto”. Forse l’ho letto nel momento sbagliato, oppure la leggerezza che cercavo si è rivelata, in questo caso, persino eccessiva. Per onestà devo dire che è una storia che, una volta chiusa l’ultima pagina, mi ha lasciato poche tracce. Nonostante questo, mi sono ritrovato molto nel protagonista. In lui ho riconosciuto valori e fragilità che mi sono sembrati familiari e, in un certo senso, ho avuto l’impressione di intravedere qualcosa di simile anche nella sensibilità dell’autore. Proprio per questo motivo mi sento di apprezzare l’impegno che c’è dietro il romanzo. Pur aspettandomi qualcosa di più, non posso certo definirlo uno dei libri peggiori che abbia letto: contiene infatti alcuni elementi interessanti che, a mio avviso, avrebbero potuto essere sviluppati maggiormente. Ma ogni autore ha il proprio stile e il proprio modo di raccontare. Nel complesso la trama resta coinvolgente e, fortunatamente, meno prevedibile di quanto mi aspettassi. Il linguaggio è semplice e accessibile, qualità che rende il libro facilmente fruibile anche da un pubblico molto ampio. Nel mio giudizio finale, quindi, si tratta di una lettura che merita comunque una sufficienza.
[Recensione di “Il libraio di Gaza” di Rachid Benzine – a cura di Ciro Di Bello]
«Le parole dei libri lacerano tutti i silenzi. Si impongono. Il lettore è un prigioniero consenziente, aggrappato all’illusione che a ogni pagina che volterà sarà più libero»
Una delle cose che amo di più dei libri è la loro capacità di farti viaggiare con la mente, anche verso luoghi che oggi sarebbe sconsigliato o impossibile visitare. Gli occhi lasciano spazio all’immaginazione, guidata dalle parole degli autori, e la scrittura — che sia su carta o su uno schermo — diventa il mezzo di trasporto verso mondi che abbiamo sempre sentito lontani, ma mai del tutto estranei. Prima di entrare nel merito del libro di cui vi parlerò qui sento il bisogno di chiarire un punto: questa è una recensione letteraria. Parlerò di un romanzo, di una storia narrata che utilizza Gaza come spazio simbolico e morale, non come oggetto di analisi politica o di cronaca. Le vicende storiche e le responsabilità legate ai fatti che sono avvenuti e purtroppo stanno ancora avvenendo in quei territori esulano dalle intenzioni di questo scritto. Lo spazio qui presente è, e vuole rimanere, un luogo dedicato ai libri e alla letteratura: a ciò che le storie sanno dirci sull’essere umano, non a ciò che divide o schiera. La politica, con le sue complessità e le sue risposte, appartiene ad altri contesti e ad altre voci.
Di cosa parla il libro
Julien è un francese che lavora come fotografo per importanti testate giornalistiche del suo Paese. Aggirandosi tra i quartieri di Gaza, si imbatte in un anziano libraio seduto davanti alla sua bottega. A colpirlo è soprattutto il modo in cui i libri sono disposti; incuriosito, chiede all’uomo di poterlo fotografare. Il libraio inizialmente rifiuta, ma con gentilezza e apertura lo invita a bere un tè. Non si tratta di un rifiuto netto: prima, vuole conoscere chi desidera ritrarlo, perché, a suo dire, «Un ritratto fotografico [riesce] meglio se si conosce ciò che è nascosto». Da qui prende avvio il racconto della sua vita. Attraverso la voce del libraio, Rachid Benzine accompagna il lettore nella storia tormentata di quei luoghi, dalla Seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri. Nabil, questo il suo nome, racconta a Julien il proprio percorso: l’esodo forzato con i genitori da Balad al-Shaykh al campo di Jabaliya, l’uccisione del fratello Moussa, gli studi e la laurea in Egitto, l’amore per la moglie Hiam, la morte del figlio durante la prima Intifada e infine il carcere, prima di aprire la sua libreria. Durante tutte queste peripezie, spronato dalle parole di Moussa in punto di morte, Nabil comprende il potere della conoscenza e dello studio, scegliendo di farne la propria ragione di vita. Non è un caso che apre una libreria: un luogo in cui offrire agli altri un nutrimento spesso sottovalutato, quello della conoscenza. Riuscirà Julien a scattare la fotografia tanto desiderata?
Considerazioni personali
Recensire un libro come Il libraio di Gaza non è semplice, soprattutto alla luce degli eventi storici più recenti. Proprio per questo, però, la sfida mi ha stimolato: mi ha permesso di esplorare mondi che ho sempre percepito come lontani e che, lo ammetto, in parte avevo anche sottovalutato. Questo romanzo mi ha offerto l’occasione di approfondire alcune vicende storiche, restituendomi un quadro più ampio e complesso di una realtà che appare spesso difficile da comprendere. Mi astengo dall’esprimere posizioni ideologiche sulle tensioni geopolitiche di quell’area, ma non posso nascondere la mia sintonia con il protagonista sul valore della conoscenza. È questo, in fondo, il filo conduttore del libro: i libri e il sapere rendono le persone ricche e, soprattutto, libere, molto più del denaro o dell’appartenenza a una nazionalità, un’etnia o una religione. Una ricchezza che non è immediatamente visibile, ma che si manifesta nella profondità di un umile libraio che racconta la propria vita con semplicità, tra un tè e una conversazione informale. Può sembrare controintuitivo, ma è proprio questa profondità, unita all’umiltà, a rendere davvero libera una persona. È in questo senso che le parole pronunciate in punto di morte da Moussa, fratello di Nabil, acquistano un valore universale: «Leggi. Leggi tanto da impazzire. Ma leggi, fratellino, leggi».
[Recensione di “Anima Mundi” di Susanna Tamaro – a cura di Ciro Di Bello]
«Allora ci sono due modi per uscire dalla mediocrità. Una è l’arte e l’altra è l’azione. Sono legate tra loro ma l’azione è superiore all’arte perché non implica alcun tipo di coinvolgimento»
Immagine creata con strumenti di intelligenza artificiale, frutto di una mia interpretazione visiva del libro
Ci sono periodi dell’anno in cui tutto sembra farsi più denso, più faticoso. Momenti in cui le pressioni non arrivano solo dall’esterno, ma nascono soprattutto dentro di noi. È allora che iniziano le domande più dure: interrogazioni silenziose, spesso spietate, che ci trasformano nei giudici più severi di noi stessi. Ci sentiamo persi, disorientati, incapaci di riconoscerci. È in uno di questi momenti che ho sentito il bisogno di leggere Anima Mundi. Il protagonista del romanzo attraversa una crisi simile: una frattura interiore che non riguarda solo ciò che gli accade, ma il modo in cui guarda se stesso e il mondo. Ed è forse per questo che la sua storia continua a parlare con forza anche oggi. Scritto quasi trent’anni fa, Anima Mundi conserva un messaggio sorprendentemente attuale, affidato alla voce di Susanna Tamaro, una delle scrittrici italiane più capaci di raccontare il disagio, la fragilità e la ricerca di senso senza compiacimenti né scorciatoie.
Di cosa parla il libro
Anima Mundi racconta la storia di Walter, un giovane alle prese con una profonda crisi identitaria e affettiva. Cresciuto in un contesto familiare segnato da un padre autoritario e alcolizzato e da una madre emotivamente distante, Walter si ribella e fugge di casa, trovando accoglienza in una comunità educativa per ragazzi problematici. Qui conosce Andrea, figura carismatica e inquieta che diventa per lui un amico e una guida, spingendolo a credere nelle proprie capacità e a trasferirsi a Roma per inseguire il sogno della scrittura. Nella capitale, tuttavia, Walter si scontra con una realtà ben diversa dalle aspettative: il mondo editoriale appare chiuso e illusorio, e anche la relazione sentimentale con Orsa, una donna sposata, si rivela dolorosa e priva di sbocchi. Richiamato improvvisamente nel suo paese natale in Friuli per la morte imminente del padre, Walter affronta il ritorno alle proprie origini e una tardiva riconciliazione, segnata dalle scuse finali del genitore. Poco dopo, una lettera dell’amico Andrea lo conduce in un convento semiabbandonato nei pressi di Postumia, in Slovenia. Qui Walter scopre che Andrea è morto e che negli ultimi giorni aveva vissuto accanto a suor Irene, una religiosa semplice e concreta, lontana da ogni spiritualismo idealizzato. Attraverso il confronto con lei, Walter è costretto a rivedere le proprie aspettative sulla vita, sull’amore e sul senso della ricerca interiore. Il romanzo è strutturato in tre sezioni – Fuoco, Terra e Vento – che scandiscono le tappe del percorso del protagonista: l’iniziazione e la rottura con il passato, la disillusione, e infine una ricerca più autentica e pacificata, non risolutiva ma consapevole.
Considerazioni personali
La mia storia con questo libro ha qualcosa di singolare: l’ho ricevuto per caso, durante un bookmob, e l’ho letto solo anni dopo, in un momento particolarmente delicato della mia vita. Col senno di poi, non poteva capitare occasione migliore. Ci sono libri che restano a lungo sugli scaffali, silenziosi, come se aspettassero il momento giusto. Non li scegliamo subito, e forse non li capiremmo nemmeno se li leggessimo prima. Quando arrivano, però, sembrano parlare esattamente al punto in cui siamo. Ed è anche questa, forse, una delle magie che rendono così speciale il raccontare libri: condividere incontri, più che giudizi. Ogni lettura, come ogni viaggio, apre uno spazio nuovo, mette in movimento qualcosa, lascia un segno diverso. Anima Mundi è stato uno di quei libri capaci di ricordarmelo con forza. Mi sono riconosciuto profondamente in Walter: nel suo interrogarsi continuo, nella sua ricerca di senso, nel bisogno di scrivere per affermare se stesso e trovare una direzione. È una tensione che sento mia, oggi più che mai. È vero, in alcuni passaggi il romanzo può risultare impegnativo: i dialoghi dal forte contenuto filosofico richiedono attenzione e non sono sempre immediati. Ma è un prezzo più che giusto da pagare. Per quanto mi riguarda, Anima Mundi resta un grande romanzo della letteratura contemporanea italiana, uno di quei libri che non offrono risposte facili, ma pongono domande necessarie. E che, almeno una volta nella vita, meritano di essere letti.
[Recensione di “Chernobyl, la vita oltre il silenzio” di Gennaro Barra – a cura di Ciro Di Bello]
«Papà, stai vedendo quanta desolazione c’è qui? È peggio della guerra! Almeno dopo la guerra si può ricostruire, continuare a vivere, qui non si può far più nulla, c’è solo il silenzio di un luogo morto e sarà così ancora per molti secoli!» «È vero cara Olga, figlia mia, tutto ciò è molto triste, ma la vita va oltre questo silenzio, la vegetazione che sta nascendo qui ne è la prova in quanto anche in questa terra contaminata la natura sta risorgendo.»
Immagine creata con strumenti di intelligenza artificiale, frutto di una mia interpretazione visiva del libro
Sì, lo so: ultimamente mi sto buttando spesso sui romanzi storici. È una mia debolezza, lo ammetto, ma la storia mi ha sempre catturato, soprattutto quando tocca vicende che sento vicino alla pelle. Chernobyl è una di queste. Anni fa guardai anche la serie su Netflix, ma il rapporto tra l’uomo e l’energia – prodotta, sfruttata, spesso abusata – è un tema che mi ha sempre fatto riflettere. La vicenda di Chernobyl, poi, va oltre il semplice disastro: è uno di quei momenti in cui l’uomo si ritrova davanti allo specchio, costretto a fare i conti con la propria capacità di autodistruzione. Questo romanzo, però, non racconta il “durante” come la serie più famosa: qui si entra nel “dopo”, nelle conseguenze umane e morali che seguono l’esplosione. Ho comprato questo libro a “Napoli Città Libro” nel 2024. Tra gli stand, nella splendida cornice della Stazione Marittima accanto al Molo Beverello, mi ritrovai davanti questo romanzo scritto da un ingegnere navale puteolano. L’ho portato a casa senza pensarci troppo e solo di recente ho deciso di leggerlo.
Di cosa parla il libro
Irina è sposata con Vladimir, tecnico della centrale nucleare di Chernobyl. Nel 1981 si trasferiscono a Pryp”jat’ attirati dalle grandi opportunità che la città offriva. Con loro c’è la piccola Olga, che il 26 aprile 1986 festeggia il suo quarto compleanno. Proprio quella notte Vladimir è di turno al reattore numero 4 e, dopo l’esplosione, viene travolto dalle radiazioni e ricoverato in ospedale. Irina e Olga, nell’attesa angosciosa di avere notizie di lui, vengono costrette a evacuare come tutti gli abitanti di Pryp”jat’ e si trasferiscono a Kiev dai genitori di Irina: Oksana, Viktor e il fratello Sergej. L’infanzia di Olga si spezza lì: pochi giorni dopo, Vladimir muore a causa dell’esposizione alle radiazioni. Irina continua a monitorare la salute sua e di sua figlia tramite controlli costanti, ed è in ospedale che conosce Michele, un medico italiano che inizia a nutrire un sincero sentimento per lei. Entra gradualmente nelle loro vite, si affeziona a Olga e la coinvolge nei programmi di ospitalità per i “bambini di Chernobyl”, permettendole di trascorrere alcuni periodi in Italia. Partecipa ai suoi compleanni, segue i suoi progressi clinici e diventa una presenza stabile. Irina lo apprezza, ma inizialmente è trattenuta dal lutto per Vladimir e dal timore che le differenze culturali possano creare problemi. Sarà la madre Oksana a incoraggiarla a dargli una possibilità. Quando l’Ucraina entra in una fase di inflazione e profonda crisi economica dopo l’indipendenza dall’URSS, Michele convince Irina a trasferirsi con Olga a Firenze. Per Irina l’impatto è difficile: Michele proviene da una famiglia benestante guidata da un padre autoritario e da una sorella, Luisa, diffidente e ostile. Luisa la considera un’approfittatrice, alimentando in Irina imbarazzo, insicurezza e fatica nell’integrarsi, soprattutto perché non conosce l’italiano. Michele però non dà peso alle critiche e cerca di sostenerla. Le trova un’attività di volontariato presso un orfanotrofio religioso, dove Irina e Olga vengono accolte con calore e coinvolte in varie iniziative. Qui Olga stringe amicizia con Lejla, una bambina bosniaca molto timida: fra loro nasce un legame profondo. A scuola, un giorno, Olga sente parlare di energia nucleare. Quei temi, legati anche ai suoi ricordi più dolorosi, iniziano a catturarla. Irina ne è terrorizzata: ha già perso un marito per colpa del nucleare e teme di rivivere la stessa angoscia. Ma Olga è determinata. Dopo un periodo complicato alle scuole superiori, decide di iscriversi a fisica nucleare all’università, con il sogno di diventare scienziata. Riuscirà nel suo intento?
Considerazioni personali
Se devo essere sincero per me questo libro ha un potenziale enorme che però non sempre riesce a emergere del tutto. La trama mi è piaciuta molto — non è un caso che in questa recensione ho scelto di soffermarmi a lungo su di essa — ma durante la lettura ho incontrato diversi ostacoli legati allo stile: errori grammaticali, punteggiatura imprecisa e periodi molto lunghi che, in alcuni momenti, hanno reso la lettura più faticosa del previsto. Anche la struttura dei capitoli mi è sembrata poco equilibrata: i primi sono brevi (circa cinque pagine), mentre i successivi diventano improvvisamente molto più lunghi, spesso oltre le venti pagine. Questo sbalzo di ritmo mi ha un po’ disorientato e mi ha reso più difficile seguire il filo narrativo. L’autore sceglie inoltre di parlare poco del disastro in sé, concentrandosi soprattutto sul “dopo”. È una scelta legittima, ma può spiazzare chi si aspetta un racconto più incentrato sugli eventi del 1986. Capisco comunque l’emozione e la sfida del primo romanzo, e proprio per questo credo che il progetto meritasse un lavoro più accurato. Detto ciò, il libro mi ha fatto riflettere su temi importanti: il rapporto tra uomo e natura, l’inclusione, l’impatto dell’azione umana sull’ambiente e i rischi legati all’energia nucleare. Mentre lo leggevo ho sentito il bisogno di approfondire la vicenda di Chernobyl con documentari e materiali online, e questo per me è sempre un buon segno. Per tutti questi motivi, pur con le sue imperfezioni, ritengo che questo libro meriti comunque una possibilità.
[Recensione di “La corona del potere” di Matteo Strukul – a cura di Ciro Di Bello]
Napoli non va dominata ma va sedotta. Come una donna bellissima
Immagine creata con strumenti di intelligenza artificiale, frutto di una mia interpretazione visiva del libro
Salve a tutt3 in questo periodo a cavallo tra l’estate e l’autunno ho sentito il bisogno di tornare a una lettura che mi facesse stare bene. Così ho ripreso in mano uno degli autori che più mi appassionano: Matteo Strukul. Ho sempre ammirato la sua capacità di rendere viva la Storia, di farne qualcosa di concreto e vicino, mai polveroso o distante. Per me i romanzi storici sono un rifugio. Li leggo senza fatica, come si ascolta un racconto davanti al fuoco: leggeri e piacevoli, ma capaci di lasciarti dentro molto più di quanto sembri. In questo senso Strukul ha una scrittura che mi cattura sempre: diretta, intensa, attenta ai dettagli, ma mai pesante. Ogni volta che apro un suo libro ho la sensazione di ritrovare un mondo che conosco già, fatto di passioni, intrighi e umanità, raccontato con rispetto e ritmo. È anche per questo che continuo a seguirlo, con la stessa curiosità di chi sa che, pagina dopo pagina, qualcosa di lui e della Storia finisce sempre per restare.
Di cosa parla il libro
Durante il pontificato di papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, Roma e la Chiesa diventano il centro di un potere dominato da interessi familiari. Il Papa agisce come un vero capo politico, sostenuto dai figli, Cesare Borgia, ambizioso e spietato condottiero, e Lucrezia, obbligata dal padre e dal fratello a tessere alleanze e matrimoni utili ai loro piani politico. I Borgia mirano a costruire un dominio personale nel cuore dell’Italia, mentre intorno a loro la penisola intera è attraversata da guerre e rivalità. Infatti, nel 1494, il re di Francia, Carlo VIII, attraversa le Alpi con un grande esercito per conquistare il Regno di Napoli sulla base di rivendicazioni di carattere ereditario. L’avanzata francese provoca paura e caos: molti stati italiani si dividono tra chi cerca di opporsi e chi invece tenta di trarre vantaggio dall’invasione. Durante questa campagna si diffonde per la prima volta una strana malattia, nuova per l’epoca, chiamata “male francese” che poi sarà ribatezzata “sifilide”. Questa colpisce soldati e civili e suscita l’interesse di studiosi e medici dell’epoca tra cui anche Leonardo da Vinci. A Firenze, a Piero de Medici, gli viene lasciata una delicata eredità dal padre (Lorenzo il Magnifico) fatta di equilibri interni fragilissimi, che il rampollo mediceo non riesce a gestire. Quando poi alle porte della città si presenta Carlo VIII, Piero concede ai francesi condizioni considerate umilianti dai fiorentini e viene espulso dalla città, favorendo l’ascesa e la presa del potere del frate Girolamo Savonarola che instaurò, nel capoluogo toscano, una fragile repubblica teocratica. A Milano, Ludovico il Moro, dopo aver tolto il potere al nipote, cerca di mantenere il controllo del ducato, ma finisce nel mirino delle nuove mire francesi. Dopo la morte di Carlo VIII, infatti, il trono di Francia passa a Luigi XII, che riprende il progetto di espansione in Italia, questa volta puntando sul capoluogo lombardo. Le sue truppe entrano nella città catturandolo e imprigionandolo in Francia istaurando nel Ducato un nuovo equilibrio fragile e temporaneo. Intanto Venezia osserva con attenzione ogni mossa. Il potere della Serenissima si fonda sulla diplomazia e su una fitta rete di spie, guidata da Antonio Condulmer, maestro nell’arte dell’informazione segreta e della manipolazione politica. Mentre i Borgia crescono sempre di più e rafforzano il loro dominio al centro della penisola, favoriti da un agguerrito Cesare che, dopo essersi spogliato del talare cardinalizio, e dopo essersi sposato con la nobildonna francese Charlotte d’Albret, arriva a conquistare quasi tutta la Romagna. Venezia lavora dietro le quinte per mantenere i propri interessi commerciali e territoriali. Il potere dei Borgia cresce fino alla morte del Papa nel 1503 stravolgendo gli equilibri che sembravano via via sempre più definirsi, portando i protagonisti del romanzo a un destino inaspettato.
Considerazioni personali
Onestamente non è stato il miglior libro di Matteo Strukul che abbia letto. Apprezzo molto il suo stile: capitoli brevi, una scrittura intensa e curata nei dettagli, capace di far vivere al lettore un vero viaggio nel tempo. Questo tipo di romanzi mi stimola sempre ad approfondire temi e personaggi, offrendomi un arricchimento culturale notevole. Tuttavia, in questo caso ho avuto qualche difficoltà a seguire il filo. L’autore, infatti, alterna di continuo luoghi e famiglie (in un capitolo ci troviamo a Firenze, nel successivo a Milano o a Roma) e questo rende più faticoso mantenere la concentrazione sulla trama principale. Forse il problema è anche mio: l’ho letto un capitolo alla volta, e col senno di poi non è stata la scelta migliore. Consiglierei di affrontarne almeno tre per volta, per restare immersi e non perdere il ritmo del racconto. Detto questo, di Strukul continuo ad avere grande stima. Resta tra i miei autori preferiti e spero di poter tornare presto a scrivere recensioni più lusinghiere su qualche altra sua opera.
[Recensione di “Soffi lunari” – a cura di Ciro Di Bello]
Non abbiate pietà dei morti, suggeriva saggiamente un mago. Abbiatela per i vivi!
A volte capita di ricevere un dono raro: l’onore di leggere e valutare le poesie scritte da un’amica. È ciò che mi è successo quest’estate, quando la poetessa Mena Esposito mi ha chiesto di leggere la sua seconda raccolta di poesie e di esprimere un parere sincero, come cerco di fare con ogni libro che mi capita tra le mani. Non nascondo l’emozione: quando un’amica ti affida i suoi versi ti mette davanti a qualcosa di fragile e prezioso, un pezzo di sé, permettendoti di intravedere la profondità della sua anima.
Di cosa parla il libro
Come ho anticipato, si tratta di una raccolta di poesie intitolata “Soffi Lunari” e si può definire un viaggio fatto di pensieri e immagini che nascono dall’anima. Nella prima parte le poesie parlano di normale vita quotidiana, di ricordi che scaldano e feriscono, della natura che domina, consola e fa sentire meno soli. C’è malinconia, ma anche una voglia continua di rinascere, di trovare una luce tra le difficoltà. Nella seconda parte il tema diventa più profondo: si parla di morte, ma, attenzione, non come una condanna bensì come un mistero che fa riflettere e che, in un certo senso, aiuta a capire meglio la vita stessa. È una scrittura che mescola fragilità e forza, tristezza e speranza, con uno stile acuto che mette in risalto piccoli dettagli: un fiore, un ricordo, un pensiero improvviso.
Considerazioni personali
Quando Mena Esposito mi ha chiesto di recensire questa sua raccolta di poesie, le ho fatto la premessa che rivolgo sempre a chi mi sottopone un’opera: una recensione può essere anche negativa. Ma stavolta non me la sono sentita di dare una valutazione, perché credo che la poesia non vada giudicata come un romanzo o un saggio. La poesia parla di sé, dello stato d’animo di chi la scrive, e ridurla a un giudizio positivo o negativo mi sembrerebbe superficiale. Ho letto questi versi in vacanza, seduto sulla spiaggia di Lamezia Terme mentre guardavo il tramonto. Forse in passato mi è capitato di valutare altre raccolte con un metro più “secco”, ma oggi sento di voler andare più a fondo e non rinchiudermi in quella mentalità che ci spinge a catalogare subito ciò che vediamo o sentiamo. Cosa ci si dovrebbe aspettare da un mio voto? Che dica semplicemente che il tema della morte può sembrare pesante? Sarebbe riduttivo. Perché se è vero che questo tema attraversa più volte la raccolta, è anche vero che Mena lo affronta con coraggio e con un messaggio che, se accolto fino in fondo, può perfino entusiasmare e suscitare brividi autentici, di quelli che solo una scrittura capace di parlare al cuore sa dare. Mena Esposito ha sentito di esporlo questo tema, di affrontarlo con coraggio e audacia dato che, servendomi delle sue parole: “La morte spaventa l’uomo, non l’animo umano”. La poesia che mi ha particolarmente emozionato è stata “Rifioritura”, anche se tutta la raccolta è un misto di riflessioni, emozioni e immagini vivide, data l’abilità della scrittrice di riuscire, anche solo attraverso poche sillabe, a trascinare il lettore in una sorta di lettura immersiva. Questa volta non me la sento di esprimere un giudizio, posso solo consigliare di leggere “Soffi lunari”, e di lasciarvi andare alle emozioni che vi trasmetterà ogni singolo verso.
[Recensione di “La metamorfosi” di Franz Kafka – a cura di Ciro Di Bello]
“Come poteva essere una bestia se la musica lo affascinava così tanto? Gli pareva di vedere disegnarsi davanti a lui la via verso un cibo desiderato quanto sconosciuto.”
Vi è mai capitato di sentirvi diversi dagli altri? Di percepirvi piccoli, insignificanti, inutili? Franz Kafka, nel 1915, scrisse un libro che racconta proprio queste sensazioni. La metamorfosi è giunto nella mia vita in un momento di forte ridefinizione personale e professionale, in cui il senso di inutilità era (ed è) costante. In situazioni simili, un libro può diventare come uno psicologo: ti accompagna, ti incoraggia, ti offre strumenti per affrontare quei momenti in cui tutto sembra tornare al punto di partenza, in cui il mondo intorno a te cambia forma e tu stesso subisci una trasformazione, senza sapere se ne uscirai farfalla o scarafaggio. Prima di entrare nella trama, voglio raccontare un episodio personale legato a questo libro. Ho iniziato leggendo l’adattamento a fumetti realizzato dal fumettista statunitense Peter Kuper (tradotto da Elena Dardano per Tunué), per poi passare all’ebook dell’opera originale nella traduzione di Arturo Generali. In questo percorso si è concretizzato un processo in cui credo molto: quando una graphic novel stimola alla lettura del testo integrale, dimostra appieno il potenziale di questi strumenti, che spesso vengono ridotti — erroneamente — ai soli manga orientali. Le graphic novel, invece, offrono una gamma molto ampia di approcci narrativi e visivi, capaci anche di rielaborare grandi classici come La metamorfosi. In questa recensione commenterò entrambe le versioni, sottolineando alcune differenze tra la graphic novel e l’opera originale.
Di cosa parla il libro
La trama di La metamorfosi è ormai ben nota: Gregor Samsa, un commesso viaggiatore, si sveglia una mattina trasformato in un enorme insetto. Da quel momento, la sua esistenza viene stravolta. Ciò che colpisce, però, non è solo l’evento assurdo in sé, ma il modo in cui la sua famiglia e la società reagiscono a questa trasformazione. All’inizio è la sorella Grete a prendersi cura di lui, portandogli da mangiare, ma con il tempo il suo atteggiamento cambia, fino ad arrivare a un completo rifiuto del fratello. La madre ha un comportamento ambiguo: da un lato non accetta la nuova condizione di Gregor, dall’altro sembra preoccuparsi sinceramente per lui. Il padre, invece, ha da sempre un rapporto complicato con Gregor. Kafka ci lascia intendere che il rifiuto paterno fosse presente già prima della metamorfosi, nonostante Gregor fosse colui che manteneva l’intera famiglia. Il padre, pur lavorando come impiegato bancario, viene descritto come un uomo pigro e facilmente incline alla violenza, tanto da aggredire fisicamente il figlio più volte all’inizio della storia. In questo aspetto ho colto un elemento autobiografico: Kafka stesso, da quanto sappiamo, ebbe un rapporto difficile e conflittuale con il padre. La metamorfosi di Gregor è una metafora potente dell’esclusione sociale. Non appena perde la sua utilità economica, viene isolato, trattato come un peso, relegato in una stanza. La sua trasformazione fisica simboleggia una condizione che nella società moderna è fin troppo frequente: l’alienazione. Chi non è più in grado di partecipare al sistema produttivo viene percepito come “altro”, come disturbante, e quindi allontanato. Kafka sembra dirci che, quando non sei più funzionale, smetti anche di essere considerato umano. Alla fine, Gregor muore solo, e la sua famiglia — più sollevata che addolorata — inizia subito a immaginare un futuro senza di lui, concentrando le proprie speranze su Grete. Un breve accenno ora alla graphic novel: pur mantenendo la struttura narrativa dell’opera originale, offre una lettura più immediata e visivamente impattante. I disegni in bianco e nero, pur essendo essenziali, restituiscono perfettamente il tono cupo e disturbante del racconto. Kuper riesce a comunicare il disagio esistenziale di Gregor attraverso immagini potenti, che arricchiscono l’esperienza di lettura senza tradire l’intento kafkiano. È stata proprio questa intensità visiva a spingermi a cercare il testo originale.
Considerazioni personali
Con questo libro ho fatto un piccolo esperimento su me stesso. Da tempo credo nel potenziale narrativo ed educativo delle graphic novel, anche se finora mi ero limitato a opere di carattere sociologico. Quando ho trovato l’adattamento de La metamorfosi in libreria, l’ho acquistato d’istinto. Dopo averlo letto, ho sentito il bisogno di approfondire leggendo anche l’opera originale. Ora la domanda è inevitabile: ho preferito il libro o la graphic novel? Da lettore appassionato, con il testo originale ho avuto modo di immaginare liberamente; ma la graphic novel mi ha permesso di visualizzare alcune scene in modo più netto, anche se inevitabilmente più standardizzato. Devo ammettere che aver letto prima la graphic novel ha influenzato le immagini mentali durante la lettura del libro, e non so fino a che punto questo sia stato positivo. Quando si legge un romanzo, infatti, la mente vaga liberamente: sei tu a costruire i volti, le atmosfere, i dettagli. Un’opera visiva in parte ti toglie questa libertà. Eppure, in questo caso, la graphic novel ha svolto una funzione fondamentale: mi ha spinto a (ri)scoprire Kafka. Credo che questo tipo di approccio possa avere un enorme potenziale didattico, e chissà che un giorno qualche insegnante illuminato non decida di usarlo per avvicinare nuovi lettori ai grandi classici della letteratura.
[Recensione di “Il treno dei bambini”, a cura di Ciro Di Bello]
“Amerí, a volte ti ama di più chi ti lascia andare che chi ti trattiene”
Quando è stato il mio onomastico a gennaio ho ricevuto come regalo da mia sorella e i miei nipoti questo bellissimo romanzo che ho appena finito di leggere. Delle volte basta solo vedere la copertina di un libro per emozionarsi ed è quello che mi è successo con questo best seller. Inoltre le storie italiane mi hanno sempre appassionato e quando ho scoperto che l’autrice si è ispirata a un fatto realmente accaduto non ho potuto fare altro che incuriosirmi e approfondire. Se devo essere sincero un’ulteriore interesse me l’ha trasmesso pure tutto questo riscontro mediatico che ha avuto, grazie anche al film di Netflix al cui interno è possibile godere di una straordinaria interpretazione da parte dell’attrice Serena Rossi, un’attrice che conosco bene e che stimo moltissimo.
Di cosa parla il libro
La trama è divisa in quattro parti. Le prime tre sono ambientate in un’Italia segnata ancora dalla seconda guerra mondiale che è finita da poco. Siamo nel 1946, in una Napoli povera e ferita dal conflitto, il protagonista, Amerigo Speranza, un bambino di sette anni, vive con la madre Antonietta, donna dura e silenziosa, che lo cresce da sola; il padre infatti è partito per l’America per cercare fortuna. I due vivono nella miseria più totale. Un giorno, grazie a un’iniziativa sociale del Partito Comunista, in collaborazione con l’Unione Donne Italiane, Amerigo viene messo su un treno insieme a tanti altri bambini del Sud tra cui i suoi amici Mariuccia e Tommassino. La destinazione è il Nord Italia dove alcune famiglie li accoglieranno per un periodo offrendo loro cure, istruzione e, soprattutto un pasto caldo ogni giorno salvandoli letteralmente dalla miseria…o almeno per un periodo. Il viaggio è lungo e pieno di emozioni che i bambini faticano a capire. Il treno arriva in Emilia e Amerigo viene accolto da Derna e dalla sua famiglia che gli mostrano una mondo completamente diverso dal suo fatto di rispetto, cultura, libertà. Il protagonista va a scuola ed è seguito, a casa è ascoltato, insomma, per la prima volta, in questo nuovo mondo, Amerigo si sente visto. “Babbo”, una sorta di “capofamiglia”, gli fa scoprire il violino, cui Amerigo si appassiona. Purtroppo per lui, quella che doveva essere una parentesi temporanea inizia a mettere radici profonde. Il tempo passa in fretta, e finalmente arriva il momento di tornare a Napoli. Amerigo si ritrova diviso: da un lato c’è la madre, dall’altro una nuova vita che lo ha cambiato per sempre. Nel capoluogo partenopeo il protagonista rivedrà con gli occhi la miseria, e purtroppo anche il lavoro minorile, dato che Antonietta lo obbligherà a prendere servizio da un calzolaio. Amerigo resisterà fino a quando la madre farà sparire l’oggetto che aveva di più caro al mondo, ovvero il suo violino. Sarà quell’episodio che rappresenterà per il protagonista il punto di non ritorno. Amerigo scapperà di casa, e si metterà sul primo treno per l’Emilia, ritornando dalla sua “famiglia affidataria”. Nella seconda parte del romanzo Amerigo è diventato un uomo adulto, ormai lontano dalla sua infanzia napoletana. La sua psiche però resta segnata da quel distacco: si porta dentro una ferita che non si è mai rimarginata del tutto. Tornare a Napoli, dopo tanti anni, in occasione della morte di sua madre Antonietta, lo costringe a fare i conti con il passato, con ciò che ha lasciato e con ciò che ha perso. Siamo nel 1994, Amerigo è diventato un musicista di fama mondiale ed ha cambiato persino il suo cognome. Nel frattempo sua madre aveva avuto un altro figlio, Agostino, il quale, dopo essersi sposato, ha avuto dei problemi con la legge. Amerigo, dopo il funerale, incontrerà Maddalena, la donna del Partito Comunista che convinse sua madre a farlo partire per l’Emilia. Questa ha continuato ad occuparsi di minori, e proporrà ad Amerigo un compito di grande responsabilità, di cosa si tratterà?
Considerazioni personali
Il libro è scritto bene, non ho nulla da eccepire, e la trama, anche se un po’ dura, si vede che è stata ben studiata. Viola Ardone riesce ad intenerire il lettore raccontando la storia dal punto di vista un Amerigo bambino trasmettendo davvero un grande senso di tenerezza e di innocenza che rendono questo best seller davvero unico nel suo genere. Lo stile è asciutto, empatico e mai patetico, e avvolge il lettore nella visione di un mondo difficile con la semplicità peculiare di un ragazzino. Ciò che mi ha lasciato un po’ perplesso, ma non ha nulla a che vedere con il libro in sé bensì con questioni personali, è vedere sempre una Napoli disastrata, rassegnata, sempre in una sorta di “Serie B” storica. Ne “Il treno dei bambini” il capoluogo partenopeo, infatti, quasi viene inquadrato come una sorta di inferno per il protagonista, tant’è vero che alcuni suoi amici non scenderanno nemmeno più. Questo da un lato denota la spiccata abilità dell’autrice ad aver descritto una tristissima realtà che purtroppo a un napoletano orgoglioso come me ferisce sempre ma che devo comunque imparare ad accettare, perché Napoli ha i suoi problemi e negarli non aiuterà di certo farla crescere; dall’altro però mi sembra ingiusto inquadrarla anche solo come un luogo di miseria e disperazione. È vero, l’esigenze narrative e la realtà del suo tempo imponevano il focus su quei luoghi del capoluogo partenopeo che hanno pagato a caro prezzo i disastri della seconda guerra mondiale, ma, come tutte le città italiane, anche Napoli in qualche modo si è voluta rialzare e ce l’ha fatta, anche se con mille contraddizioni e con centinaia di problemi irrisolti che purtroppo esistono ancora. Una cosa che mi ha fatto riflettere della trama è che essa rappresenta una storia sul peso delle scelte, su cosa significa davvero “famiglia”, su come il passato, anche se lontano, continua a bussare. Amerigo non è un eroe, è un bambino costretto a crescere in fretta, poi un uomo che non riesce a dimenticare. Questo mi ha permesso di entrare in un rapporto empatico con lui favorito anche da una verità che non posso comunque negare, ovvero che Napoli è un mondo a sé, e quando si varcano i suoi confini si entra in nuove dimensioni. Non mi permetto di dire se sono migliori o peggiori, dico solo che la cosa potrebbe rappresentare sia un’opportunità sia un ostacolo nella psiche di una persona, e il finale del libro descrive perfettamente questo processo che avviene in tutti noi cittadini partenopei combattuti tra l’amore verso Napoli, l’orgoglio di essere napoletani e la triste realtà che però inquadra la nostra amata città partenopea come un luogo che presenta le sue peculiarità, che ci mettono in crisi ogni volta che usciamo da essa e scopriamo nuovi mondi, ogni volta che proviamo a realizzare un sogno che in questo contesto riceve parecchi ostacoli in più di un’occasione anche insormontabili; è allora che avviene in noi un’evoluzione, è allora che facciamo i conti con la nostra natura, è allora che diventiamo un po’ Amerigo Speranza. Libro consigliato.
Uno sfogo personale ma necessario da fare su un blog e una pagina che parlano di libri
Immagino sarete contenti, ora mi raccomando, al posto di A&M bookstore, apriteci l’ennesima friggitoria, pizzeria, venditore di sushi o qualcuno o qualcosa che offre cibi provenienti da altre culture. Chiedo scusa per questo sfogo, ma penso che chi più di un blog e una pagina di libri, sia più appropriata a denunciare certi eventi. Questi ragazzi, Anna ed Andrea, avevano offerto a tutti una grande opportunità, quella di credere in un sogno, un sogno che lo invochiamo tutti i weekend allo stadio. “Difendo la città” non deve essere solo un’invocazione sterile cantata da quelli che stanno sugli spalti dello stadio Maradona; quante volte quel coro l’ho sentito da casa mia che si trova a circa 200 metri dall’impianto. “Difendo la città” deve diventare un qualcosa di concreto, tangibile, che passa soprattutto dalla tutela di chi ha avuto il coraggio di credere nel sud, come questi ragazzi.
Una mancanza di misura che nuoce solo a Napoli
Con la chiusura di A&M bookstore Napoli non viene privata solo di una libreria ma anche di un punto di incontro, dove ci si poteva sedere, leggere un libro, e discutere con persone sconosciute su temi di ogni genere. E invece qui sembra che la gente preferisce confrontarsi, più che davanti a un libro, davanti a una qualsivoglia cibaria in un qualsiasi ristorante rinomato di quartiere, parlando se è più buona la parmigiana fatta dalla mamma, dalla suocera o dallo chef stellato di turno. E intanto la cultura ci rimette sempre, viene penalizzata. Ora io sto parlando di A&M Bookstore, ma oramai a Napoli la chiusura di librerie è all’ordine del giorno, non dimentichiamoci di quello che sta succedendo a Port’Alba. Ciò che mi fa venire il voltastomaco è quella puzza di frittura che si sente a pochi metri da essa lungo quella storica strada, via Toledo, che oramai è diventata un forno a cielo aperto, e nessuno ha fatto nulla per impedirci questa umiliazione. Sia chiaro, io non ce l’ho con chi investe nella ristorazione, anzi, penso che sia comunque un ulteriore settore strategico da dover valorizzare nella nostra città, ma mi permetto di dirlo, nella giusta misura. Quello che sta succedendo mi sembra un eccesso che a Napoli può fare solo che male. Cosa dobbiamo ricavare dall’epilogo di A&M Bookstore? Che veramente siamo una città di delinquenti? Che veramente qui, se non sei disonesto, non vai avanti? Veramente siamo solo fiction che parlano di malavita e delinquenza. Per carità, sono fiction che denunciano una realtà che purtroppo esiste nel sud Italia, ma è un periodo che io percepisco da esse, più che una denuncia, un’esaltazione, un elogio, una lode a chi, spesso e volentieri, viene visto come “più furbo” e “più vincente” degli altri, ed è per questo che penso sia arrivato il momento di imporre un limite, altrimenti Napoli ci rimette, e certi stereotipi di cui già ne è vittima, saranno sempre più alimentati, a scapito di chi è fieramente diverso dai protagonisti di determinate opere televisive, cinematografiche e anche letterarie.
“Ma qui si ragiona così”, è inutile che ti applichi
Il ragionamento comune che spesso sento fare nelle mie zone quando ci si lamenta di qualcosa che non funziona è: “Ma qui si ragiona così”, una frase rassegnata, che spesso viene inquadrata da chi viene visto come uno che pensa in maniera realistica. No amici, questa non è la frase di una persona realista, questa è la frase di una persona che accetta passivamente ciò che non deve essere accettato, questa è la frase di una persona che si è arresa, che crede che non siamo degni di essere migliori, che non vuole migliorare, o forse in alcuni casi anche che si adagia su certe dinamiche perverse che si sviluppano quotidianamente nella nostra città. Nel 2006 qualcuno scrisse “Napoli siamo noi” cercando di spiegare come, nonostante le tante avversità, Napoli comunque in qualche modo riesce ad andare avanti, e ciò dipende soprattutto dalla sua gente. Ognuno di noi, nel proprio piccolo, può fare la differenza in questa metropoli, ma è necessario ripartire da un rinnovo delle coscienze, dalle cose semplici, la prima è il rifiuto della massima “Qui si ragiona così”. È vero, da soli si è vulnerabili e facilmente schiacciabili, ma una cosa che ci troverà d’accordo è che a Napoli non siamo tutti persone disoneste. Napoli ha tante anime, la delinquenza ne è solo una parte, e fortunatamente anche minoritaria. Il resto sono tutta una serie di comunità e individui eterogenei ma accomunati da un sentimento di civiltà e di onestà che, a mio avviso, se stimolato, potrebbe diventare la linfa primaria di un cambiamento cui, nonostante il triste epilogo di A&M bookstore, voglio continuare a crederci.
Ripartire dal fallimento di A&M bookstore per fare networking
Questi ragazzi ci hanno provato, hanno la mia stima, ho pure avuto l’onore di conoscerli personalmente, e li ringrazio con tutto il cuore per quello che hanno fatto, per l’accoglienza che mi hanno offerto nella loro bellissima libreria, ma soprattutto per avermi fatto credere per un po’ che una città diversa non è in fondo così un’utopia. A loro va la mia massima solidarietà, vicinanza, e l’augurio di un futuro degno del loro coraggio, della loro tenacia e dei loro nobili ideali. Ho provato anche io in qualche modo a sostenerli, a gennaio di quest’anno ho partecipato a un bookmob con l’associazione “Librincircolo” e ho acquistato qualche libro da loro, poi ho esortato parecchi miei amici a passare da quelle parti e ad acquistare un libro. Non è bastato, e di sicuro la mia solidarietà e la mia vicinanza non cambierà le loro vite, ma per me, due giovani che hanno investito nella mia città, che hanno provato nel loro piccolo a cambiare le cose, e che adesso probabilmente se ne andranno via, resta una ferita nell’orgoglio, una coltellata dolorosa nel cuore, e lo dico da napoletano che ama la sua città, al pari dei napoletani più sentimentali ed è per questo che non ce la faccio più a tenere tutto dentro. Andrea ed Anna saranno degli alleati in meno in questa battaglia che sto sostenendo da anni restando a Napoli e combattendo per migliorarla, per darle un futuro degno della sua bellezza, del suo splendore, del suo passato glorioso, e dell’orgoglio che unisce tutti i suoi abitanti. Un orgoglio che però non deve essere sterile, basato solo sulle bellezze e i primati della città, deve essere un orgoglio che deve produrre qualcosa, e persone come Andrea ed Anna li deve trattenere, non obbligarle a scappare. Forse anche io avrei dovuto fare qualche appello in più per loro, ma adesso purtroppo serve a poco recriminare. Nonostante ciò continuerò a crederci, sperando che la loro vicenda smuova le coscienze di tutti. Forse la “Napoli diversa” necessita di entrare maggiormente in contatto per diventare più forte, per fare networking. Forse deve ripartire dai valori comuni, deve uscire dai confini dei loro quartieri e trovare luoghi di incontro, come quello che avevano provato a offrire Andrea ed Anna con la loro libreria, dove era possibile bere anche un caffè buonissimo, ma che purtroppo adesso non ci sarà più. Ora però mi raccomando, perdonatemi la fastidiosa ma necessaria provocazione, la prossima volta che passerò per via Duomo, al loro posto, fatemi trovare l’ennesima friggitoria.😒
[Recensione di “Vecchi di merda. La società segreta contro i giovani” di Mattia Tombolini – a cura di Ciro Di Bello]
La spesa va fatta sempre negli orari di punta, preferibilmente facendo perdere più tempo possibile a chi esce da lavoro e pensa di fare una spesetta veloce veloce. Eh no, ti metti in fila con noi (anzi dietro di noi) e aspetti
La questione giovanile è un tema che mi sta particolarmente a cuore, non solo per esperienza personale, ma anche per formazione accademica, essendo laureato in Sociologia. Da sempre osservo con attenzione le dinamiche tra generazioni e, nel mio piccolo, cerco di contrastare quella tendenza diffusa a mettere i giovani in secondo piano. Nel volontariato e sul lavoro, infatti, ho sempre dato spazio ai più giovani, offrendo loro fiducia e opportunità, anche quando questo mi ha portato a scontrarmi con superiori e dirigenti meno inclini al cambiamento. Eppure il contesto generale non è incoraggiante: nel nostro Paese i giovani faticano a trovare spazio, spesso sono costretti a emigrare per essere valorizzati, mentre la popolazione invecchia e si fanno sempre meno figli. Ed è proprio qui che il libro di Mattia Tombolini ha colpito nel segno: attraverso la satira, riesce a rendere più accessibile un tema complesso e spesso trascurato, offrendo una chiave di lettura che può parlare a ogni tipo di sensibilità. Ho apprezzato molto il suo approccio leggero ma pungente, perché credo che proprio la satira possa essere uno strumento efficace per far luce su certe questioni e avvicinare più persone a una riflessione che altrimenti rischierebbe di restare confinata a dibattiti specialistici o di nicchia.
Di cosa parla il libro
Un giovane ragazzo vive una vita non propriamente soddisfacente e confortante essendo tollerato appena dalla fidanzata e snobbato dagli amici. Un giorno vivrà una bizzarra esperienza alle Poste dopo la quale inizierà a seguire degli anziani scoprendo l’esistenza di una società segreta che mira a stabilire una sorta di egemonia gerontocratica a scapito dei giovani che li penalizza in ogni campo e li mette non pochi bastoni fra le ruote. Il ragazzo, attraverso degli escamotage, riesce a intrufolarsi all’interno di questa società e a impossessarsi di un “Manuale di guerriglia quotidiana contro i giovani” nel quale ci sono delle istruzioni su come ostacolare le nuove generazioni nell’esecuzione di attività quotidiane, svelando le motivazioni che stanno alla base dei classici e frequenti comportamenti degli anziani.
Considerazioni personali
È stata senza dubbio una lettura divertente. Per il tempo che ho avuto a disposizione mi ci sono voluti circa dieci giorni per terminarlo, ma credo che questo libricino possa tranquillamente essere letto in un weekend. Attraverso un linguaggio semplice e accessibile, Tombolini mette in evidenza le frustrazioni e i conflitti generazionali con una critica ironica e irriverente verso i pregiudizi e le dinamiche di potere che caratterizzano la nostra società. Il suo stile è tagliente, le osservazioni pungenti, e il romanzo offre spunti di riflessione su come le generazioni possano coesistere nonostante le differenze. Paradosso ed esagerazione vengono utilizzati per far emergere le assurdità di certi atteggiamenti, rendendo il libro tanto divertente quanto stimolante. Una lettura leggera su un tema delicato e spesso sottovalutato. Credo che Tombolini abbia scelto uno strumento efficace per portare l’attenzione su questa questione, e spero che il suo libro venga preso seriamente in considerazione, perché lo merita.
(Recensione di “L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafón – a cura di Ciro Di Bello)
“I libri sono specchi in cui troviamo solo ciò che abbiamo dentro di noi”
Ci sono libri che non vuoi assolutamente finire di leggere, un po’ perché ti appassionano sin dai primi capitoli, un po’ perché riescono a farti immergere in un mondo diverso, trascinandoti in una città che desideri visitare da tempo ma che rimandi sempre (nel mio caso, Barcellona). L’Ombra del vento è stato per me uno di questi libri: mi ha consentito di viaggiare con la mente e di perdermi per le strade di una città che fremo dalla voglia di visitare, dandomi un ulteriore incitamento in merito. Inoltre è un libro che mi ha insegnato lezioni importanti, come quanto sia fondamentale poter contare su veri amici, l’importanza di essere cauti nel giudicare le persone dalle apparenze e di vivere la propria vita piuttosto che subirla.
Di cosa parla il libro
Daniel Sempere è un ragazzo figlio di un libraio che scopre un libro misterioso in un luogo che si chiama “Cimitero dei Libri Dimenticati”, un posto che custodisce i libri o che hanno avuto poco successo o i libri che non vengono letti più da nessuno. Il libro misterioso che scopre Daniel si chiama “L’Ombra del Vento” scritto da un certo Julian Carax. Affascinato da tale libro, Daniel cerca di saperne di più sull’autore, ma scopre che un uomo, un certo Lain Coubert, sta bruciando tutte le copie di Carax. Durante le sue indagini, Daniel si farà aiutare da un amico del padre che si chiama Gustavo Barcelò e si innamora di Clara, sua figlia, una ragazza cieca più grande di lui, ma viene respinto, cosa che lo segna profondamente. Col tempo, il ragazzo si lega a Bea, la sorella del suo migliore amico Tomas, e tra i due nasce un amore intenso ma complicato, ostacolato dai rigidi genitori di lei. Nel frattempo, Daniel scopre che la vita di Carax è stata segnata da un amore tragico e da un nemico spietato: l’ispettore Fumero, un uomo crudele e corrotto che ha distrutto molte vite, incluso il passato dello scrittore. Daniel si ritrova invischiato in una rete di segreti che collegano il suo presente al passato di Carax. Con l’aiuto di Fermín, un uomo un po’ sgangherato ma al contempo saggio e furbo, perseguitato anche lui proprio da Fumero, Daniel si avvicina alla verità, scoprendo quanto i destini delle persone possano intrecciarsi in modo imprevedibile e pericoloso. Chi è davvero Lain Coubert, e perché odia così tanto i libri di Carax? E cosa lega il destino di Daniel a quello dello scrittore?
Considerazioni personali
Questo è il classico libro che all’inizio sembra la solita storia intrisa di romance e giallo, poi però, a furia di leggerlo ti cattura. Il linguaggio è semplice, mentre i capitoli sono ben strutturati, brevi e ricchi come sono solito gradire. Nonostante le sue circa quattrocento pagine, l’ho trovato molto scorrevole, e penso che, con il giusto impegno, si può leggere persino in una settimana. Quando chiudi l’ultima pagina, senti un forte vuoto, dovuto al sentimento di nostalgia per i personaggi che presentano ciascuno caratteristiche peculiari e interessanti: dalla saggia furbizia di Fermin alla tenera caparbietà di Daniel, dalla maturità di Bea alla sollecitudine di Nuria Monfort, dall’eccentricità di Gustavo Barcelò all’idealismo di Clara, dall’inquietudine di Julian Carax alla maliziosa scaltrezza dell’ispettore Fumero. In diverse pagine, mi ha trasmesso emozioni forti di gioia, curiosità e soprattutto divertimento, mentre in altre ho provato ansia per i vari personaggi.
L’aspetto che maggiormente colpisce del libro è la capacità dell’autore di fondere vari stili letterari in modo armonioso, creando una narrazione poliedrica e avvincente. La coerenza narrativa è mantenuta attraverso un’attenta gestione dei punti di vista e un sapiente uso dei cliffhanger, che mantengono alta l’attenzione del lettore. La caratterizzazione dei personaggi è dettagliata e sfumata, con descrizioni minuziose che permettono di comprenderne le motivazioni e la crescita personale. La costruzione dell’ambientazione è altrettanto notevole: l’immagine di una Barcellona nebbiosa e misteriosa è resa con maestria attraverso descrizioni evocative e precise. Inoltre, i dialoghi sono vivaci e realistici, contribuendo a dare vita ai protagonisti e alle loro interazioni. La struttura del testo, con capitoli brevi e incisivi, facilita la lettura e mantiene un ritmo incalzante, rendendo difficile staccarsi dalle pagine. Insomma, è stata una lettura immersiva e avvincente che consiglio a tutti.
(Recensione del libro “Il convento” di Pietro Santoro – a cura di Ciro Di Bello)
“Sono stato un Re cattivo al comando di uomini persi e perdenti. Poi sono venuto qui, in questo convento. Per fuggire, per allontanarmi dai nemici. Ero pronto a ripartire con le mie cattive azioni ma è arrivato, prepotente e sorprendente, il miracolo. Questi confratelli mi hanno salvato. Mi hanno accolto e certamente sapevano del mio passato. Non mi hanno mai giudicato.”
Nei giorni scorsi ho terminato la lettura di” Il convento”, un libro che ho acquistato in occasione di “Napoli Città Libro”, evento al quale ho partecipato con grande entusiasmo lo scorso 16 giugno. Durante l’evento ho avuto il piacere di incontrare di persona l’autore, un momento che ha lasciato il segno per la sua autenticità. Mi ha colpito la sua disponibilità e la naturalezza con cui si è relazionato con i lettori: un approccio semplice, cordiale e appassionato, capace di trasmettere un sincero amore per la scrittura. Quell’incontro è stato decisivo: oltre a farmi incuriosire sulla sua produzione letteraria, mi ha spinto a voler conoscere meglio il suo stile e la sua visione narrativa. Fra le sue opere, ho scelto di iniziare da “Il convento”, un titolo che ha catturato subito la mia attenzione. Dalle prime impressioni mi è sembrato un libro vicino al mio mondo e ai miei interessi, mi ha fatto sentire una connessione immediata, quasi fosse un invito a scoprire non solo una storia, ma anche qualcosa di più personale e profondo.
Di cosa parla il libro
La trama si sviluppa attorno a un professore universitario di nome Augusto Rinaldi, esperto medievalista, che lascia Napoli per Siena, dove deve tenere una conferenza su Sant’Agostino e il concetto di tempo. Insieme alla sua segretaria, Fausta Nobili, durante il viaggio vengono sorpresi da un forte temporale e trovano rifugio in un antico convento francescano. Qui, il romanzo si trasforma in una narrazione che oscilla tra il quotidiano e il misterioso. La vita tranquilla del convento è caratterizzata da conversazioni colte e piacevoli, esplorazioni gastronomiche della cucina toscana e la routine dei monaci. Tuttavia, questa serenità è improvvisamente interrotta da una serie di eventi inaspettati che sconvolgono l’armonia della comunità. L’intreccio si infittisce con un’alternanza di accenti di mistero e sfumature rosa, portando a una serie di rivelazioni che coinvolgono sia i protagonisti che i religiosi. Nel finale avverrà un evento che riaprirà delle questioni irrisolte relative alla vita personale di uno dei protagonisti, di cosa si tratterà?
Considerazioni personali
Personalmente la trama non mi ha coinvolto appieno e in alcuni passaggi ho avuto la sensazione di intuire alcune evoluzioni. Tuttavia il linguaggio semplice e la struttura breve dei capitoli rendono la lettura scorrevole e piacevole. Il finale mi ha colpito per la sua emotività e i personaggi, pur nella loro semplicità, conservano delle peculiarità uniche. Ho anche apprezzato la tematica di fondo e il messaggio che l’autore ha voluto trasmettere, che ritengo siano punti di grande valore. Pur non essendo stata un’esperienza del tutto in linea con i miei gusti personali, sono curioso di leggere altre sue opere per approfondire la mia conoscenza dell’autore e magari, chissà, scoprire nuove sfumature che potrebbero sorprendermi.
(Recensione di “Un’estate dopo l’altra” di Carley Fortune – A cura di Ciro Di Bello)
“Ho cercato di dimenticarti per più di dieci anni, ma adesso non voglio farlo più“
Penso che mai titolo che ho scelto per la recensione di questo libro sia più indovinato. “Un’estate dopo l’altra” l’ho letto durante le mie ultime vacanze estive, perfetto esempio di come l’amore e le amicizie, se vere, abbattono le distanze, il tempo, lo spazio e le convenzioni in cui sono immerse. È proprio quello che ci racconta Carley Fortune nelle pagine di questo suo romance dai caratteri commoventi quanto interessanti. Mi chiedo chissà se è un caso che me lo ritrovo a recensire proprio adesso, con una bellissima stagione estiva che ho alle spalle e con una vita da ricostruire davanti. La trama, i personaggi e i luoghi rivivono ancora nella mia mente come se ad agosto fossi stato lì a Barry’s Bay, sulla riva di quel lago, o più precisamente su quel pontile di legno, dove Percy e Sam vivevano la loro amicizia…diciamo speciale.
Di cosa parla il libro
Persefone Fraser, conosciuta come Percy, ha trascorso, quando era adolescente, delle estati indimenticabili a Barry’s Bay, un luogo incantevole in riva al lago, insieme ai fratelli Sam e Charlie Florek. Percy e Sam erano inseparabili, legati da un’amicizia profonda che si è trasformata nel primo grande amore di Percy. Tuttavia, un errore commesso da Percy ha portato alla fine della loro relazione e al suo allontanamento da Barry’s Bay. Dieci anni dopo, Percy vive in città, ha una carriera stabile e molti amici, ma l’amore non è una priorità nella sua vita. La sua routine viene sconvolta quando riceve una telefonata inaspettata da Charlie Florek, il fratello maggiore di Sam. Charlie la informa che la loro madre è morta, e questo evento tragico costringe Percy a tornare a Barry’s Bay per il funerale. Il ritorno a Barry’s Bay riporta alla luce ricordi di notti stellate, corse a perdifiato e momenti indimenticabili trascorsi con Sam. Percy deve affrontare i sentimenti irrisolti e le decisioni difficili che derivano dal rivedere Sam dopo tanti anni. La storia si sviluppa su due piani temporali: nel presente, Percy cerca di capire se può dare una seconda possibilità al suo amore passato; nel passato, riviviamo le estati della sua adolescenza, piene di giochi, scherzi e il nascere del suo amore per Sam.
Considerazioni personali
Il libro di per sé è un classico romance che alla base di tutto parla di una storia d’amore estiva. Se devo essere sincero la trama mi è sembrata molto scontata, ma non me la sento di darle un giudizio negativo. Diciamo che Carley Fortune mi ha fatto anche riflettere su altre tematiche che possono essere estratte da un racconto lineare come quello di questo libro, e sto parlando di riflessioni su come le vere amicizie annullino le distanze fisiche, su come ognuno di noi, nonostante gli innumerevoli viaggi che possiamo fare nella nostra vita, avrà comunque un posto del cuore dove ci sentiremo sempre a casa, su come l’onestà e la sincerità restano sempre degli elementi essenziali per delle relazioni sane, su come la complicità resterà sempre l’elemento più bello di relazioni umane vere e genuine. C’è da dire che Carley Fortune ha provato comunque in qualche modo a rendere la trama interessante introducendo un mistero, un errore grave ma svelato solo alla fine, che ha portato alla rottura per tanti anni delle relazioni tra i protagonisti, un errore commesso che ha separato Persefone da Sam per tanto tempo, ma se devo dire che la trama è avvincente onestamente mentirei. Resta comunque una lettura leggera, ideale per il periodo estivo. Comunque le descrizioni dei paesaggi e delle emozioni dei protagonisti sono state fatte bene, consentendo una lettura immersiva che quasi trascina il lettore nei luoghi dove si sviluppano i fatti. Se volete un po’ di leggerezza questo è il libro ideale.
(Recensione di “1984” di George Orwell) a cura di Ciro Di Bello
“Se amavi qualcuno lo amavi e basta, e quando non avevi più niente da dargli, gli davi comunque amore. Scomparso l’ultimo pezzettino di cioccolato, la madre aveva stretto a sé la bambina. Non serviva a niente, non cambiava nulla, […] ma le era sembrato naturale farlo”
Lo ammetto, è un periodo che sto leggendo poco…ecco perché mi è venuta voglia di un grande classico. George Orwell ho avuto già modo di conoscerlo con la sue celebre opera “La fattoria degli animali” che fu un libro che altrettanto mi spaventò date le allusioni continue che faceva verso i più spietati totalitarismi, ma con 1984 lo scrittore britannico si è superato. In questo libro altrettanto si parla di totalitarismi ma in una dimensione distopica e più immersiva, trascinando il lettore in una realtà alternativa in buona parte spaventosa. Una tematica forte di cui oggi viviamo tuttora senza neanche accorgercene, basta pensare alle innumerevoli nuove tecnologie che oltre ad essere delle vere e proprie opportunità per stare tutti connessi rappresentano anche un ottimo strumento di spionaggio, ed è per questo che 1984 di Orwell, seppur scritto nel 1948, mi è sembrato un libro che affronta tematiche attuali.
Di cosa parla il libro
Il libro è un romanzo distopico ambientato in un futuro alternativo e oppressivo in cui il mondo è diviso in tre superpotenze: Oceania, Eurasia ed Estasia, tutte e tre basate su delle dittature e in perenne guerra tra loro. La storia è ambientata in Oceania, dove il Partito, guidato da uno strumento chiamato Big Brother, o Grande Fratello come si preferisce, esercita un controllo totale sulla società. La vita dei cittadini è sorvegliata costantemente attraverso telecamere, microfoni e un culto della personalità che glorifica il Big Brother. Il Partito controlla anche il pensiero tramite la “Neolingua”, un linguaggio progettato per limitare la capacità di esprimere idee ribelli, e attraverso il Ministero della Verità, che riscrive la storia per adattarla alla propaganda del regime. Il protagonista, Winston Smith, è un impiegato del suddetto ministero, incaricato di alterare i documenti storici. Nonostante il suo lavoro lo renda complice del sistema, Winston è segretamente distante dalle idee e dalla tirannia del Partito. Vive una vita solitaria e dentro di sé nutre un odio profondo per il regime e un desiderio di libertà. Un giorno, Winston inizia una relazione clandestina con una sua collega, Julia, una giovane donna che condivide il suo disprezzo per il Partito, ma che vive la sua ribellione attraverso il piacere e la trasgressione personale piuttosto che con ideali politici. La relazione tra Winston e Julia si rivelerà presto un atto di ribellione contro il Partito, che proibisce qualsiasi tipo di legame affettivo non mediato dalla sua ideologia. I due amanti si incontrano in luoghi nascosti, cercando di sfuggire alla sorveglianza onnipresente del Big Brother. Tuttavia, il Partito è sempre vigile e la loro ribellione viene presto scoperta. Winston e Julia vengono arrestati dalla Mentalpolice, una specie di “psicopolizia” che si occupa di fermare e arrestare coloro che maturano idee alternative al partito. I due saranno portati al Ministero dell’Amore, un luogo di tortura e indottrinamento. Nel suddetto ministero Winston subisce un lavaggio del cervello brutale da parte di O’Brien, un alto funzionario del Partito che egli credeva fosse un alleato segreto. O’Brien lo sottopone a torture fisiche e psicologiche, con l’obiettivo di farlo rinunciare ai suoi sentimenti e accettare incondizionatamente l’ideologia del Partito. La fase finale della tortura avviene nella temutissima Stanza 101, dove il protagonista sarà costretto a confrontarsi con la sua più grande paura, i topi. Sotto la minaccia di essere divorato vivo, Winston tradirà Julia, rinunciando così al suo ultimo frammento di personalità. Alla fine ne uscirà completamente sconfitto. Il suo spirito ribelle sarà annientato e il suo amore per Julia sarà sostituito da un amore sincero e devoto per il Big Brother. Orwell conclude il romanzo con un’immagine potente e desolante: Winston, ormai trasformato in un fedele suddito del Partito, guarda un poster del Big Brother e, con lacrime di felicità, si rende conto che finalmente lo ama.
Considerazioni personali
È evidente che il romanzo è una critica feroce al totalitarismo, all’uso della propaganda e alla manipolazione della realtà, mostrando come un regime assoluto possa distruggere non solo la libertà, ma anche l’identità e la verità stessa. Una parola chiave che mi ha guidato nella lettura di questo romanzo è stata “manipolazione”, perché è proprio questa che basa tutta la trama. Winston Smith infatti, così come i suoi colleghi e alla fine anche Julia, vengono manipolati senza troppa difficoltà dal regime totalitario in cui si trovano che fa leva sulle loro più intime paure recondite e punti deboli. Anche se oggi fortunatamente stiamo ancora in delle forti democrazie mi chiedo se sia completamente giusto estraniare il messaggio orwelliano di questo libro alle nostre società attuali. Mi faccio questa domanda perché durante la lettura di questo romanzo mi è venuto spesso di paragonare il Big Brother ai i nostri smartphone attuali, ai social in cui siamo immersi e che per certi versi, seppur in maniera molto indiretta, quasi manipolano il nostro pensiero, soprattutto se non usati con la giusta parsimonia. È chiaro che uno dei motivi che mi ha indotto a leggere questo libro è il suo carattere prettamente sociologico. Non è un caso che durante i corsi che facevo all’università spesso e volentieri i miei professori me ne parlavano e anche tanti miei amici dell’università lo avevano letto e gradito. Per quanto mi riguarda l’ho trovato comunque una lettura impegnativa da affrontare con la dovuta attenzione. Già infatti in “La fattoria degli animali” Orwell si è rivelato uno scrittore che non lascia nulla al caso, e anche un solo dettaglio che si perde può influenzare molto la comprensione di determinate dinamiche proprie delle trame dei suoi libri. Resta sempre un capolavoro che mi ha fatto maturare un’opinione distinta e che consiglio di leggere ma con la dovuta attenzione che merita.
(Recensione di “Il cimitero di Venezia” di Matteo Strukul) a cura di Ciro Di Bello
“Una volta ho promesso a due amici che avrei cercato di salvare Venezia una tela alla volta. So che non basta affatto, che non può bastare, so che sono solo fantasie sciocche di un pittore, ma io credo nella bellezza e nella grazia e nella possibilità di riuscire a sopravvivere con la forza dei sogni e dell’arte”
L’anno scorso, in occasione del mio trentacinquesimo compleanno, mi è stato regalato questo libro, e mi sono quasi commosso perché solo delle persone che mi conoscono molto bene potevano sapere che, innanzitutto, l’autore è uno dei miei scrittori preferiti. Inoltre, i romanzi storici sono i miei preferiti, quindi Il cimitero di Venezia non è solo un romanzo storico, ma anche un giallo avvincente (un romanzo storico-avventuroso come chiarisce l’autore stesso). Questa combinazione di elementi ha reso la mia lettura di uno dei recenti capolavori di Matteo Strukul ancora più eccitante. Seguo l’autore da tempo e penso che continuerò a seguirlo con grande interesse.
Di cosa parla il libro
La trama è ambientata a Venezia nel 1725. Un’epidemia di vaiolo devasta la città. Nel Rio dei Mendicanti una donna nobile è trovata morta con il petto squarciato. Il pittore Canaletto, dopo aver dipinto quel luogo, diventa uno dei sospettati. Convocato dagli Inquisitori, poi dal Doge, riceve un incarico particolare e insolito: indagare su un nobile che casualmente aveva dipinto nel suo quadro. Spiazzato da questa richiesta del Doge si fa aiutare da diverse persone, il primo è il federmaresciallo Johann Mattias von der Schulenburg, dalla figlia Charlotte, di cui il protagonista si innamorerà, ed il collezionista Owen McSwiney. L’indagine lo porta in ambienti oscuri, tra riti segreti e figure ambigue, mentre nel frattempo l’assassino miete un’altra vittima. Segreti veneziani e verità pericolose emergono durante le indagini e Canaletto si avvicina alla verità, rischiando la vita insieme alla sua amata Charlotte. Il finale rimane un mistero, chi sarà mai l’assassino? E cosa si nasconde dietro questi femminicidi?
Considerazioni personali
Dopo tanto tempo finalmente sono riuscito a leggere e recensire un libro. Quando hai il blocco del lettore conviene ripartire da uno dei tuoi scrittori preferiti, e su questo Strukul si è confermato per me una garanzia. Linguaggio semplice e capitoli brevi che catturano l’attenzione e la curiosità del lettore trascinandolo in una dimensione storica – temporale tipica dello stile strukuliano. È chiaro che la maggior parte dei fatti in questo romanzo sono inventati, e in parte è facile anche accorgersene, ma credo che il bello di questa tipologia di romanzi sta proprio in questo, ovvero che non sono delle vere e proprie cronache storiche ma sono racconti che stimolano la curiosità del lettore. Come nel mio caso che durante la lettura sono andata a vedere su internet chi era ad esempio Johann Mathias von Schulenburg e Owen McSwiney conoscendo così due interessanti personaggi storici che prima ignoravo. Perché in fondo penso che questo dovrebbero fare i libri, ovvero insegnarti comunque qualcosa, al di là delle loro trame e al di là dei loro racconti, impegno a cui i libri di Matteo Strukul hanno sempre mantenuto fede, ed è per questo che li consiglio molto.
(Recensione di “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera)a cura di Ciro Di Bello
“La disputa fra coloro che sostengono che il mondo è stato creato da Dio e coloro che invece ritengono sia sorto spontaneamente tocca qualcosa che supera il nostro intelletto e la nostra esperienza. Molto più reale è la differenza che separa coloro che mettono in discussione l’essere così come è stato dato all’uomo (non importa in che modo o da chi) da coloro che vi aderiscono senza riserve”
Lo ammetto, ultimamente non mi sto facendo sentire molto. Impegni lavorativi e progetti personali mi stanno levando tempo per dedicarmi ad una delle mie attività preferite, ovvero quella di commentare i libri che leggo. Ogni tanto però, fra milioni di impegni, riesco comunque a dedicarmi alla scrittura, una parte di me importantissima, che non ho intenzione di abbandonare, ed è per questo che stasera vi parlo di questo bellissimo classico che ho letto nei mesi scorsi. Già da prima della morte di Milan Kundera, avvenuta l’11 luglio di quest’anno, sentivo l’esigenza di leggere la sua opera più famosa, più che altro perché ne avevo sentito parlare sia a scuola, sia bazzicando così tra le varie librerie e i vari canali social dedicati ai libri. Inoltre qualche frase letta su Instagram mi ha stimolato ulteriormente ad acquistare “L’insostenibile leggerezza dell’essere” e godermelo a poco a poco. Dico godermelo perché sin dalle prime pagine si scopre che si tratta di un vero e proprio capolavoro che ti avvolge in un nuovo mondo fatto di contraddizioni ma anche di riflessioni profonde e di passione. È una lettura intensa ma al contempo avvincente e ricca di significato, dove ogni rigo ti cattura e ti trascina in un mare di vicende avvincenti e al contempo toccanti.
Di cosa parla il libro
La trama del libro è concentrata su 4 protagonisti principali le cui storie si intrecciano sullo sfondo di una Praga del 1968, in prossimità dell’invasione sovietica avvenuta nel medesimo anno, ovvero Tomas, un medico dallo stile di vita molto disinvolto, stimato latin lover che però è legato a Tereza, una giovane donna sensibile che lo segue nelle sue vicende personali seppur però con qualche comprensibile insicurezza data l’instabilità del loro rapporto. Infatti Tomas, oltre ad essere legato a Tereza, ha anche una relazione con Sabina, un’artista seduttrice ma al contempo molto più sensibile di quanto possa apparire nelle prime pagine. Sabina, infatti, nonostante tutta maturerà un bel rapporto pure con Tereza. Pertanto Sabina, oltre a Tomas, si frequenta anche con Franz, un intellettuale idealista palesemente insoddisfatto della sua vita, che arriva persino a lasciare la moglie per lei. Il libro di per sé è un intreccio tra romanzo e riflessioni filosofiche, in particolare basate sulla contrapposizione tra la leggerezza e la pesantezza dell’essere: la leggerezza è quella componente dell’essere che induce l’individuo a vivere senza impegni e senza peso ma si scontra con la pesantezza che riguarda tutta quella sfera relativa alle responsabilità delle proprie scelte. Le vicende storiche, in questo contesto, aiutano ancora di più questa riflessione che caratterizzerà persino il destino dei protagonisti i quali si troveranno immersi in un regime totalitario che marcherà ancora di più la suddetta contrapposizione.
Considerazioni personali
Se dicessi che sia stata una lettura leggera mentirei, ma ciò che ho appena detto non è una critica. L’insostenibile leggerezza dell’essere è un libro che cattura, ma al contempo fa riflettere molto. Non è un caso che ci ho impiegato tutto questo tempo per leggerlo, avevo bisogno di capirlo più profondamente. Non fatevi ingannare dal numero di pagine, si può leggere anche in pochi giorni, solo merita la giusta attenzione, altrimenti si perde il filo. In compenso però il lettore avrà a che fare con uno stile di linguaggio accessibile, frutto, direi, dell’abilità di uno dei migliori scrittori che abbiamo avuto nel panorama europeo capace di esprimere in maniera semplice dei concetti complessi. Una lettura che è andata oltre le mie aspettative e che credo che mi abbia insegnato molto, tant’è vero che non riesco a contare più le frasi del libro che mi sono segnato, ed ammetto che è stato davvero difficile sceglierne una da abbinare a questa recensione. Sentivo il bisogno di leggere un classico avvincente e leggero, ho trovato un libro che è andato davvero oltre le mie aspettative e sono onorato di aver approfondito le mie conoscenze di un grande e rinomato scrittore.
(Recensione di “Il sorriso del vulcano” di Serenella Adamo) a cura di Ciro Di Bello
“Se non altro quel B&B si era rivelato una piacevole sorpresa, così come la proprietaria. Aveva dato una prima occhiata in giro e gli era sembrato che fosse proprio come aveva pensato; l’indomani con calma avrebbe approfondito”
Estate, tempo di viaggi, tempo di riflessioni, tempo anche di irrefrenabili corse. In un contesto simile finalmente sono riuscito a trovare un piccolo spazio per recensire questo libro che ho finito di leggere verso la metà di luglio. Si tratta di un testo che ho scoperto alla fiera “Napoli Città Libro”. Si tratta di un giallo ambientato nella mia città, precisamente in dei luoghi a cui sono affezionato come ad esempio il Lago d’Averno e il Parco Virgiliano di Piedigrotta. Ovviamente sono tutti questi elementi che mi hanno incuriosito e mi hanno indotto a leggerlo, anche se confesso che si è rivelata una lettura interessante ma al contempo molto più impegnativa di quanto mi aspettassi.
Di cosa parla il libro
Nina Baldari è una psicologa che come secondo lavoro gestisce bed and breakfast nella zona di Santa Lucia, in pieno centro a Napoli. Una sera, nella sua struttura ricettiva si presenta un ospite alquanto insolito, un mercante di opere d’arte svizzero alla ricerca di un importante reperto archeologico legato a Virgilio. Il giorno dopo tale mercante viene ritrovato misteriosamente morto sulle rive del Lago d’Averno. Inizia così un’indagine condotta dal commissario Teo Morra che coinvolgerà interamente Nina, e che la farà innamorare di quest’ultimo data la loro passione comune per l’antico e per l’ignoto. Tale indagine si concentrerà particolarmente su due elementi particolari che rappresenteranno le leitmotiv di essa, ovvero una coppia di alzatine di porcellana di Capodimonte e un libro antico sottratto alla Biblioteca Nazionale. Di conseguenza la trama del libro abbraccerà anche un’altra misteriosa questione ovvero il vero luogo in cui è sepolto il poeta Virgilio.
Considerazioni personali
Se dicessi che è un libro che non ho gradito mentirei, ma non nascondo diverse difficoltà che ho riscontrato durante la lettura. In parecchi punti l’autrice si è troppo soffermata sulle descrizioni facendomi perdere in più di un’occasione il filo del discorso, soprattutto in quei punti in cui la trama si collegava a dei fatti storici antichi legati alla biografia di Virgilio. In fondo però penso che questa sia altrettanto una conseguenza della storia che ha voluto creare l’autrice, dato che, entrando nel merito di fatti e luoghi legati a Napoli, appartenenti alla storia di Napoli e ambientati in due archi temporali della storia di Napoli (la Napoli dei nostri giorni e la Napoli all’epoca di Virgilio), qualche dettaglio in più sembra quasi d’obbligo. In alcuni punti il libro mi è sembrato molto romanzato in quanto l’autrice ha “strappato” un po’ la cronaca di un omicidio con quella di una sorta di storia di amore tra la protagonista e il commissario. È un libro che richiede attenzione, bisogna cercare di evitare di perdere la concentrazione, e non rimandare troppo la lettura tra un capitolo e l’altro altrimenti si perde il filo, per il resto però mi ha accattivato molto, ed è per questo che reputo sia giusto considerarlo oltre la sufficienza.
“Benché io sia fiore nel suo ultimo giorno io ascolto il cielo, nel mio cuore regna l’onesta melodia della speranza”
Lo ammetto, non sono solito recensire in breve tempo due libri scritti dalla stessa autrice. Diciamo che è un periodo che sento il bisogno di poesia e di dolcezza e per questo motivo, quando ho saputo che la mia amica Mena Esposito ha pubblicato la sua nuova raccolta non ci ho pensato due volte ad andare su Amazon shop e a scaricarla sul Kindle. Tenendo presente che, a differenza di “Velati ritratti”, questo è un libro che ha scritto da sola la mia curiosità è salita alle stelle, così mi sono subito immesso in questa lettura profonda fatta di versi e di passione.
Di cosa parla il libro
Boccioli è anch’esso una raccolta di poesie. Questa volta però Mena Esposito mette completamente a nudo sé stessa mostrandoci il lato più intimo e sensibile della sua personalità fatta di mille mondi, di infiniti dettagli, di un universo di segreti e di codici che non è da tutti saper decifrare. Questo libro l’ha scritto da sola e già questo evidenzia la differenza rispetto a “Velati ritratti” perché questa volta la protagonista è semplicemente lei, nella sua ammirabile unicità, nelle sue infinite fragilità e qualità, disperse in un mare di versi come boccioli che germogliano nel cuore di una persona sensibile e buona, com’è in fondo la stessa autrice.
Considerazioni personali
Quando lessi sulle pagine social di Mena Esposito che aveva pubblicato la sua seconda raccolta di poesie in un primo momento ho trascurato la cosa, anche perché ero nel pieno della lettura di un libro che mi stava appassionando parecchio, ovvero “La settima stanza” di Miriam Candurro, la quale è entrata ufficialmente nella lista delle mie autrici preferite. Pertanto se quest’ultima si trova ai primi posti nella lista delle autrici da adesso in poi posso dire che Mena Esposito si trova ai vertici delle poetesse che preferisco. Versi che toccano il cuore e che ti fanno vivere il dolore della stessa autrice. La poesia per Mena Esposito è il suo vero modo di comunicare, non gli riesce in altri modi, o forse quando ci prova viene facilmente fraintesa, ma quando si leggono i suoi versi si ha a che fare con un’altra persona, la vera persona, nella sua essenza più naturale possibile. Essendo poi breve come libro è possibile leggerlo anche in poche ore ma se si vuole veramente comprendere ciò che l’autrice ci vuole comunicare consiglio di non leggerlo in fretta e furia bensì di fermarsi almeno cinque minuti dopo ogni singola poesia, chiudere gli occhi e far echeggiare quelle parole nel proprio cuore. Si rivelerà davvero un’esperienza unica, provare per credere. La mia poesia preferita è stata “Spettatrice”, perché è come se l’autrice mi avesse trascinato lì con lei, a vedere quel tramonto, a provare quelle sensazioni. È stata la poesia che mi ha consentito maggiormente di entrare maggiormente in un rapporto empatico con l’autrice, per questo l’ho molto apprezzata. Davvero una lettura gradita che consiglio.
Recensione di “La settima stanza” di Miriam Candurro a cura di Ciro Di Bello
“Avrei dovuto volontariamente andarti a cercare nei ricordi, ma facevi ancora male. E fai ancora male, dopo tutti questi anni. Però il male di adesso, di queste ultime ore, è differente. È malinconia”
Non so voi, ma io personalmente credo poco nel caso. Mi spiego: a Natale mia sorella e mio cognato mi hanno regalato questo libro, consapevoli di quanto stimassi Miriam Candurro, sia come attrice che come scrittrice avendo già letto il suo primo libro “Vorrei che fosse già domani” redatto insieme a Massimo Cacciapuoti. Pertanto, nonostante fossi particolarmente entusiasta di questo regalo, ho deciso per un po’ di rimandarne la lettura dato che in piena sincerità ho avuto un po’ paura di affrontarlo in quanto ha rievocato in me dei ricordi personali che ho preferito accantonare per un po’. Ma la vita si sa, gioca sempre strani scherzi, e così, in un’umida domenica di aprile, mentre partecipavo all’evento “Napoli Città Libro”, mi è capitato di incontrare proprio Miriam Candurro, la quale, con molta dolcezza, nonostante non avessi la copia del suo libro con me, ha preso un foglio di carta e me lo ha comunque autografato suggerendomi di incollare il foglietto di carta una volta tornato a casa. La cosa di conseguenza mi ha fatto prendere coraggio, e allora ho deciso di “affrontare questo libro” perché le paure, se accantonate, diventano più grandi, invece se affrontate restano della loro grandezza per non dire che delle volte addirittura si rimpiccioliscono.
Di cosa parla il libro
Giovanni è un uomo che porta con sé una grande ferita nel cuore. Tale ferita si fa sempre più acuta il periodo del primo lockdown nel 2020 quando è costretto a tornare nel suo paese d’origine, San Falco, per vendere l’albergo di famiglia, Villa Rosa. La sua idea è quella di incontrare subito il notaio e sbrigare il prima possibile le faccende burocratiche legate alla cosa, sfortunatamente per lui però il notaio si ammala, e, a causa delle restrizioni imposte dal governo legate alla pandemia, Giovanni è costretto a rimanere a San Falco. Tale permanenza gli farà rivivere una serie di ricordi dolorosi legati sia a quella famigerata settima stanza dell’albergo di famiglia, sia a una ragazza misteriosa, Anna, che lui salvò una sera mentre quest’ultima varcava le onde del mare con l’intento di uccidersi. Le ragioni di questo folle gesto nascondono una losca vicenda che la ragazza ha subito sulla sua pelle per diversi anni e che Giovanni ha scoperto bruscamente solo in seguito, dopo che se ne era perdutamente innamorato, di cosa si tratterà?
Considerazioni personali
“La settima stanza” è il secondo libro di una persona che ho sempre apprezzato sia come attrice che come scrittrice. Non so, ma su alcuni punti con Miriam Candurro sento davvero di essere in perfetta sintonia, vuoi per i temi che affronta, vuoi perché è napoletana come me, e di solito, quando mi imbatto in scrittrici/scrittori napoletani riesco a percepire anche nel loro modo di impostare i discorsi, una certa e personale familiarità. C’è da dire che ancora oggi quando penso a “Vorrei che fosse già domani”, il suo primo libro, mi scende ancora una lacrima dagli zigomi, e, di quelle pagine continuo a portare nel cuore parecchie belle frasi che ha scritto oltre che dei preziosi insegnamenti, dato il tema forte e delicato che affrontò all’epoca. Anche “La settima stanza” affronta altrettanto un tema forte, che non dirò per non fare troppi spoiler, ma che comunque mette in risalto ulteriormente la linea editoriale della Candurro che si rivela molto meno banale di quanto ci si possa aspettare. I suoi sono romance che però non sono mai scontati, mai banali, e sono ricchi di colpi di scena. La Candurro si serve di questo genere letterario per lanciare dei messaggi più forti e maggiormente incisivi che inducono il lettore a riflettere molto, e, per chi ha una sensibilità forte, anche a ricavare dei preziosi insegnamenti. Nel libro in questione mi sono molto identificato nel personaggio di Giovanni anche se non condivido il suo modo di fuggire dalle responsabilità, mentre il personaggio di Anna mi ha fatto molta tenerezza. Il linguaggio del libro è molto semplice ed inoltre ho gradito l’impostazione che ha avuto la Candurro relativa ai capitoli che sono brevi e si leggono in poco tempo, praticamente si potrebbe dire che uno tira l’altro, ecco perché credo che se lei stesse pensando ad intraprendere seriamente anche la carriera della scrittrice per me ha tutte le potenzialità per farlo in maniera egregia. Consigliatissimo.
Recensione del libro “Cecità” di José Saramago a cura di Ciro Di Bello
“… perché i sentimenti con i quali abbiamo vissuto e che ci hanno fatto vivere come eravamo sono nati perché avevamo gli occhi, senza di essi i sentimenti si trasformeranno, non sappiamo come, non sappiamo in quali…”
Salve a tutti, qualche volta la vita ci induce a fare delle scoperte, ci fa fare dei passi indietro e ci fa notare dei dettagli e dei luoghi che il nostro occhio distratto prima era solito filtrare e soprattutto sottovalutare. Io ad esempio sono una persona che legge pochi libri scritti da autori/autrici non italiani. Spesso e volentieri il mio cuore mi ha indirizzato da autori/autrici del mio paese ostacolandomi di godere della bellezza e della profondità delle anime che sono nate lontano da casa mia, e così finisco per nutrirmi solo della misera ricchezza di chi tende a non varcare i confini della propria zona di comfort. “Cecità” di José Saramago si inserisce proprio in questo contesto, un libro che è capitato nella mia vita grazie alla voglia di partecipare per la prima volta a un gruppo di lettura organizzato dalla pagina Facebook “Libcrowd” che ho conosciuto grazie all’associazione “Librincircolo”. Di questo libro ne avevo lette parecchie di recensioni ma nonostante ciò fino ad ora l’avevo sempre sottovalutato.
Di cosa parla il libro
Il libro parla di una misteriosa epidemia di cecità che scoppia all’interno di una cittadina. Tutto parte da un automobilista che resta fermo al semaforo nonostante sia verde perché così, di punta in bianco, non vede più. Immediatamente viene soccorso da un ladro il quale, una volta accompagnato l’uomo a casa, gli ruba la macchina. Il povero malcapitato se ne accorge grazie alla moglie la quale, venuta a conoscenza della sua improvvisa cecità riesce a contattare un oculista e a far visitare il marito immediatamente. Da tale visita il medico non riscontra niente e appena arriva a casa inizia a fare delle ricerche per capire cosa sia successo all’automobilista. Improvvisamente però diventa cieco anche lui e fa avvertire tutte le autorità di questa pericolosa epidemia che sembra essere scoppiata nella città. Subito il Ministro della Salute decide di rinchiudere i contagiati all’interno di un vecchio manicomio abbandonato sorvegliati rigorosamente dall’esercito che però ha l’ordine di ridurre al minimo i contatti con gli infetti dato che nel frattempo questa strana epidemia sembra prendere piede molto rapidamente senza risparmiare nessuno. Così i soldati si preoccupano solo di lasciare provviste di cibo all’ingresso del manicomio che però stesso i ciechi sono tenuti a gestire fra di loro. Siccome nemmeno all’interno del manicomio non c’è nessuno che li controlla, lentamente i ciechi iniziano a gestirsi da soli e non sempre in modo pacifico, cosa ne subentrerà?
Considerazioni personali
Si potrebbe dire che questo è il primo libro che leggo per partecipare a un gruppo di lettura. Ne avevo sentito parlare negli anni precedenti però non mi ero mai deciso ad approfondire le mie conoscenze relative a José Saramago. Il linguaggio l’ho trovato scorrevole anche se l’impostazione del testo priva di virgolette che segnalano l’inizio di un dialogo onestamente mi ha procurato qualche timida difficoltà. Pertanto, avendo intuito che si trattasse di un qualcosa relativa allo stile narrativo proprio dello scrittore portoghese, ho cercato di abituarmi nel corso della lettura ad esso. Ho trovato pure curioso notare che i personaggi non hanno nome, il Saramago li individua solo attraverso o il loro mestiere (come ad esempio molto banalmente il Medico) o attraverso una loro caratteristica (vedi ad esempio “La ragazza dagli occhiali scuri”). Nemmeno la città in cui scoppia l’epidemia ha un nome e il tempo in cui sono accaduti i fatti sembra essere altrettanto indefinito, chiaro segno, secondo una mia modesta opinione, che l’autore abbia voluto comunicarci che un episodio del genere potrebbe capitare a chiunque, ovunque e in qualunque periodo storico. È una trama che parla a tutti, senza distinzione, un po’ tutti possiamo essere i protagonisti di questo libro, e questa idea molto banale che mi sono fatta, mi ha consentito di immergermi meglio nella storia. È chiaro che il tema fondante su cui si regge il romanzo è quello dell’indifferenza, pertanto ho apprezzato molto come l’autore ci offre un quadro più ampio della vista, la quale matura proprio una funzione sociale che determina i sentimenti delle persone. Un bene che noi siamo soliti dare per scontato come l’acqua in realtà Saramago ci fa capire come esso determina le interazioni umane anche quelle più semplici. In questo modo la vista acquisisce un ruolo determinante anche nella formazione delle varie infrastrutture che reggono il nostro tessuto sociale e l’apparato in cui siamo immersi. Questo è un altro motivo per cui ho apprezzato questo libro dato che affronta un tema del tutto sociologico facendomi riflettere su questioni che fino ad ora avevo sottovalutato.
Recensione di “Velati ritratti” di Mena Esposito e Gerardo Novi a cura di Ciro Di Bello
“Lascia che il tepore ti rinsavisca, ti incanti con il suono della tua coscienza”
Delle volte si ha semplicemente bisogno di poesia, di dolci parole che si accompagnano alla tenera scoperta di di scrittori giovani ma di talento. Così ci si perde in una lettura semplice e profonda, che con qualche umile verso comunica qualcosa di più che si è solito leggere nelle classiche prose. Chi mi conosce sa che ho avuto sempre una certa sensibilità verso il talento giovanile anche perché credo molto nel potenziale delle nuove generazioni che spesso vengono sottovalutate e sminuite ingiustamente ma che in realtà sono molto più promettenti di quanto si crede nell’immaginario comune. “Velati ritratti”, appunto, è la prima raccolta di poesie di due giovani under 30, entrambi studenti di lettere alla Federico II, che hanno provato, con poche semplici parole, a raccontare sé stessi.
Di cosa parla il libro
Come ho anticipato, “Velati ritratti” è una raccolta di poesie in cui due ragazzi, Mena Esposito e Gerardo Novi, attraverso la poesia, parlano di alcuni tratti nascosti della propria personalità che si esprimono nella visione e la contemplazione di individui semplici come ad esempio una pittrice, un vecchio, uno scrittore, qualche amica/amico affezionata/o, una persona innamorata ecc. Tratti di sé, che si manifestano in uno sgorgare di emozioni pure e gemmee, in debolezze ma anche in forze e soprattutto in speranze, tutte racchiuse in un turbinio di parole che giocano spensieratamente tra di loro e comunicano più di quanto pronunciano. Ma “Velati ritratti” è anche intreccio, sperimentazione e confronto tra due stili e due modi di fare poesia diversi che però a volte si compensano e rendono la lettura ancora più interessante e curiosa.
Considerazioni personali
“Velati ritratti” è una lettura che è capitata in un momento della mia vita davvero particolare. È un periodo in cui sentivo davvero il bisogno di parole così profonde e umili. Alcune poesie le ho lette ripetutamente, anche più di dieci volte, perché mi hanno trasmesso delle sensazioni piacevoli che hanno toccato alcuni tratti del mio cuore. In effetti è questo che la poesia deve fare, ovvero emozionare, e su questo, almeno con me, sia Gerardo Novi, sia Mena Esposito ci sono riusciti alla grande. Quest’ultima poi ho avuto anche l’onore di conoscerla e di levarmi ulteriori curiosità in merito a questa raccolta di poesie. È un libro che va letto oltre le parole, per questo motivo consiglio di non leggerlo di fretta, di non farsi prendere dal fatto che sono solo poche pagine, che il linguaggio è scorrevole, perché sono poesie che richiedono la loro concentrazione, se le si vuole capire fino in fondo, se si vuole godere del loro potenziale emotivo. Inoltre consiglio vivamente il cartaceo in quanto ci sono delle immagini che aiutano ancora di più a comprendere ciò che gli autori vogliono comunicare. Insomma, davvero una lettura piacevole che suggerisco a tutti.
Recensione di “La tregua” di Primo Levi a cura di Ciro Di Bello
“La nostalgia è una sofferenza fragile e gentile, essenzialmente diversa, più infima, più umana delle altre pene che avevamo sostenuto fino a quel tempo: percosse, fame, terrore, destituzione, malattia”
Salve a tutti e scusatemi per questo lungo periodo di assenza. Finalmente sono riuscito a recensire questo libro intitolato “La tregua” di Primo Levi. A dire il vero l’edizione che vedete nell’immagine contiene sia “Se questo è un uomo” sia “La tregua” del medesimo autore ma, siccome il primo lo lessi quando frequententavo ancora la scuola superiore, ho deciso direttamente di leggere il secondo che ovviamente per me è risultata una storia del tutto nuova. In effetti, trattandosi entrambi i libri di testimonianze autobiografiche dell’autore torinese circa la sua deportazione nel lager di Auschwitz, per tanti anni mi sono chiesto, una volta liberato dal campo di concentramento come abbia fatto Primo Levi a rientrare a casa, e questo libro in effetti mi ha dato la risposta essendo in parole povere una sorta di “sequel” di “Se questo è un uomo”.
Di cosa parla il libro
Primo Levi racconta le difficoltà riscontrate durante il difficile rientro da Auschwitz a casa sua a Torino, iniziato a gennaio del 1945 e terminato nell’ottobre dello stesso anno. Tale ritorno è stato per l’autore tutt’altro che facile dato che in effetti quando Auschwitz è stata liberata dai russi la guerra, seppur agli sgoccioli, non era ancora finita, e di conseguenza tanti equilibri stavano ancora in fase di definizione. Durante questo periodo l’autore conobbe diversi personaggi che si rivelarono emblematici oltre che determinanti ai fini della vicenda raccontata. Ne sono un esempio il greco Mordo Nahum, con il quale l’autore aveva soggiornato per un periodo sia a Cracovia che a Katowice, poi fu la volta del commerciante Cesare, con il quale condivise buona parte del viaggio, e del medico Leonardo che lo aiutò a guarire in diverse circostanze in cui si ammalò. In particolare tale signore, insieme a un dottore di nome Gottileb, aiutarono Primo Levi a riprendersi da un’infezione che lo colpì dopo una partita di calcio con i russi disputata in seguito a dei festeggiamenti per l’ufficialità della loro vittoria della guerra avvenuti nel maggio del 1945. Personalmente sono rimasto molto colpito dall’incontro che l’autore fece a Katowice con una bottegaia berlinese che era sempre stata contraria a Hitler e alla guerra in generale prevedendone i tragici esiti. Tale contrarietà le costò sia la deportazione del marito sia il ritiro della licenza di vendere in Germania, provvedimento inflittole a seguito di una coraggiosa lettera che lei spedì al Führer in persona nella quale lo esortava a desistere dai suoi intenti bellicosi dato che: “…la Germania non poteva vincere contro il mondo, e anche un bambino lo avrebbe capito”. Tali provvedimenti la costrinsero a scappare in Polonia dove, riconosciute le sue coraggiose gesta, le fu consentito subito di aprire una bottega e di conseguenza le fu rilasciata la licenza per vendere. I mesi successivi per l’autore furono ancora più incerti e disorientati. La guerra aveva danneggiato le infrastrutture in buona parte dell’Europa orientale, soprattutto quelle ferroviarie, ostacolando ancora di più il ritorno a casa sua e dei suoi compagni. Per un lungo periodo soggiornarono nella cittadina bielorussa Staryje Doroghi, in una caserma che si chiamava “La casa rossa”. Con loro erano presenti altri millequattrocento italiani. Qui l’autore alloggiò diversi mesi fino a quando nell’Agosto del 1945, dopo uno spettacolo teatrale, gli fu annunciata l’imminente partenza per l’Italia. Saliti su un treno gli ex deportati passarono per paesi come la Romania, l’Ungheria e l’Austria dove a Linz passarono dalla tutela russa a quella americana. Dopo una breve tappa a Monaco il treno si diresse direttamente verso Verona dove l’autore si congedò con i suoi compagni di viaggio e di prigionia. Arrivò a Torino il 19 Ottobre 1945.
Considerazioni personali
Onestamente confesso che per me è stata una lettura impegnativa. Di solito questi classici mi prendono sempre ma Primo Levi secondo me necessita di un briciolo di attenzione in più. Vuoi perché racconta delle vicende davvero forti, vuoi perché dai suoi scritti trapela tutta la sua intima sofferenza. Sia “Se questo è un uomo”, sia “La tregua” sono scritti da una persona che non si è limitata solo a raccontare delle esperienze personali ma a gridare, un po’ come si grida comunemente quando sentiamo dolore inflittoci da una ferita profonda. Questo da un lato diventa un’opportunità perché consente al lettore di immergersi completamente nel racconto e, con la giusta sensibilità, di percepire le emozioni dello scrittore, dall’altro però si trasforma in un limite in quanto non è solo il medesimarsi in un racconto ma anche nella psiche dell’autore/protagonista, e ciò richiede una spiccata sensibilità da parte di chi legge determinati scritti. È un libro che per essere capito fino in fondo necessita di essere letto con calma e soprattutto col cuore cercando di non limitarsi soltanto alle parole scritte.
Recensione di “Se questo è un valzer” di Gianluca Calvino – a cura di Ciro Di Bello
“Il connubio mi solletica il palato e coccola le mie ghiandole salivari, e al contempo mi riporterebbe con la memoria all’infanzia, a quando c’era ancora mio padre con noi, al senso di sicurezza, di benessere che solo una famiglia solida può trasmettere a una bambina”
Delle volte capita di conoscere autori per caso, come quella volta che sono andato a un bookmob organizzato dall’associazione “Libri in circolo” e mi è capitato fra le mani questo libro scritto da Gianluca Calvino. Onorato di aver conosciuto l’autore mi sono perso subito in una piacevole lettura avvincente e divertente allo stesso tempo. Un vero e proprio colpo di fulmine che mi ha indotto a divorare un testo scritto bene dalla trama davvero avvincente.
Di cosa parla il libro
l libro di per sé è un giallo dalla trama molto leggera. Nel cortile dell’Università “L’Orientale” di Napoli viene scoperto il cadavere di un giovane ragazzo nordafricano di nome Jamil Bouda ma soprannominato Vetril per via della sua abitudine insolita a portare sempre con sé un tergicristallo. A dirigere l’indagine c’è un commissario dai modi alquanto originali e poco inclini al politicamente corretto di nome Marcello Orlando, ben assistito però da un team alquanto valoroso. Lentamente si scopre che attorno alla figura di Bouda sono intrecciate, con intensità differenti, le vite di altri personaggi come ad esempio quella di Alessio, un ragazzo vivace che ha la strana abitudine di fare sempre barchette di carta quando si annoia, Camilla, una ragazza che invece senza accorgersene ha l’abitudine di ripetere continuamente le frasi che dice, la sua amica Grazia, Roberto un ragazzo che sembra un tantino interessato a quest’ultima e poi ci sono i due custodi dell’università Marilù Balzano e Augusto Trezza e Padre Riccardo Sacco un prete col passato da pugile che gestisce una specie di casa famiglia per immigrati e tossicodipendenti. In che misura tutti questi personaggi saranno coinvolti nelle indagini?
Considerazioni personali
Come anticipato in precedenza la lettura di questo libro è molto leggera e in alcuni tratti divertente, il che lo rende alquanto distante dai classici gialli che si è soliti leggere con una certa apprensione. Al contempo ho trovato questo stile di scrittura molto piacevole: capitoli brevi e stile colloquiale in prima persona fanno di questo libro una lettura adatta a tutti, anche per chi non è solito prediligere questo genere. L’autore in diversi punti riesce a mettere in risalto le peculiarità di ogni singolo personaggio inducendo il lettore quasi a identificarsi in essi. L’ambientazione poi ha scaturito in me dei bellissimi ricordi facendomi un po’ tornare indietro nel tempo dato che, seppur non sia stato uno studente dell’università l’Orientale, conosco bene le zone dato che il dipartimento di Sociologia dell’Università Federico II che ho frequentato non è poi così distante da essa. Forse un qualcosa che potrei recriminare da questo libro è un contenuto poco incline all’ utilizzo di descrizioni dettagliate dei luoghi, che però in alcuni punti si è anche rivelato opportuno, per il resto è una lettura che consiglio.
Recensione di: “Il diario perduto di Frida Kahlo” di Alexandra Scheiman – a cura di Ciro Di Bello
Secondo me, per vivere bisogna dare sapore alla vita. Io sono malata, eppure non mi perdo d’animo. Non si impara niente, senza dolore.
Salve a tutti, oggi vi parlo di un viaggio che ho fatto, di un qualcosa di metafisico che ho vissuto alla scoperta di un posto e di un personaggio che ho sempre sottovalutato. Chi mi conosce sa che una delle mie debolezze particolari sono sempre stati i romanzi storici e le biografie sulle vite di diversi personaggi: l’anno scorso, in occasione dell’anno dantesco, Matteo Strukul, attraverso la sua famosissima opera intitolata “Dante enigma”, mi trascinò nella Firenze medievale alla scoperta di un Dante Alighieri molto ben lontano dal personaggio che sono soliti presentarci a scuola. Questa volta invece ho radicalmente cambiato aria, sono andato a Città del Messico, precisamente nel villaggio artistico di Coyoacan, alla scoperta di un personaggio che ha caratterizzato la pittura e l’arte moderna, ovvero Frida Kahlo. Ho iniziato a interessarmi di questa celebre pittrice per diversi motivi: innanzitutto è stato sempre un personaggio che ho sottovalutato, che ho sempre visto, in maniera affrettata, distante da me. Poi ammetto che non ho mai avuto un debole per ciò che, soprattutto dalle mie parti, ho sempre percepito come “molto popolare”. Infatti posso dire che Frida Kahlo a Napoli è sempre stato un personaggio molto apprezzato, gradimento che percepivo soprattutto quando frequentavo l’università dove ho conosciuto colleghi e professori che ne nutrivano una profonda stima. L’anno scorso per giunta, nel centralissimo Palazzo Fondi di via Medina, ne fecero una mostra interessante dai riscontri elevati, che per poco non sono andato a vedere, e adesso ammetto di averne il rimpianto. Poi è capitato che di recente, delle persone che stimo, sono state capaci di presentarmi questo personaggio in una nuova prospettiva che ha suscitato in me una profonda curiosità, così quando sono tornato dalle vacanze ho iniziato a incrementare le mie conoscenze su Frida Kahlo imbattendomi in questo bellissimo e-book scritto per giunta da una psicologa che mi ha aiutato ulteriormente a rivalutare la celebre pittrice messicana.
Di cosa parla il libro
È intuitivo pensare che il libro parli semplicemente della biografia di Frida Kahlo, quindi in un certo senso chi conosce la storia di questa pittrice più o meno può immaginare cosa gli aspetta. Pertanto descrivere così “Il diario perduto di Frida Kahlo” mi sembra un po’ troppo riduttivo. Iniziamo ad andare più nel merito del titolo, perché Alexandra Scheiman parla di “Diario perduto di Frida Kahlo” e non semplicemente di “Biografia di Frida Kahlo”? Per scoprirlo bisogna andare proprio all’inizio del libro, dove attraverso l’introduzione, la scrittrice ci racconta di un taccuino perduto con la copertina nera sul quale sembra che Frida Kahlo scrivesse le sue ricette, essendo anche una grande appassionata di cucina. Tale taccuino uscì tra gli oggetti del museo della pittrice messicana e fu esposto per la prima volta durante una mostra dedicata a Frida Kahlo in occasione di uno degli anniversari della sua nascita. Sembrerebbe pertanto che nessuno dei partecipanti a questa mostra vide tale taccuino dato che il giorno della inaugurazione di tale mostra sparì. Non mi sbilancio in merito alla originalità o meno di questa notizia, anche perché quello che sto facendo è semplicemente la descrizione di un libro che ho letto, di conseguenza rimando la responsabilità dell’autenticità di ciò che si scrive nei libri ai loro stessi autori. Ciò che invece tengo a sottolineare è che “Il diario perduto di Frida Kahlo” non è una semplice biografia, bensì anche una specie di romanzo. Come infatti ho accennato nell’introduzione di questa recensione, l’autrice mi ha fatto fare un viaggio, un viaggio in tre dimensioni diverse: nei luoghi geografici dove è vissuta Frida Kahlo descritti quasi perfettamente, nella psicologia della pittrice messicana e nell’epoca in cui è vissuta, a cavallo tra la rivoluzione messicana del 1910, e l’inizio degli anni cinquanta del secolo scorso, periodo in cui Frida Kahlo si spense per sempre dopo anni di lotte intense contro ciò che la Scheiman ha descritto come “la sua madrina”, “la llorona” o più semplicemente la morte. Ciò che ho apprezzato di questo e-book è stato il modo semplice con il quale è stato impostato e tradotto, anche se ammetto che personalmente mi sarei risparmiato le parti finali di ogni capitolo dove sono presenti ricette di Frida Kahlo, anche se forse si potrebbe dire che la scrittrice, attraverso questi elementi, ci abbia voluto comunicare qualcos’altro di questo personaggio. Ho trovato interessante invece la descrizione fatta bene di alcuni elementi chiave della vita di Frida Kahlo: dal suo attivismo politico al suo rapporto con la morte, dalle sofferenze, sia psicologiche sia soprattutto fisiche a cui è stata soggetta, al suo tormentato rapporto col marito Diego Rivera. Attraverso questo libro insomma la Scheiman non ci fa semplicemente una descrizione passiva della vita di Frida Kahlo, che possiamo trovare tranquillamente su internet, bensì ci fa entrare nel mondo di questo personaggio, ci fa respirare gli odori che ha respirato, ci fa vivere insieme a lei le gioie, le passioni e anche le sofferenze che ha vissuto, ci fa camminare per le strade in cui ha camminato, ci fa pensare quello che ha pensato mentre dipingeva i suoi quadri…insomma, è come se ognuno di noi, nel periodo in cui legge questo libro, diventasse concretamente Frida Kahlo, rivivendo esattamente la vita della pittrice messicana.
Considerazioni personali
Sul perché mi sia avvicinato a questo personaggio l’ho già accennato in precedenza, pertanto ciò che vorrei affrontare in questo paragrafo sono diversi elementi che mi fanno identificare e che mi allontanano da Frida Kahlo. Partiamo da ciò che mi avvicina alla pittrice messicana: innanzitutto Frida Kahlo è stata una persona anticonformista come me dalla personalità molto forte, davvero una donna unica, di quelle da scoprire e da apprezzare. Entrambi siamo due persone che hanno sofferto, anche se Frida Kahlo, in più a me, ha subito anche una sofferenza fisica, tanto è vero che è morta giovane, quando aveva circa 50 anni. Dal punto di vista ideologico ho apprezzato molto ciò che di Frida definirei “femminismo paritario”, ovvero il tener testa completamente ai suoi partner, in particolare a suo marito, senza provare ad esercitare un “dominio ribaltato” ma rispettando semplicemente le proprie libertà e individualità. Se da un lato ci sono tanti elementi che mi hanno avvicinato a questa scrittrice, al contempo, di tante differenze tra me e lei ne ho avuto purtroppo una certa conferma, e per quanto la abbia rivalutata come persona, su altre cose purtroppo confesso ancora alcune mie difficoltà nel capirla fino in fondo. Una di queste grosse difficoltà si concentra ad esempio proprio circa il suo rapporto turbolento col marito, Diego Rivera, rapporto che per certi aspetti mi è sembrato più sbilanciato di quanto possa apparire, basato maggiormente sulla stima che sull’amore, anche se c’è da riconoscere che non è da tutti perdonare quei numerosi tradimenti. Diciamo che sono stati una coppia davvero particolare, che, come tutte le coppie, va capita fino in fondo, e forse solo i defunti coniugi Rivera possono esserne consapevoli al 100%, al di là di ogni biografia o romanzo che si possa scrivere su di loro. Il parere invece su come è impostato il libro l’ho già espresso nella descrizione della trama e posso concludere che di questa lettura ne resterà una piacevole scoperta di un personaggio che per me si è rivelato una vera sorpresa, felice di averla conosciuta da un altro punto di vista, e forse non potevo farlo in maniera migliore se non attraverso la lettura di un romanzo biografico eseguito da una scrittrice psicologa.
Recensione di “La casa delle voci” di Donato Carrisi – a cura di Ciro Di Bello
“Con un figlio puoi permetterti qualsiasi egoismo, basta che lo chiami amore”
Ogni tanto nella vita viene voglia di uscire un po’ dalla propria zona di comfort, così sono tornato su un genere letterario che, per quanto in passato già qualche libro ho avuto modo di affrontare, questa volta mi è venuta la voglia di ritornare su tali tipologie testuali che sono solito leggere con una frequenza contenuta. Ed è quello che mi è capitato di immergermi in questo accattivante giallo psicologico scritto da Donato Carrisi il quale come al solito si è rivelato una garanzia. Edito da Tea, in “La casa delle voci” sono racchiuse tematiche alquanto delicate che però l’autore ha affrontato col suo solito stile favorendo comunque una lettura leggera e piacevole, che arricchisce il proprio bagaglio culturale.
Di cosa parla il libro
Pietro Gerber è uno psicologo infantile che collabora con il tribunale dei minori per far ricavare, dalla memoria dei suoi pazienti, indizi importanti che si possono rivelare utili ai magistrati e ai poliziotti per le diverse indagini. La sua tecnica più utilizzata è l’ipnosi, strumento che gli insegnò stesso suo padre, il Signor B, psicologo infantile come lui, con il quale però non ha mai avuto un rapporto idilliaco. Un giorno una sua collega australiana lo telefona e lo avvisa dell’arrivo di una paziente particolare di nome Hanna Hall. La particolarità di questa paziente è che non è più una bambina bensì un adulta che però conserva dentro di sé un ricordo nefasto della sua infanzia in cui si vede protagonista dell’omicidio di un suo presunto fratello di nome Ado. Iniziano così una serie di vicende in cui lentamente Pietro Gerber scoprirà che la storia di Hanna Hall è molto più intrecciata con la sua di quanto si possa immaginare, quale sarà il motivo?
Considerazioni personali
Con Donato Carrisi non mi sono mai sbagliato, le aspettative che avevo su questo libro sono state ampiamente rispettate. Linguaggio semplice e capitoli corti rendono piacevole la lettura di un giallo di circa 400 pagine, confermando la mia teoria secondo la quale un libro scritto bene non ti fa accorgere della sua lunghezza. Inoltre di questo romanzo ho apprezzato anche come il Carrisi spazia fra diversi temi delicati sulla base di un thriller psicologico che aiuta in parte anche il lettore a riscoprire il bambino che è in lui. Su questi presupposti la mia opinione deve per forza essere positiva, in quanto, al di là del genere di letterario che leggo con poca frequenza, in termini di strutturazione e stile con il Carrisi mi sento in perfetta sintonia.
(Recensione di “L’amore a due passi” di Catena Fiorello)
A cura di Ciro Di Bello
“L’amore per sempre esiste, ma è difficile. Raro e ineffabile. Ed è concesso a pochi eletti. L’amore è una partita che non tutti riescono a vincere.”
L’estate, come ben si sa, è un periodo di viaggi, avventure e sogni. Un periodo in cui le città si svuotano perché la gente parte alla volta di aree costiere e montane per vivere giorni magici e di totale relax. Ed è proprio di giorni magici che ci parla questo romance di Catena Fiorello, giorni intrisi di un viaggio che cambierà il destino di una coppia di anziani che lentamente si immergeranno nell’avventura bellissima di un amore senza età.
Di cosa parla il libro
Orlando e Marilena sono due anziani vedovi che abitano nello stesso condominio a Roma in Via Mancini numero 8. Orlando è da tempo ossessionato da Marilena, e prova in tutti i modi ad avvicinarla. Saranno due allarmi scattati nel cuore della notte a convincere Marilena ad accettare l’invito di Orlando a seguirlo in una bellissima vacanza in Salento, dove vivranno momenti magici insieme assaporando le gioie che li trasmettono sentimenti che entrambi credevano di non essere in grado di provare più.
Considerazioni personali
Catena Fiorello ci immerge in un viaggio bellissimo in una zona tra le più belle d’Italia. Un libro molto dettagliato ricco di storia e di cultura, sullo sfondo di una storia d’amore particolare. Pertanto ho trovato il linguaggio leggermente un po’ sofisticato per un libro simile, ed inoltre, alcune descrizioni di determinati eventi, le ho viste un po’ troppo fantasiose. Ecco perché ho trovato il libro un tantino più impegnativo di quanto mi aspettassi anche se comunque direi che superi la sufficienza.
Salve a tutti, come ben sapete in questo blog sono solito parlare di libri. Ogni tanto però mi piace condividere una parte di me con il mondo. Innanzitutto, come voi ben sapete, io mi chiamo Ciro, sono di Napoli e sono nato verso la fine degli anni 80. Sono un over 30 e faccio parte di una generazione a cavallo tra quelle che definirei “semplici” dei nostri genitori/nonni, e quella “tecnologica” dei nostri figli/nipoti. Faccio parte di una generazione che ha maneggiato i primi prototipi di dispositivi tascabili atti a riprodurre musica, dai Walkman di musicassette e CD agli iPod, fino ad arrivare ad oggi al famigerato Spotify. Faccio parte di una generazione che i cellulari li ha avuti quando erano adolescenti, più o meno l’età media in cui si regalavano era circa 14 anni, all’inizio si trattava di modelli che a stento telefonavano e mandavano sms, ma maneggiati in mani sbagliate potevano produrre divertentissimi ma costosi scherzi telefonici. Poi arrivò lui: il Nokia 3310 che con il suo popolarissimo gioco “Snake” diede il LA all’avvento di ciò che io chiamo “cellulari multitasking”, ovvero di dispositivi che fanno quasi tutto, che presto sarebbero diventati “Smartphone” (o “IPhone”, come preferite). All’epoca sia un sms, sia una telefonata costavano, e anche abbastanza. Non tutti avevamo lo stesso operatore, in fondo come oggi, ma all’epoca questo piccolo dettaglio faceva una grossa differenza nelle tariffe telefoniche. Ogni tanto le compagnie facevano promozioni speciali nelle quali, pagando qualche piccola cifretta in più, venivano venduti un tot determinato di minuti ed sms (il numero preciso dipendeva dalla compagnia telefonica e dal tipo di promozione). La più famosa è passata alla storia con il nome di “Summer Card” e da queste parti la faceva la Omnitel, promuovendola con pubblicità assillanti che iniziavano ad essere proiettate in televisione quasi già dal mese di Aprile. Non era difficile restare senza credito telefonico, e in tale evenienza si poteva solo ricevere telefonate, non eseguirle. Quando poi sono arrivati i primi cellulari con le connessioni dati, guai ad attivarle, si restava prosciugati e indebitati. Ecco perché per un periodo, per mantenere i nostri contatti vivi, soprattutto quando ci allontanavamo, inventammo un diversivo, che secondo me è rimasto uno dei gesti più romantici e incoraggianti della storia della telefonia: lo squillo.
Quando ci squillavamo
Nel 90% dei casi si squillava semplicemente una persona che ci suscitava interesse, o banalmente la/il propria/o partner. Ma dire che lo squillo era una prerogativa solo delle persone innamorate secondo me rende miope il ricordo di questo bellissimo atto. Sì perché in realtà ci si squillava anche fra amici, soprattutto dopo essersi visti dopo una partita di calcio, dopo una vacanza, o dopo una birra al bar.
Cosa significava squillarsi
Il messaggio principale era chiaro: “Ti sto pensando”, ma in realtà era un gesto che diceva molto di più. Era consapevolezza di essere apprezzati da qualcuno, era spirito di iniziativa (oggi non riesco a vedere Tizio/a, sai cosa faccio? Lo squillo, così gli/le farà piacere), era entusiasmo che riempiva il cuore, soprattutto quando si riceveva quel gesto o semplicemente quando veniva ricambiato. Lo squillo non parlava ma agiva dentro i nostri cuori, dentro le nostre menti, ci aiutava davvero ad essere persone migliori e soprattutto era un gesto sociale che il più delle volte faceva nascere un forte senso di appartenenza.
Perché oggi non ci si squilla più
Oggi è diventato tutto più facile: abbiamo tariffe fisse per i cellulari dove è quasi impossibile restare senza minuti, sms e soprattutto giga. Se pensiamo a una persona la chiamiamo direttamente, o le inviamo un messaggio, tanto nel 90% dei casi sono illimitati, e seppure gli sms ci costano o addirittura non li usiamo più, corrono in nostro soccorso WhatsApp e Telegram, per non dire dei Direct di Instagram e di Messenger di Facebook. Tutto è diventato più facile, ma tutto è diventato meno magico. Potendo infatti parlare liberamente con una persona che stiamo pensando siamo diventati scontati. Con lo squillo non era così, perché un semplice “Ti sto pensando” parlava più di mille parole, ci consentiva di immaginare quella persona come e dove ci stava pensando, e soprattutto perché le eravamo venuti in mente. Qualche volta ci si squillava anche solo per dire “sono arrivato a casa”, e, distratti iniziavamo una cantilena di squilli eseguiti e ricambiati rigorosamente con suoneria alta e senza vibrazione che durava fino a tarda notte, al punto che sono innumerevoli le volte in cui i nostri genitori ci hanno ripreso perché volevano dormire. C’è gente che preferiva pagare ai figli la telefonata pur di farli smettere di squillarsi con gli amici/fidanzate, e quando la persona che squillavamo ci telefonava, il nostro cuore batteva forte, e ci saliva l’ansia, perché oltre a sentire la voce di una persona che volevamo bene, sapevamo che il tempo a nostra disposizione era poco, perché stare al telefono costava, e il credito era sempre poco.
Cos’ha significato per me lo squillo
Cari amici, per me questa è stata magia pura, è stato davvero sognare ad occhi aperti. Se solo ci penso mi vengono ancora i brividi pensando a tempi che, purtroppo, non torneranno più, perché tante cose adesso sono diventate obsolete date le moderne tariffe telefoniche che ti concedono tutto a pochi euro al mese. Che senso ha squillare Tizio/a e stare fino alle due e più di notte con lui/lei a telefono se posso liberamente telefonarlo e magari non pago nemmeno niente? Che senso ha squillarlo se posso scrivergli un messaggio che non mi costa nulla? Oggi è tutto così scontato. Eppure io farei tornare lo squillo di moda. In passato ci ho provato eseguendolo solo fra pochi intimi, e si rivelò davvero un gesto molto incoraggiante oltre che magico. Non mi piace dire frasi del tipo: “Ma che ne sanno le nuove generazioni?” I ragazzi di oggi non sono stupidi, semplicemente vivono il loro tempo, come noi abbiamo vissuto il nostro e come i nostri genitori hanno vissuto il loro. Pertanto spero che in un modo o in un altro prima o poi anch’essi possano vivere la stessa magia che abbiamo vissuto noi attraverso determinati umili gesti, ma che valevano molto, cui la loro magia nessuna nuova tariffa telefonica potrà restituirci.
(Recensione di “Fino a che punto” di Daniele Canepa)
A cura di Ciro Di Bello
“Avvisare i ragazzi delle difficoltà e dei pericoli che li aspettano non vuol dire scoraggiarli o spegnere sul nascere le legittime aspirazioni. Al contrario, in linea con quanto ospitato dal quarto principio della Convenzione sui diritti dell’infanzia, significa aiutarli a decidere in maniera più saggia, a chiedersi se il percorso che vogliono intraprendere è realmente quello più adatto alla loro vita e, in ogni caso, a tenersi sempre aperte delle valide alternative”
Ah quanto è bello praticare sport. Oltre a misurarci ci mette spesso in contatto con noi stessi facendoci riscoprire le nostre qualità più nascoste che vengono alla luce nell’esecuzione di movimenti atletici immergendoci in un mare di soddisfazioni. Purtroppo non sempre però lo sport è sinonimo di agonismo, spirito di squadra, misurazione delle nostre qualità fisiche e soprattutto inclusione. In questi tempi di calciomercato ad esempio può trasformarsi in una occasione ghiotta per tanti loschi figuri che si servono di questo strumento per promuovere una nuova forma di schiavitù e di tratta di esseri umani poco conosciuta, che Daniele Canepa ci presenta come “Football Trafficking”.
Di cosa parla il libro
In merito alla trama di questo libro Canepa ci mostra un po’ i processi che portano a trasferimenti farlocchi di giovani esseri umani i quali vengono contattati da presunti intermediari che fanno leva sui loro sogni e sul loro desiderio di scalare le vette sociali trasferendosi in paesi in cui si vive in maniera piegata. Purtroppo una volta approdati in tali paesi, i medesimi vengono lasciati a loro stessi abbandonati in una nazione nuova in cui non conoscono nessuno diventando facile preda di ulteriori persone losche. Qualcuno in qualche modo riesce a tornare a casa, altri hanno la fortuna di trovare amici o associazioni apposite intraprendendo altri tipi di carriere, altri invece purtroppo diventano vittime di loro stessi. Ciò che Canepa ci tiene a sottolineare è che questo fenomeno non riguarda solo il calcio ma anche altri tipi di sport fra cui il basket, il baseball e addirittura l’atletica leggera, e non sempre è l’Europa ad essere la metà ambita ma anche altri luoghi fra cui persino l’estremo oriente.
Considerazioni personali
Di solito quando penso al calcio difficilmente mi viene da immaginare cosa ci sia “dietro le quinte”, soprattutto se si tratta di determinati fenomeni. Daniele Canepa mi ha aperto un mondo di cui prima non ne ero consapevole, e la cosa che ho apprezzato molto è che non lo ha fatto solo parlando di calcio, ma ha esteso il discorso alla maggior parte degli sport. D’altro canto questi si rivelano per molti adolescenti sinonimi di sogni e di speranze, nelle quali poter riporre tutte le loro fragilità e vulnerabilità. Personalmente ho conosciuto persone che non sono riuscite a realizzare il proprio sogno sportivo, e infatti ho apprezzato molto come il Canepa suggerisse vivamente agli adolescenti di tenere sempre un “Piano B”. Pertanto il libro di per sé è un libro di denuncia che può essere apprezzato o meno, il linguaggio l’ho trovato un po’ sofisticato, anche se per alcuni tratti si percepisce lo sforzo dell’autore nel provare ad essere più chiaro possibile rivolgendosi a un pubblico ampio. Direi che il progetto e il tema meritano molto ma al contempo sappiate che state leggendo un saggio, quindi, nonostante sia solo di 150 pagine comunque è un libro che richiede la sua attenzione.
(Recensione dei saggi “Il Fascismo Eterno” e “Costruire il Nemico” di Umberto Eco) A cura di Luigi Romano
Ogni qual volta un politico getta dubbi sulla legittimità del parlamento perché non rappresenta più la “voce del popolo”, possiamo sentire l’odore di Ur-Fascismo
Umberto Eco è considerato il più importante filosofo italiano degli ultimi decenni, la sua morte, avvenuta nel 2016, non ha fatto sparire il suo pensiero, ma anzi ne ha accresciuto ulteriormente il suo valore rendendolo eterno. La grandezza di un filosofo la si misura proprio nella durata delle sue idee, ancora oggi la saggezza di Socrate o Platone è unanimemente riconosciuta nonostante siano passati ben oltre due millenni dalla loro morte. Così come i due illustri pensatori greci anche il filosofo piemontese ci ha lasciato in eredità numerosi scritti; qui andrò a recensire il conosciutissimo e ciclicamente ripreso (l’ultima volta dopo lo scoppio della guerra fra Russia e Ucraina) “Fascismo Eterno”, saggio del 25 aprile 1995 che trascrive l’intervento di Umberto Eco alla Columbia University, e l’altro saggio, secondo me complementare, “Costruire il Nemico” pronunciato all’Università di Bologna il 15 maggio 2008. Reputo i due saggi complementari in quanto nella lista da quattordici punti sulle caratteristiche fondamentali del Fascismo Eterno (Eco utilizza anche il termine Ur-Fascismo dove l’Ur tedesco si traduce in italiano con primordiale) la costruzione del nemico, sia interno che esterno, è un punto fondamentale se non il più importante in senso assoluto. Tuttavia non è spiegato il come si costruisca un nemico e nemmeno il perché sia storicamente così importante per l’identità nazionalista; nel secondo saggio tutto questo viene ben espletato e per questo motivo consiglio la lettura di entrambi i testi, per di più messi insieme superano di poco le 100 pagine.
Di cosa parlano i libri
Con il “Fascismo Eterno” Umberto Eco evidenzia quelli che, a suo parere, sono considerati i quattordici punti fondamentali su cui il fascismo si fonda. È bene tener a mente come il comunismo e il nazismo siano totalitarismi ben definiti, e quindi non esportabili in altri contesti, poiché sono radicati nei luoghi in cui sono nati; il fascismo invece ha una grossa mancanza, il testo filosofico di riferimento, e per questo motivo Eco lo definisce un totalitarismo imperfetto. Questa sua imperfezione lo rende però esportabile, e con questo saggio il filosofo piemontese vuole metterci in guardia da un suo possibile ritorno. Nell’altro saggio, “Costruire il Nemico”, si parla dell’importanza storica che ha la figura del nemico nel cementificare il nazionalismo, si passerà dalla donna strega alla figura dello straniero, dagli ebrei alla popolazione nera. Il diverso fa paura e su questa paura il nazionalismo costruisce la sua pietra angolare.
Considerazioni personali
Per quanto riguarda le mie considerazioni personali ho da fare una premessa: l’ideologia di Eco è stata ampiamente ripresa da moltissimi altri studiosi, per cui questi scritti mi hanno si arricchito, ma fino ad un certo punto; sia nell’antidoto al nemico, sia nei quattordici punti ci ho ritrovato molto di già letto, e questo non può non influire nella mia valutazione. Restano due saggi altamente consigliati, soprattutto se si vuole comprendere alcune dinamiche tipiche dei regimi totalitari come quello russo o cinese, tuttavia se cercate qualcosa di innovativo, allora non sono questi i testi giusti da leggere.
(Recensione del libro “Il cuore è un organo” di Francesca Michielin) A cura di Ciro Di Bello
“Qualsiasi sia la tua strada, traccia il tuo percorso. È tuo e puoi segnarlo solo tu. L’esperienza è sorella dell’errore. La nostra vita non è una collezione di vicende entusiasmanti, la nostra vita è un grande tentativo”
Salve a tutti, finalmente ho trovato un po’ di tempo per parlarvi di questo libro. Avrei molte cose da dirvi però gradirei innanzitutto fare una piccola precisazione su ciò che sto per scrivere, in quanto questa volta più che di recensione preferirei parlare di commento, essendo onestamente uno dei più grandi fan e stimatori dell’autrice. Per tale motivo confesso di avere una certa difficoltà ad esprimere un parere imparziale su un’opera del genere che confesso aspettavo da tempo dato che Francesca Michielin ha sempre avuto delle spiccate abilità nella redazione di testi. Me ne sono accorto già da diversi anni, precisamente da quando ho iniziato a leggere il suo blog. Non mi sorprende che, anche nel campo musicale, lei più che una cantante si definisce una cantautrice, ed in più, oltre a scrivere canzoni e gestire un blog, conduce anche un bellissimo podcast su Spotify. La sua cultura classica inoltre ha contribuito nel farle sviluppare le sue spiccate abilità di scrittura di testi rendendola una persona che le parole le sa ampiamente usare, e questo libro ne è una conferma. È da tempo che sostengo che a un’artista del genere, con un percorso formativo e professionale simile, solo un libro mancava, e finalmente il mese di Gennaio ho avuto la bella notizia della pubblicazione di “Il cuore è un organo”, uno dei libri che ho fatto di tutto per non finire talmente che mi è piaciuto.
Di cosa parla il libro
E se la persona della quale siete innamorati in realtà non è come pensate? E se il mondo nel quale siete immersi presenta tante sfumature che non avete mai considerato? Ecco, in queste due domande si può riassumere la trama di “Il cuore è un organo”, una storia tutta al femminile, fatta di sentimenti, riflessioni e…cuore. Verde è una nota cantante ventenne che prima dell’inizio di uno dei suoi concerti viene a sapere che la sua cara amica Anna è morta. Sconvolta esegue il concerto con sufficienza, nonostante il sostegno del suo fidanzato Claudio e del suo team composto da Jasmine e Sandra. C’è da dire che, ironia della sorte, il concerto avviene nel paese natale della sua amica defunta. Nel corso della storia si scopre lentamente che Verde nutre per Anna qualcosa in più di un semplice sentimento di amicizia. Immersa infatti in una carriera musicale nata per caso, in una storia d’amore che non la soddisfa, e in un’infatuazione che, soprattutto in un momento simile non le toglie il respiro, Verde partecipa al funerale della sua amica quando, in un clima di discrezione, imbarazzo ma anche di ipocrisia, prima della comunione nota una strana donna di nome Regina che si avvicina all’organo e suona, guarda caso, il “Padre Nostro” di Kedrov, unica preghiera e melodia cristiana gradita dalla sua amica estinta. Chi sarà mai questa donna e che genere di rapporto aveva con la sua amica Anna? “Il cuore è un organo” sostanzialmente parla di tre donne, molto diverse fra loro, ma accomunate da un’unica passione, quella per la musica.
Considerazioni personali
Questo libro sembra essere indovinato per il periodo che sto vivendo. È chiaro che, il fatto che sia stato scritto dalla mia cantautrice preferita mi abbia dato una motivazione in più a leggerlo. Nutro davvero difficoltà a trovare dei limiti in questo testo, se forse volessi sforzarmi, potrei dire che considero troppo scontata la parte in cui Regina riesce a convincere Sandra a trattenere Verde ancora un po’ da lei, (è chiaro che non vi spoilero le modalità) ma per il resto devo dire che ho avuto parecchie conferme circa le abilità di scrittura della Michielin. Al di là della mia personale difficile imparzialità mi è capitato di leggere che buona parte delle recensioni di questo libro sono tutte positive, e credo che la cosa confermi come la Michielin davvero in questo libro ci abbia messo tutta sé stessa, scrivendolo appunto con il cuore. Ho avuto modo di partecipare alla presentazione di questa opera quando è venuta a Napoli e anche lì, a seguito di una serie di domande che le sono state poste, è emerso il suo intento (al quanto pare ben riuscito), di parlare un po’ al cuore di tutti, di far capire al mondo quanto sia difficile per una donna ancora oggi essere sé stessa, nella sua unicità e nella sua irripetibilità e soprattutto nella sua indipendenza. Siamo ancora legati a una cultura semi – patriarcale secondo la quale le donne devono per forza seguire un determinato modello preordinato, dove chi esce un po’ da certi canoni viene subito stigmatizzato e umiliato. Con questo libro Francesca Michielin attacca completamente tale impostazione presentandoci tre personaggi femminili diversi con le loro imperfezioni, le loro fragilità e soprattutto con i loro sentimenti. In un contesto simile anche una cantante famosa come Verde acquisisce una connotazione sempre più umana, fatta di un universo di fragilità, di ansie, di dolori, di vuoti al petto, e non è da meno Anna, una donna che si arma di uno spiccato anticonformismo che le serve per nascondere le sue insicurezze, così come è altrettanto umana Regina che dopo aver raggiunto l’apice del successo decide di ritirarsi dai riflettori per distanziarsi da un mondo dove l’apparenza conta più dell’essenza e della qualità. Non è un caso che in questo contesto tutti i personaggi maschili hanno ruoli marginali. Ma in “Il cuore è un organo” Francesca Michielin parla anche del suo mondo, del suo ambiente, del suo contesto, fatto di musica, concerti, interviste e popolarità. Un mondo che presenta spesso diverse contraddizioni che l’autrice non si risparmia dal commentarle ed esporre il suo punto di vista. Un libro che ha davvero molto da comunicare, e che per capirlo fino in fondo bisogna leggerlo con il cuore.
(Recensione del libro “Come si dice addio” di Federica Manzon)
A cura di Ciro Di Bello
“Io penso che alla fine siamo tutti dentro una specie di cornice scenica…È solo questo che ci fa innamorare, se ci trovassimo in un’altra cornice non sarebbe così.”
Sole, mare, caldo, nuove amicizie e avventure. Sono questi gli ingredienti che Federica Manzon ha utilizzato per scrivere il suo romanzo di esordio. Una serie di elementi che si mescolano in maniera dirompente nella vita dei protagonisti, immersi in un progetto europeo, sullo sfondo incantevole di una cittadina costiera della penisola ellenica che fa venire voglia di estate.
Di cosa parla il libro
Il libro racconta la storia di un gruppo di giovani ragazzi che partecipa a un progetto europeo professionalizzante che però si tiene in Grecia. Ognuno di loro ha delle aspettative da questo progetto che però si rivela meno promettente delle aspettative. Corsi di lingua greca, incarichi di dubbia utilità, iniziative micro politiche fittizie scandiranno le giornate dei protagonisti che si ritroveranno presto a fare i conti con loro stessi, in particolare con le loro questioni rimaste in sospeso, che si ripresenteranno in forme diverse in quel paese straniero che loro credevano li tenesse al sicuro, almeno per qualche mese.
Considerazioni personali
Il libro di per sé non è male, le descrizioni sono fatte bene ed inoltre appare molto realistico. In alcuni punti sono riuscito ad immergermi negli sfondi descritti dall’autrice, altrove invece ammettto purtroppo di essermi perso. Inoltre mi aspettavo qualcosina in più nel finale. Per il resto come storia penso che almeno la sufficienza la meriti.
(Recensione del libro “Il caffè sospeso” di Luciano De Crescenzo)
A cura di: Ciro Di Bello
“La povertà del futuro sarà l’ignoranza, e le differenze sociali degli anni a venire saranno stabilite, più che dal denaro, dalla cultura di chi sa qualcosa e di chi non sa niente”
Mesi fa fui contattato da una mia amica la quale mi chiese dei consigli sui libri di Luciano De Crescenzo. Imbarazzato non seppi come aiutarla dato che io, di questo filosofo, a stento avevo sentito parlare del libro che sto recensendo, oltre che aver visto alcuni suoi celebri film come ad esempio “Così parlò Bellavista” e “32 Dicembre”. Così, sotto esortazione della mia amica, ho deciso di recuperare correndo in libreria e, ironia della sorte, trovando poggiato sul primo scaffale che mi è capitato sotto tiro “Il caffè sospeso”, come se stesse aspettando proprio me. Sono sincero, era un periodo che i saggi li avevo un po’ accantonati per dedicarmi a letture “meno impegnative”. Ebbene con Luciano De Crescenzo ho dovuto ricredermi.
Di cosa parla il libro
Il libro a dire il vero non ha una trama vera e propria: esso consiste in una raccolta di aneddoti ed episodi della vita del filosofo napoletano accompagnati anche da qualche racconto metaforico in cui l’autore immagina degli ipotetici dialoghi tra importanti filosofi e poeti in particolare dell’antica Grecia. Il titolo del libro è ispirato a una simpatica usanza napoletana consistente nel pagare un caffè in più quando si va al bar, offrendolo al mondo, magari dopo che è successo qualcosa di positivo che suscita gratitudine. All’interno di questo libro Luciano De Crescenzo delizia il lettore con delle pillole di saggezza dando dei preziosi suggerimenti utilissimi anche per capire meglio il mondo attuale. Molti dei suoi messaggi, a mio modesto avviso infatti, possono definirsi senza tempo e non è un caso che il celebre filosofo e ingegnere napoletano sia uno degli esponenti culturali più celebri e apprezzati che abbiano mai vissuto in Italia.
Considerazioni personali
Ammetto che all’inizio avevo un po’ di pregiudizi su questo libro ma è bastata una pagina che Luciano De Crescenzo subito me li ha cancellati. Il linguaggio utilizzato è molto semplice e chiaro segnale che l’autore si è voluto rivolgere a tutti, e forse questo è proprio tipico della personalità del De Crescenzo che si è manifestata anche in film come “Così parlò Bellavista” e “32 Dicembre”. Mettiamola su questo piano: quello che era nei film lo era anche nei suoi libri, e aver scoperto questa sua caratteristica me lo ha fatto apprezzare ancora di più. In parecchie occasioni vengono raccontati anche aneddoti divertenti rendendo la lettura ulteriormente più piacevole, ma guai a banalizzare il messaggio di De Crescenzo perché tra una risata e l’altra egli ci offre anche l’opportunità di ricavare un insegnamento di vita prezioso. Una lettura piacevole oltre che una vera e propria sorpresa. Meno male che ogni tanto ascolto i consigli dei miei amici.
(Recensione del libro “Homo Deus” di Yuval Noah Harari) A cura di Luigi Romano
Dopo aver sconfitto le carestie, le pestilenze e le guerre, riuscirà l’uomo a trascendere la sua natura umana e a diventare Dio?
Quando sento dire che nessuno si sarebbe mai potuto aspettare una pandemia storco un po’ il naso. Studiosi come Harari l’avevano ampiamente prevista già nel 2014 così come aveva previsto che saremmo riusciti a contenerla senza arrivare alle enormi morti delle precedenti pandemie; tuttavia, nel capitolo introduttivo di questo libro è ben segnalato che una pandemia non si debella in un anno o due ma che la sua sconfitta richieda più tempo. Questo è soltanto uno dei tanti argomenti che si imparano leggendo Homo Deus, il secondo libro della trilogia sull’umanità scritto da Yuval Noah Harari lo storico israeliano che ha avuto un enorme successo planetario nell’ultimo decennio, tanto da esser diventato un’autorevole fonte interpellata dalle più importanti personalità del nostro tempo, da Joe Biden a Bill Clinton. Il primo libro, Sapiens, non mi ha mai incuriosito troppo, al contrario invece degli altri due. In questa recensione andrò a spulciare il volume centrale, un autentico capolavoro che riesce a far attivare il cervello come solo pochissimi libri riescono a fare. Harari è un maestro nel mischiare con sapienza la storia, l’antropologia, la sociologia, l’economia, la psicologia, la medicina e la biologia creando un mix culturale unico. Ma ciò che davvero mi ha stupito è il come riesca a tenere il tutto insieme con un percorso logico/lineare che non può far altro che annoverare questo libro ad autentico masterpiece.
Di cosa parla il libro
Homo Deus parla di moltissime cose, ma il filone principale si basa sulla sua teoria dell’evoluzione dell’umanità, che non può non passare per l’istituzione “religione” (con molta attenzione a quest’ultimo concetto in quanto lo storico israeliano considera anche il liberalismo e il comunismo come religioni). Sintetizzando molto potremmo annoverare in tre i periodi descritti dall’autore: il periodo dell’umanità guidata dalle Sacre Scritture, il periodo illuministico dove la nuova religione dominante è l’Umanesimo (è il come l’Umanesimo si fonda con le religioni classiche è una delle intuizioni più illuminanti di Harari), e infine una breve parentesi sulla nuova fase che sta subentrando, il datismo, ovvero la venerazione dei dati e dei suoi algoritmi. Lungo le oltre 650 pagine di questo libro Harari riuscirà a parlarci di liberalismo e socialismo, di marxismo e di evoluzionismo, senza dimenticare il campo elettromagnetico e il flusso di coscienza, creando appunto un gran mix di materie come spiegavo nel paragrafo precedente.
Considerazioni personali
Davanti ad un libro simile è difficile non essere entusiasti, non è un testo universitario, eppure il numero di nozioni che si apprendono è molto simile; e in più si ha la possibilità di riuscire ad imparare da più campi scientifici senza essere costretti a soffermarsi soltanto su pochi argomenti come capita nei libri universitari. Sempre ricco di dati e di fonti questo è un libro imprescindibile per chi vuole comprendere meglio il mondo in cui viviamo e il come si è arrivati a questo punto; sull’ultima parte avrei qualche reticenza nell’accettare in toto le conseguenze del datismo, sebbene sia innegabile come il contesto scientifico stia andando nella direzione prevista dallo storico israeliano, ovvero quella di avere un paradigma universale fondato sui dati, proprio a tutte le scienze del sapere. In definitiva è difficile non consigliare ad occhi chiusi questo libro; ma in assoluto tutta la trilogia andrebbe letta, anche soltanto per avere un parere personale su un autore che ormai viene assunto a guida di tutto un mondo basato sulle ideologie cosmopolite e neoliberiste, sebbene lui stesso abbia dichiarato di odiare queste etichette.
(Recensione di “La svastica sul sole” di Philip K. Dick)
“È un mondo psicotico, quello in cui viviamo. I pazzi sono al potere. Da quanto tempo lo sappiamo? Da quanto tempo affrontiamo questa realtà? E… quanti di noi lo sanno?”
Nel giorno del secondo compleanno di Leggo_per ripartiamo con la recensione di un libro davvero particolare. Lo ammetto, ci sono cascato di nuovo, ho letto di ancora una sorta di libro storico. Dico una sorta perché, come molti ben sanno, quella de “La svastica sul sole” non è proprio storia ma ucronia, ovvero quella branca della suddetta materia in cui ci si immagina il mondo in cui determinati eventi storici sono andati in un altro modo. In questo caso Philip Dick ha immaginato come sarebbe il mondo se la Seconda Guerra Mondiale l’avessero vinta le potenze dell’asse ovvero Germania, Italia e Giappone. L’autore di per sé già lo conoscevo ma il libro ne ho sentito molto parlare tramite altre book page e altri profili che parlano di libri.
Trama
La trama è ambientata nella patria di Philip Dick ovvero gli Stati Uniti. L’autore immagina il territorio statunitense diviso in quattro parti: gli stati occidentali denominati “Stati americani del Pacifico” che sono controllati dal Giappone. Al centro c’è un’ampia fetta di stati centrali nominati “Stati delle montagne rocciose” che fungono da “cuscinetto” tra gli “Stati Uniti D’America” (nel nord est) e lo stato fantoccio del “Sud” (a sud est) entrambi controllati dalla Germania. Interessante è stato riscoprire come questa divisione territoriale in effetti assomiglia un po’ alla divisione della Germania post bellica. L’inizio della storia alternativa di La svastica sul sole, dove si concentra il punto di divergenza dalla storia reale, è stato l’attentato a Franklin Delano Roosevelt nel 1933 ad opera di Giuseppe Zangara. L’autore in questo libro immagina il successo di quell’attentato che porterà di conseguenza all’assassinio del 32° Presidente degli Stati Uniti e la vittoria della guerra a favore delle potenze dell’Asse avvenuta, secondo la trama del libro, nel 1947. Per non tirarla per le lunghe faccio un breve excursus sui singoli personaggi del libro cercando di riassumere meglio anche la stessa trama che è bella ricca e corposa. Cominciamo da Robert Childan, il proprietario di un negozio di manufatti americani che vanta la collaborazione con clienti anche facoltosi come ad esempio il funzionario giapponese Nobosuke Tagomi, incaricato dal governo Imperiale di ottenere una considerevole fornitura di stampi a iniezione che avrebbe aiutato i nipponici nella corsa ai viaggi interplanetari sui quali la Germania nazista, in questo universo alternativo, sarebbe stata molto in vantaggio rispetto al Giappone. Per tale scopo, il Signor Tagomi, si incontrerà con il Signor Baynes, un importante imprenditore svedese che si scoprirà essere in seguito un agente del controspionaggio navale del Reich, il cui vero nome è Rudolf Wegener. Un altro personaggio suggestivo del libro di Dick è l’orafo ebreo Frank Frink, che si era rifugiato negli Stati del Pacifico per sfuggire alle persecuzioni antisemite negli stati orientali, creandosi un falso nome. Ex dipendente di una nota azienda fornitrice di manufatti al negozio di Robert Childan, Frink si metterà in proprio con un suo amico, ma sarà poi scoperto e arrestato. Nel frattempo la sua ex moglie, Juliana Frink, conoscerà in un ristorante un camionista italiano con il quale inizierà una relazione particolare. Tale camionista si chiama Joe Cinnadella, che si rivelerà in seguito un killer svizzero ingaggiato dal Reich per uccidere lo scrittore Hawthorne Abendsen, autore di un libro intitolato “La cavalletta non si alzerà più” dove si immagina un mondo in cui le forze dell’Asse hanno perso la guerra.
Considerazioni personali
Mentirei se dicessi che è un brutto libro. Esso è molto ricco di preziose informazioni storiche e culturali nonché anche socio antropologiche circa la società americana. Dick descrive in maniera molto minuziosa e scrupolosa questo universo alternativo di un’America quasi irriconoscibile, caratterizzata da una sudditanza spiazzante che risulta anche un po’ difficile da immaginare data l’influenza a cui la cultura soprattutto cinematografica moderna ci ha sottoposti. È chiaro il messaggio che l’autore vuole dare ai suoi connazionali, poco meno onestamente ho trovato il messaggio che vuole dare invece al mondo. Infatti, se devo essere sincero, mi aspettavo qualcosa in più da questo libro, il quale, anche a un amante della storia come me, è risultato alquanto impegnativo. Ci sono alcuni capitoli che sembrano dire tutto e niente, caratterizzati da un linguaggio che ho trovato poco leggero. I capitoli sono intrisi di nozioni storiche e anche cronache legate alla trama che necessitano una certa attenzione mentre si legge, dato che un attimo di distrazione può risultare fatale per comprendere il resto della storia. Tutto questo da un lato lo qualifica come romanzo, dall’altro ahimé, lo rende un libro che richiede le sue attenzioni, ed è un peccato, perché il messaggio di Philip Dick comunque ha un suo valore. Se dovessi ricavare infatti un insegnamento da La svastica sul sole, potrei dire che è stato quello di non pensare che la storia, anche se è passata, sia stata poi altrettanto così scontata. Non è un caso che il costo della Seconda Guerra Mondiale ammonta a circa più di 60 milioni di vittime.
“Ma è proprio nella fantasia che trovo la pace per poter affrontare i miei giorni. Nella fantasia e nell’amore, che è l’unica forza a darmi la voglia di continuare“
In occasione dell’anno di Dante che stiamo ancora vivendo ne approfitto di parlarvi di questo libro che finii di leggere qualche mese fa. Quando seppi che Matteo Strukul stava per pubblicare un libro su Dante Alighieri non potevo perdermi un’occasione simile, e i fatti mi hanno dato ragione. Sin dai tempi della scuola, quando la mia insegnante di italiano mi parlava appassionatamente di questo importantissimo personaggio della nostra letteratura, stampando nella mia mente persino le date della sua nascita e della sua morte (1265 – 1321) la sua storia non mi è mai stata raccontata in maniera così dettagliata, chiara e avvincente come ha fatto Strukul in questo libro. La trama si muove in un’immagine del tutto inedita del poeta toscano ricca di curiosità e aneddoti legati a un evento traumatico della sua vita che determinò persino la sua stessa produzione letteraria.
Di cosa parla il libro
Come nella maggior parte delle opere di Matteo Strukul anche Dante Enigma si basa su un particolare periodo della storia del personaggio, ovvero quello a ridosso della battaglia di Campaldino. Precisamente i fatti raccontati avvennero tra 1288 e il 1293, intervallo temporale che secondo l’autore segnò da un punto di vista psicologico la vita di Dante Alighieri. Eventi particolari come ad esempio, uno dei tanti, la cattura del conte Ugolino della Gherardesca che fu fatto morire di fame nella Torre dei Gualandi a Pisa, fecero sentire sentire la guelfa Firenze minacciata sempre di più dai sui nemici Ghibellini. Tale episodio portò a tutta una serie di conseguenze che sfociarono poi nella Battaglia di Campaldino la quale segnò i destini delle due città coinvolte e allora avversarie Firenze (guelfa) e Arezzo (ghibellina). A tale battaglia partecipò anche Dante Alighieri nominato primo fenditore dal noto banchiere Vieri de Cerchi. Il libro si districa tra la storia e la psicologia del poeta toscano. Molti personaggi che parteciparono a tale battaglia sono citati da Dante nella Divina Commedia. Ne è un esempio Corso Donati, politico fiorentino dagli atteggiamenti tirannici, famoso poi per essere diventato il più importante esponente dei Guelfi Neri, o del diretto avversario Buonconte da Montefeltro citato dal poeta nel V canto del Purgatorio. Nel libro ho trovato interessante una supposta amicizia tra Dante Alighieri, Giotto e Guido Cavalcanti, nonché alcune curiosità sull’autore relative alle sue condizioni di salute.
Considerazioni personali
Oramai è assodato che Matteo Strukul è diventato uno dei miei autori preferiti. Questo libro consolida ancora di più questo evento. Come tutti i suoi libri che ho letto finora anche da Dante Enigma ho ricavato parecchie curiosità sul personaggio in questione e sul suo contesto storico. Si tratta di un libro che ci fa andare oltre la sfera letteraria e storica del celebre poeta e scrittore toscano, immergendoci in una sua psicologia che rende ancora più chiara la vita e le opere dell’autore della Divina Commedia. Chi leggerà Dante Enigma di Matteo Strukul avrà modo quasi di interagire con la parte più intima, sensibile e vulnerabile dello scrittore toscano. Questo libro di Matteo Strukul infatti non è la solita celebrazione scolastica di Dante Alighieri bensì la sua umanizzazione. Non è ciò che io personalmente definisco il “dio Dante” scolastico bensì è l'”uomo Dante”, nella sua fragile umanità. È un Dante innamorato di una donna che non può avere (Beatrice), sposato e amato da una donna cui purtroppo non ricambia i sentimenti (Gemma Donati), guerriero ma non tiranno insensibile, e infatti saranno proprio certe scene di guerra che segneranno la sua stabilità psicologica. Il Dante di Matteo Strukul è esattamente una persona come noi, un amico, che parla anche un linguaggio simile al nostro. Egli infatti si rifugia nella poesia per sfuggire alle atrocità della guerra a cui sarà tragico attore attivo. Un libro che consiglio davvero a tutti e che gode della mia massima considerazione data anche la sua struttura semplice e il linguaggio fluido utilizzato dallo scrittore.
[Recensione di “Cercando l’onda” di Christopher Vick]
“Ho letto che siamo fatti per la maggior parte di acqua, e così pure la superficie della terra, Sfigato, perciò noi siamo come la terra, giusto? O l’oceano, in realtà, e quando facciamo surf siamo parte di tutto questo ed è dentro di noi ed è una follia che ha senso allo stesso tempo, che è esattamente come mi sento ora. E il tempo. Non è nemmeno reale”
Salve a tutti, finalmente, dopo un periodo di pausa eccomi qui di nuovo a parlarvi di libri. Vi sono mancato? Voi a me tantissimo, ma delle volte queste battute di arresto aiutano a ripartire più veloci e più forti, ed oggi voglio ricominciare parlandovi di questa emozionante lettura estiva che ho concluso nei giorni scorsi. Avevo bisogno di leggere un libro che si abbinasse alla stagione che stavo vivendo e ho letto un libro che mi ha travolto in un’estate di emozioni. Ci sono esperienze nella vita che siamo soliti evitare, come nel caso mio il praticare surf. Poi ci si imbatte in questi libri che te le fanno vivere attraverso un’immersione totale nelle descrizioni dettagliate che si trovano nelle trame stesse su cui si basano, ed è quello che mi è successo con “Cercando l’onda” di Christopher Vick, un libro che ti fa fare surf con la mente, come se questa esperienza non l’avessi mai evitata.
Di cosa parla il libro
Sam è un adolescente timido, che risente del trasferimento dalla caotica città di Londra all’apparente più tranquilla e costiera regione della Cornovaglia. Giovane teenager orfano di padre, il quale morì in mare a seguito di un probabile annegamento, proprio in Cornovaglia, Sam farà fatica ad ambientarsi nel nuovo contesto soprattutto perché proprio lì conoscerà colei che gli cambierà radicalmente la sua vita, ovvero Jade, giovanissima e ambiziosa surfista amatoriale che lo coinvolgerà insieme alla sua affiatata comitiva in un mare di avventure, giochi e acrobazie spericolate che gli faranno sfidare il mare e soprattutto la morte. Col suo stile di vita, segnato da una storia familiare alquanto sofferta e complicata, Jade non si limita a diventare per Sam soltanto una semplice compagna ma anche un vero e proprio esempio di vita, un modo nuovo di essere che lo legherà a lei attraverso un filo intriso di passioni e di sogni che segnerà per sempre vita di entrambi i protagonisti. Ma le ambizioni di Jade non si limitano soltanto a qualche ora settimanale di surf sulle solite coste cornico. Lei sogna di diventare una vera e propria professionista, di essere ripresa, di finire su YouTube e in qualche importante rivista di surfisti mentre cavalca una delle famigerate onde che spesso si formano alle misteriose Corna del diavolo. Proprio in questo posto arriverà l’onda che cambierà per sempre il destino di entrambi i protagonisti…
Considerazioni personali
Cercando l’onda è un libro che ha molto da offrire. Non è solo la classica storia di adolescenti, bensì un vero e proprio manuale pieno di interessanti curiosità sul mare e sulla astronomia. Il libro giusto per chi vive un periodo di vacanza nonostante la storia sia concentrata in pieno autunno, perché è proprio durante questa stagione che in Cornovaglia si formano le onde migliori, almeno secondo i protagonisti. Una lettura piacevole anche se a tratti un po’ dispersiva, ma che comunque ho trovato appassionante. Si tratta di un libro leggero, indicato per chi cerca una storia evasiva e rilassante. All’inizio mi è sembrato un po’ noioso ma il seguito della storia si è rivelata più avvincente di quanto le prime pagine facessero pensare. Inoltre il finale l’ho trovato meno scontato di quanto avessi pensato all’inizio. Come quando aspetti un’onda, all’inizio sei appiattito insieme al mare, poi improvvisamente ti sollevi e vieni travolto in una massa d’acqua di emozioni che solo libri simili sono in grado di farti provare. Insomma, è un libro che necessita di fiducia, e una volta data verrete trascinati in un oceano di sfide e di avventure che vi terranno col fiato sospeso.
“Il popolo poi, ingrato e stupido, seguiva soltanto le voci e i suoi istinti, per questo non meritava un tale sforzo; l’unica grandezza che, secondo lui, rimaneva all’artista era la fama e la sua bravura nel dipingere”
Capita che mentre stai seguendo un tuo programma di lettura qualcuno ti contatta e ti chiede di dare un’occhiata al suo libro e, dopo un sottile scetticismo iniziale, scopri che fa parte dei tuoi generi preferiti, gli dai una sbirciata e stravolgi i tuoi programmi di lettura. La cosa bella è che la semplicità di scrittura di La trasfigurazione di Raffaello mi ha consentito di mantenere dei ritmi di lettura (seppur ridotti, lo ammetto) in un periodo della mia vita davvero impegnativo.
Trama
Il libro affronta la storia di Raffaello Sanzio nel suo periodo romano, o forse è meglio precisare durante una parte di esso. A dire il vero l’autore si districa in due scenari temporali diversi: il primo è nel 1833, quando vengono effettuate delle indagini circa l’autenticità della tomba del pittore urbinate presente al Pantheon a Roma. Il secondo e più importante invece è nel 1520, precisamente durante gli ultimi giorni di vita di Raffaello, stimato artista circondato da personaggi di spicco come, fra i tanti spicca il banchiere Agostino Chigi, il suo discepolo Giulio Romano e Margherita Luti, conosciuta comunemente come La Fornarina dell’omonimo ritratto del celebre pittore nonché sua sospetta coniuge segreta. Nel libro si sostiene che tale matrimonio abbia attirato le forti avversioni del cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena perché intenzionato a far sposare (senza successo) l’artista con sua nipote. Per questo motivo egli tenterà di uccidere La Fornarina fortunatamente con esiti fallimentari. Nel libro si parla anche di un avvicinamento da parte del celebre pittore all’Ordine iniziatico dei Fedeli d’Amore, una sorta di setta cui, prima di Raffaello, avevano già fatto parte altri celebri intellettuali come Dante Alighieri e Petrarca. Qui egli si avvicinerà alle idee di Martin Lutero che lo ispirerà ancora di più nella formazione del suo importantissimo dipinto della Trasfigurazione nella quale inserirà un messaggio rivoluzionario che si suppone gli sia costato la vita.
Perché l’ho letto
Quando l’autore mi contattò per propormi il suo libro fu davvero un colpo di fulmine. Avevo altri programmi di lettura ma appena lessi il titolo, omonimo al celebre dipinto dell’artista in questione, abbandonai tutto e decisi di convergere verso di esso. A mio modesto avviso un libro deve fare proprio questo, ovvero stravolgere i propri programmi e trascinarti in nuove avventure e dimensioni che prima evitavi. D’altro canto a me i romanzi storici hanno sempre affascinato perché spesso si rivelano delle letture nelle letture. In effetti G. P. Rossi con questa sua opera mi ha dato l’opportunità rispolverare le mie conoscenze sul Raffaello, facendomi andare a rivedere un po’ la sua biografia e ritrovare qualche interessante notizia (e addirittura qualche leggenda) sulla sua vita. Credo che questi sono romanzi che arricchiscono perché oltre a presentare la storia di un determinato personaggio alimentano il proprio bagaglio culturale consentendoci di ammirare meglio l’immenso patrimonio artistico del nostro bellissimo paese.
A chi lo consiglio
Prevalentemente è un romanzo storico e artistico quindi lo suggerisco agli amanti di queste due bellissime discipline. Pertanto ci sono degli elementi di questo libro che mi fanno pensare ad un potenziale interessamento anche di una platea più ampia. Innanzitutto è un libro scorrevole e semplice che può essere letto tranquillamente in una settimana. C’è da specificare che non è una biografia, bensì un romanzo, che affronta la vita di Raffaello in un determinato punto della sua esistenza, ovvero verso la fine dei suoi anni. Rossi aggiunge al suo testo un tocco di mistero che cattura la curiosità del lettore rendendo la storia molto avvincente. Cosa di cui sono rimasto molto compiaciuto è che l’autore non ha avuto bisogno di inventare dei personaggi. Tutti quelli che nomina infatti sono soggetti storici realmente esistiti e questo a mio modesto avviso ha reso la storia più interessante. Quindi se siete amanti di intrighi, di curiosità, di storie che lasciano tutti col fiato sospeso questo è il libro che fa per voi.
“Chi cerca vendetta deve essere pronto a scavare due tombe”
Con oltre due milioni e mezzo di follower cumulati sulle principali piattaforme social Marco Montemagno è uno degli influencer più apprezzati e seguiti d’Italia nonché uno dei più copiati; a differenza degli altri personaggi di spicco del panorama italiano le tematiche trattate nei suoi video spaziano dall’imprenditorialità alle start up, dalla ricerca del lavoro al miglioramento personale. Negli anni ha sdoganato l’utilizzo dei video per autopromuoversi online, e il suo stile, giovanile e autoironico, è diventato esso stesso un marchio fortemente riconoscibile. Oltre a fare video è anche un imprenditore di successo dato che ha lanciato start up molto apprezzate come “#slasher” o “4books”, tuttavia è anche un appassionato lettore e negli ultimi anni ha deciso di iniziare a scrivere; questo che mi accingo a recensire è il suo secondo libro, che ha la caratterista di esser diventato un best seller (è stato al primo posto nella classifica dei libri più venduti su Amazon per oltre un mese) senza avere alle spalle nessuna casa editrice di spicco.
Trama
Lavorability è un libro nozionistico e infatti non ha una vera e propria trama, si avvicina molto di più ad un manuale universitario dato che si suddivide in 10 capitoli, con ognuno di essi che tratta uno specifico tema, un’abilità che Montemagno ritiene fondamentale per poter affrontare la rivoluzione tecnologica, iniziata con l’avvento dei Personal Computer e che si concluderà con le intelligenze artificiali. Tuttavia va detto che gli stessi capitoli, sebbene abbiano un filo conduttore, sono a loro volta divisi in tanti piccoli paragrafi e potremmo dire che ogni paragrafo è una piccola lezione che l’autore dà ai suoi lettori; nonostante ciò va sottolineato come alcuni paragrafi siano scollegati fra di loro, sembra che l’autore abbia introdotto delle nozioni senza però creare quell’effetto amalgama proprio di un’attenta revisione del progetto. Lo stile del libro riproduce fedelmente il personaggio Monty: capita frequentemente che introduce un concetto partendo dalle sue esperienze passate (e si, ci sono anche i suoi riferimenti a quando era giocatore professionista di Ping Pong); ci sono tantissime citazioni ad alcuni libri che ha particolarmente apprezzato, e quindi tende a sviscerarne i contenuti più importanti (nota personale: sono ritornato a leggere grazie alla passione che Montemagno mette verso questo media); e infine dato che lui stesso ha l’abitudine di prendere appunti nelle pagine bianche dei libri che legge, ha deciso di aggiungerne di extra alla fine di ogni capitolo così da rendere più semplice il ritorno sui concetti fondamentali.
Perché l’ho letto
Sono ormai due mesi che mi sono laureato, e quando si passa da mondo universitario a mondo del lavoro il salto è brusco. Seguivo già da un paio d’anni Marco Montemagno e, invogliato dalla sua campagna di promozione, ho deciso di acquistare questo libro con la speranza che potesse darmi consigli utili per approcciarmi a questo nuovo mondo. Sebbene buona parte di ciò che sta scritto sul libro sia una riproposizione dei contenuti pubblicati sulle sue pagine social, con annessi i convegni che svolge in giro per l’Italia, direi che l’avere tutto su carta e a portata di mano, sia un giusto plus per avere il Monty pensiero subito disponibile, senza dover passare le giornate a ricercare il contenuto che ci serve fra i suoi tremila e più video.
A chi lo consiglio
Sarebbe riduttivo consigliare questo libro soltanto a chi sta entrando nel mondo del lavoro, la missione di Marco Montemagno è quella di mettere in mostra la sua esperienza affinché i lettori possano avere delle linee guida in cui muoversi, così da avere dei punti fermi che aiutino ad affrontare la rivoluzione digitale in corso. Oltre questo l’autore vuole ripristinare il concetto di “buon senso” con cui prendere delle decisioni corrette per la nostra persona. Alcune abilità, come ad esempio la responsabilità o l’arte di pensare, a mio modo di vedere prescindono dall’ambito lavorativo e per questo motivo me la sentirei di consigliare questo libro ad un gruppo eterogeno di lettori.
“Ho perso il controllo di tutto. Anche dei luoghi che si trovano dentro la mia testa”
Finalmente dopo tante peripezie sono riuscito a trovare il tempo per parlarvi di questo libro che ho finito di leggere la settimana scorsa. La ragazza del treno di Paula Hawkins (questa copia edita da Pickwick) è un libro dai tratti avvincenti che offre anche la possibilità di riflettere un po’ su una categoria di individui che comunemente gli psicologi chiamano gaslighter ovvero i manipolatori.
Trama
Rachel è una donna con una serie di problemi, in particolare l’alcolismo, dovuti principalmente alla sua difficoltà di accettare la fine del suo matrimonio. Ogni mattina prende sempre lo stesso treno facendo finta di andare al lavoro, perché a causa della sua dipendenza, lo ha perso ma preferisce tenere ancora la cosa nascosta alla sua amica nonché coinquilina e padrona di casa Cathy. Puntualmente il treno si ferma sempre ad un semaforo in prossimità degli edifici residenziali dove lei abitava insieme al suo ex marito, e, afflitta dalla noia, ne approfitta per spiare una coppia Megan e Scott Hipwell che per lei rappresentano una sorta di coppia ideale. Un giorno però vede Megan affacciarsi al balcone di casa sua insieme ad un uomo diverso con il quale si bacia. Diversi giorni dopo quella ragazza scompare nel nulla, la stessa sera in cui Rachel ha alzato un po’ il gomito con l’alcool ed era rimasta ferita. Di quella stessa notte però Rachel conserva solo dei vaghi ricordi, e decide allora di indagare per vedere se in un certo senso lei è stata coinvolta in questa scomparsa. Riuscirà a scoprire la verità?
Perché l’ho letto
La ragazza del treno affronta un tema che a me sta molto a cuore, ovvero il tema della manipolazione. In parecchi punti sono riuscito a entrare in rapporto empatico con la protagonista, come se tutte quelle vicissitudini le stessi vivendo in prima persona. D’altro canto Rachel è la classica persona problematica reputata poco credibile quindi meritevole di non essere considerata quando cerca di aiutare gli inquirenti a risolvere il mistero della scomparsa di Megan. In parecchie situazioni addirittura risulterà di intralcio. Molte volte purtroppo anch’io questa triste sensazione l’ho vissuta sulla mia pelle ecco perché l’ho letto, avevo bisogno di un libro che mi capisse e posso dire che La ragazza del treno ha soddisfatto questa aspettativa.
A chi lo consiglio
Iniziamo da una premessa: è un giallo. Poi aggiungiamone un’altra: non è molto crudo. Da ciò ricaviamo che innanzitutto è un libro avvincente, poi è accessibile a mio modesto avviso ad ogni tipo di sensibilità. Come quella della scrittrice che ha usato la tecnica della introspezione. Lo stesso libro infatti utilizza il linguaggio in prima persona ed inoltre non è diviso per capitoli bensì per personaggi. Mi spiego meglio: la scrittrice parlando in prima persona si immedesima in tre personaggi principali: in Rachel che è la protagonista di maggior rilievo, in Megan che si potrebbe definire una sorta di coprotagonista e infine in Anna, la rivale di Rachel, colei che le ha rubato il marito ma che insieme a quest’ultimo subisce le “persecuzioni” della sua avversaria in amore che non riesce a rassegnarsi alla fine del suo matrimonio. In questo modo la scrittrice riesce a rendere lo stesso lettore protagonista della storia riuscendo a trascinarlo nei vari luoghi dove si muovono i protagonisti. Una bellissima lettura segno di un libro scritto bene e di cui ho maturato una buona opinione.
“Devi parlare ascoltando… ricevere donando… aspettare facendo… ed essere libero di essere uno schiavo… Disse il venditore ambulante di consigli usati”
John McDillan è un autore controverso, se nell’approcciarvi a questa trilogia/quadrilogia vi aspettate di trovare un libro da “normaloidi”, allora preparatevi a prendere delle grosse cantonate. Sono quattro i libri scritti dall’autore come summa della sua trilogia +1, e questo che mi accingo a recensire è il capostipite. In questa introduzione mi vorrei soffermare sull’essenza stessa della corrente letteraria proposta da John McDillan, il bizzarrismo, che deve essere inquadrata non come un’alternativa alla vita normale con cui la gente si illude di vivere, ma come una visione che nella sua diversità sbatte in faccia al lettore la verità dell’ipocrisia della normalità. Quest’opera è una raccolta di novelle, ma queste stesse novelle non sono slegate fra di loro, c’è un sottile filo conduttore che le collega; a mio modo di vedere il libro si pone anche di essere un abile interrogatorio al lettore, come Socrate con l’insegnamento maieutico allo stesso modo John McDillan vuole suscitare dei dubbi nelle convenzioni di chi legge, portandolo a guardare oltre la mera normalità. Nella città di Praga è ricorrente la figura dell’alchimista Edward Kallen, il mistero su ciò che fece e sul come lo fece è tutt’ora presente nelle strade della splendida città, egli andò oltre la medicina convenzionale proponendo esperimenti che non erano approvati dalla comunità scientifica dell’epoca, eppure senza quella sua visione molte innovazioni non avrebbero mai avuto luogo. John McDillan è l’Edward Kallen della letteratura? Ai lettori l’onore e l’ònere di giudicare.
Trama
Nella sua opera John McDillan scrive 17 novelle (numero non casuale, nella cabala napoletana il 17 indica sventura), più un capitolo finale denominato “+1”, e una serie di finali da poter essere utilizzati dal lettore come meglio ritiene. Alcune novelle sono in chiaro collegamento fra di loro, mentre altre sono più distaccate; c’è però un filo conduttore che tiene insieme tutti i racconti, e questo filo è quello del bizzarrismo e della sua contrapposizione ai normaloidi, ovvero coloro che si comportano in modo consuetudinario. Nel corso del testo l’autore ci porrà di fronte alle nostre risposte alle emozioni, ai valori considerati giusti dalla società, ad aspetti pratici della vita; in ogni novella però la visione del bizzarrismo sarà sempre presente e sempre pronta a darci una nuova lettura a ciò che consideriamo convenzionale.
Perché l’ho letto
Ero rimasto incuriosito da questo libro fin dal primo momento in cui mi era stato proposto; preso dal completare la tesi di laurea avevo accantonato un po’ tutto il resto, ma la curiosità mi era sempre rimasta, tanto che, una volta completato il mio percorso di studi, una delle prime cose che ho fatto è stata andarlo a ripescare e leggerlo con mente aperta. Questo libro mi è stato commissionato dal proprietario della pagina, ma fra i tanti è quello che più si distingue.
A chi lo consiglio
Questa è una parte difficile e semplice allo stesso tempo, sebbene sia un paradosso non me la sentirei di consigliare a chiunque questo libro, tuttavia non me la sentirei neppure di sconsigliarlo. A mio modo di vedere quest’opera va vista soprattutto nella sua maieutica, nel suo interrogare il lettore e nell’ instillare dubbi sulla sua visione del mondo. Chiunque voglia accettare la sfida proposta da John McDillan farebbe bene a dargli una chance, in caso contrario sareste soltanto dei normaloidi.
“Dici che la vita è difficile è che non è per tutti? Si, è difficile e non è mai come vorremmo, ma è tutto ciò che siamo e che abbiamo e c’è sempre…qualcosa oltre che magari non vediamo, ma c’è”
Finalmente è arrivata la Pasqua un periodo di resurrezione e di rinascita come quello vissuto dai due protagonisti di questo libro che ho appena letto. Life di Arianna Croce infatti è una storia intensa, ricca di metafore e significati che trasmette al lettore delle emozioni forti tali da far venire la voglia di non finirlo mai.
Trama
Il libro parla di due storie intrecciate, quelle di Chiara e di Lorenzo, che hanno un passato di sofferenza che si perde in un presente caratterizzato dalla loro profonda voglia di riscatto. Chiara è una giovane ragazza di 19 anni che, mentre un giorno cammina in un parco, si accorge di un uomo sofferente al quale gli sta venendo un infarto. Con un filo di voce quest’ultimo le chiede di non lasciarlo e lei allora, tempestiva, chiama i soccorsi. Per esaudire tale richiesta, quando i paramedici chiedono le generalità dell’infartuato, Chiara si inventa un nome fittizio, fingendo che fosse suo zio. Dopo un mese di coma e di continue visite da parte di Chiara, il malato finalmente si riprende, e si scopre che in realtà si chiama Lorenzo Ranieri, un milionario del luogo nonché proprietario dell’azienda dove lavora Chiara. Scoperto che quest’ultima l’aveva soccorso, e che lavora come tirocinante nella sua azienda, Lorenzo la farà assumere a pieno titolo, e tra i due nascerà una bellissima e profonda amicizia. Peccato però che il passato turbolento di entrambi torna a presentargli il conto, facendogli emergere questioni irrisolte che tornano a invadere prepotentemente le vite dei protagonisti trascinandoli in una realtà di sofferenza ma anche di riscossa. Così, mentre Lorenzo rivive la malinconia prodotta dalla morte prematura della moglie, Chiara invece subisce le difficoltà prodotte dal rifiuto di sua madre, la quale l’abbandonò quando era piccola. Ma la stessa vita darà entrambi un’altra opportunità, che gli consentirà di ricominciare e di rinascere dalle loro ataviche sofferenze. In cosa però consisterà?
Perché l’ho letto
Avevo voglia di leggere un libro che affrontasse appunto il tema della rinascita, del riprendersi in mano la propria vita, cosa che negli ultimi tempi sto cercando di fare anch’io nonostante le difficoltà prodotte dalla pandemia. Avevo bisogno di un libro che mi desse la carica, e fortunatamente questo eBook ha soddisfatto questa mia esigenza. L’ho letto quindi per incoraggiarmi, l’ho letto perché avevo bisogno di leggere storie di persone che sono riuscite a riscattarsi.
A chi lo consiglio
Cercate un libro che vi incoraggi? Allora questo è quello che fa per voi. Le storie di Chiara e di Lorenzo sono due storie forti ma dai contorni intensi di emozione. Ci sono dei punti in cui mi sono commosso, e se devo essere sincero, scegliere anche una frase particolare da inserire in questa recensione l’ho trovato difficile talmente che ce ne sono di belle. Un libro che ispira indicato per chi sta vivendo un periodo difficile. Inoltre, essendo di poche pagine, esso può essere letto anche in un semplice weekend. Ecco perché di esso ho maturato una distinta opinione.
È all’uomo, anzitutto, e alla donna naturalmente, che dobbiamo guardare se vogliamo dare un senso al nostro tempo
Ci sono libri che dicono molto più di quello che raccontano. Me ne sono accorto leggendo il secondo volume di questa bellissima saga scritta da Matteo Strukul. Dico questo perché all’interno sono intrecciate una serie di storie e di vicende tutte connesse fra di loro da un filo sottile che si amplia ogni volta che si incontrano gli universi di ogni singolo protagonista e che coinvolgono il lettore trascinandolo in un viaggio spazio temporale nel quale gli viene offerta l’opportunità di dialogare con essi e di ampliare le sue conoscenze circa quel delicato quel periodo storico caratterizzato da delicatissimo equilibri geopolitici. Un intreccio di vicende e di biografie che quasi rende difficoltosa una descrizione sintetica della trama ma che comunque proverò a fare nel paragrafo successivo di questa recensione sperando di essere più esauriente e chiaro possibile.
Trama
È intuitivo pensare che il libro in questione parla della storia di Lorenzo il Magnifico almeno fino a prima della congiura dei Pazzi. Infatti, il periodo di riferimento corrisponde alla decade che va dal 1469 al 1479. Come nel primo volume di questa saga, anche nel secondo sono presenti dei personaggi inventati come la tanto famigerata Laura Ricci, nemica giurata della casata medicea, e suo figlio Ludovico, giovane combattente ben plasmato dalla madre all’odio verso gli allora Signori di Firenze. Ovviamente Matteo Strukul collocherà questi personaggi fra le egidia dei nemici del Magnifico, attribuendogli un ruolo anche nell’organizzazione dei vari tranelli e addirittura della tragica e famigerata congiura che ha segnato la storia del Rinascimento italiano e dell’attuale capoluogo della Toscana. Interessante risulta l’amicizia tra Lorenzo il Magnifico e Leonardo da Vinci che, insieme a Lucrezia Donati, formeranno un bellissimo e affiatato trio. Sarà infatti quest’ultima a salvare Leonardo dall’accusa di sodomia, uno dei tanti tranelli architettati da Girolamo Riario (Nipote ambizioso di Papa Sisto IV), Francesco de’ Pazzi (Rampollo dell’allora principale casata avversaria dei Medici) e Ludovico Ricci (quest’ultimo ideatore di tale tranello) che nascondeva lo scopo di far esiliare un’altra volta i Medici da Firenze. Il fallimento di tale trappola pertanto convincerà ancora di più i nemici dei Medici ad adottare dei provvedimenti estremi e sanguinari. L’omicidio di Galeazzo Maria Sforza, signore di Milano, città che da poco aveva stretto un’alleanza con Firenze e Venezia con lo scopo di ridimensionare le mire espansionistiche papali, rappresenterà solo l’inizio di una serie di vicende che porteranno alla congiura. L’odio della famiglia dei Pazzi nei confronti dei Medici si accentuerà ancora di più quando il Magnifico, tramite una legge, impedirà a Giovanni de Pazzi di impadronirsi di una ricchissima eredità alla morte del suocero. Pertanto, come tutti sanno, La congiura dei Pazzi fallì miseramente, comportando soltanto la morte dell’amato fratello di Lorenzo ovvero Giuliano – un individuo estraneo agli intrighi e alle vicende politiche che si susseguivano allora – porterà all’impiccagione di Francesco, e segnerà la fine della famiglia dei Pazzi.
Perché l’ho letto
I Medici un uomo al potere è il secondo libro di questa bellissima saga che racconta la storia di uno dei più importanti personaggi che sia esistito in Italia. È un libro che ha soddisfatto in buona parte la mia voglia di conoscenza nata dalla serie TV che trasmise la Rai qualche anno fa. Pertanto, a differenza di essa, nel libro si parla maggiormente del rapporto tra Lorenzo de Medici e Lucrezia Donati la quale viene inquadrata come la principale alleata del Magnifico. La moglie Clarice Orsini invece viene dipinta come una donna sofferente e quasi avversa al marito. Grande rilievo è dato anche alla figura di Leonardo da Vinci, che insieme alla stessa Lucrezia sembrano trasformare il libro in una sorta di romanzo nel romanzo. Pertanto, da come si evince dai documenti storici sembrerebbe che queste opere di Matteo Strukul, godano di un alto tasso di fedeltà alla realtà, nonostante la persistenza di personaggi inventati che però non sembrano impattare molto nelle cronache storiche dell’epoca. Come il primo libro quindi l’ho letto per soddisfare queste mie curiosità circa questa importantissima famiglia fiorentina, l’ho letto per fare un viaggio nel tempo, in una delle epoche più importanti della storia della nostra penisola.
A chi lo consiglio
Stiamo parlando di una saga di carattere storico, di conseguenza è un libro che di sicuro soddisferà le esigenze di chi, come me, vuole approfondire le proprie conoscenze circa quel periodo. Pertanto anche questa volta sono rimasto soddisfatto del linguaggio semplice e scorrevole, pieno di capitoli brevi, che stimolano maggiormente la lettura. Trattandosi di un romanzo non bisogna aspettarsi la classica trama storica che si trova nei libri scolastici, tutt’altro invece Matteo Strukul ci mette in pieno il suo zampino. Lo dimostra il fatto che è stato capace di farmi affezionare persino ad alcuni antagonisti come ad esempio Laura Ricci. Credo che Strukul con questa saga, più che libri, abbia scritto davvero delle opere d’arte, ecco perché sono molto soddisfatto anche di questo volume del quale, come del primo, ho maturato una superba opinione.
Marshall McLuhan è un sociologo canadese di fama mondiale, sebbene non venga mai troppo approfondito durante gli esami base di sociologia, il suo nome è spesso ricorrente nei corsi che prevedono uno studio sui media o più in generale sui processi comunicativi. Lo si può definire un pioniere e un innovatore di questi studi, in quanto per primo ritenne che i mezzi di comunicazione producessero un effetto nell’immaginario collettivo delle persone, e che questo effetto fosse indipendente dal contenuto che proponessero, ma che fosse determinato dal mezzo tecnologico in quanto tale; da qui la sua famosa affermazione: “il medium è il messaggio”, riferendosi al fatto che in una campagna di comunicazione è il media utilizzato a veicolare il messaggio, prima del contenuto stesso.
Trama
Nella prima parte l’autore esporrà la sua teoria generale sui medium e su come questi si siano evoluti nel corso dei secoli; la distinzione classica fra medium caldi e medium freddi, insieme a quella fra media frammentanti e media inclusivi vedrà la luce nelle prime cinquanta pagine di questo libro. Successivamente McLuhan andrà ad analizzare nel dettaglio ogni tipo di medium, uno per ogni capitolo; ci terrei qui a far notare come per lui quando si parla di medium non bisogna riferirsi soltanto ai classici mass-media come: la radio, la televisione e i giornali, ma anche al denaro, all’abbigliamento, alla pubblicità ecc. Questa è una sua autentica intuizione, sempre troppo poco considerata dagli studi classici sui processi comunicativi, che rende ancora oggi attuale e innovativo il suo pensiero.
Perché l’ho letto
Nella mia tesi di laurea ho una parte corposa, tutto il secondo paragrafo del primo capitolo, dedicata allo studio dei media e a come questi abbiano influenzato lo sviluppo della società. Sono quindi andato a riprendere il pioniere di questi studi e sono ovviamente partito dal suo libro più famoso per comprendere come lui differenzi i media caldi da quelli freddi e quelli inclusivi da quelli frammentanti. Essendo il primo le sue teorie oggi sarebbero facilmente superate dato che il panorama dei media è mutato e la rete non era ancora stata scoperta quando McLuhan ha scritto questo libro, eppure molte sue intuizioni sono ancora oggi attuali e per questo credo che vada riscoperto il suo pensiero.
A chi lo consiglio
“Gli strumenti del comunicare” è un libro che innegabilmente va messo nella categoria “libri universitari”, tuttavia è scritto con lo scopo di avere il più ampio bacino di pubblico possibile, per cui non scoraggerei troppo il futuro lettore. Questo libro si rivolge a chi è affascinato dai media e vuole saperne di più rispetto al come influenzino la società, ma è bene ricordare che McLuhan per medium intende anche il denaro, l’abbigliamento, la pubblicità ecc. quindi il campo è più vasto di quello che si pensi.
“Tutto quello che accade ha un perché preciso, anche se oggi non lo capiamo. Ma è solo questione di tempo. Facciamo in modo di migliorare le cose per quello che dipende da noi. Per il resto calma: affidiamoci. Il perché lo scopriremo”
Il calcio è uno degli sport più belli del mondo. Lo grida a gran voce Eleonora Goldoni, calciatrice, autrice e protagonista di questa sua autobiografia edita da Mondadori. Ella ha reso il calcio la sua ragione di vita andando oltre i pregiudizi di genere che purtroppo inquinano ancora questo bellissimo sport. Attraverso questa sua autobiografia Eleonora ci insegna proprio questo, ovvero che il calcio è uno sport che può volare oltre i confini di genere e coniugarsi perfettamente con un universo che apparentemente sembra esserne lontano ovvero l’universo femminile, ecco perché ho deciso di suggerirvi questo libro proprio oggi in occasione della Giornata internazionale della donna.
Trama
Il libro è semplicemente l’autobiografia di Eleonora Goldoni, la centravanti del Napoli femminile e della nazionale italiana di calcio. Di origine emiliana, si è appassionata di calcio a 7 anni, precisamente quando il padre la portò con sé a vedere una partita dell’Inter, dove si innamorò di un giocatore, Obafemi Martins, estroso attaccante che giocava nella squadra nerazzurra durante i primi anni del 2000 e ispirerà la carriera della futura e promettente calciatrice. Inizia così per Eleonora una vita sui campi di calcio. All’inizio frequentava i campetti dove giocavano i ragazzi e ogni tanto veniva anche presa in giro dagli avversari perché donna, cosa che la motivava ancora di più a giocare bene e a dimostrare il suo valore. Pertanto sarà inserita nella sua prima squadra femminile a 14 anni, precisamente nella New Team Ferrara, dove riuscirà a vincere il titolo di capocannoniere e a far promuovere la sua squadra in serie B. La vita di Eleonora Goldoni è ricca di gioie ed emozioni, ma anche di momenti difficili, come quello che ha vissuto insieme alla sua famiglia dopo il terremoto del 20 Maggio 2012, che procurò gravi danni alla sua abitazione costringendo lei e la sua famiglia ad abbandonarla e a trasferirsi a Ferrara, dove inizieranno a fare del volontariato attraverso un progetto denominato “Il piccolo paese fuori dal mondo”, uno spazio dove vengono ospitati anziani e accuditi i bambini orfani. A dire il vero però la famiglia Goldoni faceva già da tempo del volontariato, in particolare tra il 1992 e il 1996, anni in cui facevano centinaia di viaggi con furgoni della Caritas in Bosnia, dove all’epoca c’era la guerra, portando viveri e aiuti alla popolazione locale. Proprio qui Eleonora conobbe Ricky, un suo carissimo e affezionatissimo amico che morirà purtroppo poco tempo dopo di tumore. Qualche anno più tardi Eleonora Goldoni partirà per gli Stati Uniti dove si iscriverà alla East Tennessee State University, parteciperà ai campionati di calcio nella squadra dell’università, e si laureerà in Nutrizione Clinica col massimo dei voti. L’anno successivo torna finalmente in Italia e viene convocata per la prima volta in nazionale, dopodiché verrà ingaggiata dall’Inter, la sua squadra del cuore dove resterà fino al 2020, anno in cui verrà acquistata dal Napoli femminile.
Perché l’ho letto
Eleonora Goldoni mi ha insegnato davvero molto. Di solito non leggo autobiografie ma questo libro mi ha offerto l’opportunità di aprire ancor di più la mia mente, consentendomi di vedere uno sport bellissimo come il calcio in un’ottica diversa. A dire il vero ho sempre sognato uno sport che va oltre i confini di genere e Eleonora Goldoni mi ha dato la possibilità di vedere che questo sogno è possibile e lo ha fatto proprio con il mio sport preferito. Infatti, una delle attività che mi è sempre piaciuto fare con le mie amiche è quella di andare allo stadio a vedere le partite del Napoli, e vederle partecipi mi ha sempre trasmesso gioia e allegria, perché per me vedere una partita di calcio allo stadio è una sorta di festa, e condividerla con un’amica mi trasmette un senso di complicità tale quanto quello trasmessomi dai miei amici uomini. L’ho letto quindi per sognare, l’ho letto per rivivere certe emozioni che in tempo di pandemia mi mancano tanto, l’ho letto per vedere il calcio da una nuova prospettiva, quella femminile, e credetemi, la cosa è molto edificante.
A chi lo consiglio
Sembra scontato che il target ideale di questo libro siano le persone appassionate di sport, ma personalmente sentirei di consigliarlo anche a chi vuole aprire un po’ la mente andando oltre gli stereotipi nei quali siamo soliti imprigionarla. Eleonora Goldoni mi ha insegnato molto attraverso la sua biografia. Sin da subito ho capito che la sua non è una storia come tutte le altre, all’interno c’è qualcosa di speciale e soprattutto di profondo. Un libro che mi ha dato l’opportunità di conoscere una bella persona e che mi ha permesso di guardare uno sport che ho sempre praticato da una nuova prospettiva. Inoltre Eleonora, attraverso i suoi consigli in merito a questioni nutritive presenti all’interno del libro (vi ricordo che è laureata in Nutrizione Clinica) mi ha insegnato anche ad avere più cura di me stesso prestando particolare attenzione alle mie abitudini alimentari. Una lettura piacevole che può essere eseguita anche in un weekend dato il linguaggio scorrevole e semplice adottato dall’autrice. Particolare che può incitare ulteriormente il lettore a leggerlo è la presenza e la scelta accurata di immagini che rendono capitoli e pagine ancora più chiare ed esteticamente piacevoli. Lo consiglio vivamente, soprattutto a chi vuole volare oltre i consueti stereotipi di genere, e per quanto mi riguarda di esso ho maturato un’ottima opinione.
Oramai il Festival di Sanremo 2021 è passato, e di articoli in merito ne avrete letti di sicuro un’infinità. Pertanto stasera mi va di condividere con voi un mio personalissimo punto di vista riguardante uno degli spettacoli più popolari e discussi nel panorama italiano. Quest’anno non è stato affatto un festival come tutti gli altri, vuoi per la mancanza del pubblico, vuoi per il covid. Oramai conosciamo bene i vincitori, i Maneskin a cui vanno le mie più sincere congratulazioni. Ma ci sono delle vittorie in questo festival che non hanno ricevuto un premio, e in fondo credo sia giusto così. Sono state vittorie basate su gesti semplici e umili, che nelle quotidianità e nelle cronache giornalistiche, di rumore ne fanno poco, nascondendosi sotto un velo di discrezione che solo chi ha una certa sensibilità è in grado di scoprire.
Iniziamo dallo stesso conduttore: Amadeus, una persona che mai come quest’anno ha avuto un compito non facile, trovandosi ad organizzare una delle edizioni del Festival di Sanremo più difficili che ci siano state nel corso della storia italiana. Ecco amici, dovete sapere che questo signore è riuscito ad offrire una possibilità a un cantante che il giorno prima dell’inizio del Festival ha avuto la notizia che uno dei suoi collaboratori è positivo al covid, costringendolo alla quarantena e compromettendo di conseguenza la sua stessa partecipazione alla kermesse canora, ovvero Irama. Ovviamente il merito qui non va riconosciuto soltanto al direttore artistico del festival ma anche agli altri cantanti che non hanno sollevato obiezioni in merito alla partecipazione del cantautore di Carrara che ha avuto la possibilità di partecipare lo stesso attraverso la registrazione della prova generale.
Poi c’è stata un’altra persona, una ospite, che nella prima serata ha co-condotto il festival. È una ragazza che non ha una grande fama, e quella sera più che rappresentare sé stessa ha rappresentato una categoria, ovvero l’intero personale sanitario italiano. E le è riuscito perfettamente dato che il giorno dopo ha donato il compenso della partecipazione al festival in beneficenza, precisamente a un’associazione della sua città che si occupa di cure palliative e assistenza infermieristica e psicologica ai malati terminali. Proprio lei, che è una ragazza giovanissima, che vive del suo semplice stipendio da infermiera, e per giunta lavora lontano da casa. Insomma, una che non naviga di sicuro nell’oro. A qualcuno il suo volto sarà noto per una foto che un anno fa girava molto sui social che la ritraeva piena di lividi dopo un estenuante turno di lavoro causato dal numero elevato di pazienti che durante la prima ondata della pandemia “invadevano” l’ospedale presso il quale lavora. Ebbene proprio per questo penso che anche Alessia Bonari è una vincitrice silenziosa di questo festival, una di quelle che è stata capace di vincere una kermesse musicale senza servirsi di microfoni, pianoforti o chitarre. È venuta, ci ha incoraggiati a non mollare in un momento come questo che siamo agli albori di una terza ondata, poi il giorno dopo è tornata in corsia a fare il suo dovere, senza ricevere alcuna ovazione, anzi, probabilmente qualcuno si sarà già dimenticato di lei, ma non importa, dato che lo scopo di Alessia era quello di far ricordare un messaggio, e non un volto.
Infine voglio esprimere una considerazione molto personale su un’ultima persona, una cantante cui non faccio mistero di esserne da tempo uno dei suoi fan più sfegatati. Una cantante data per favorita, e infatti è arrivata seconda, ma siccome sono troppo di parte evito di esprimere considerazioni sulla sua canzone. Una cosa che però voglio dire di questa persona, o meglio alcune cose, riguardano dei piccoli gesti che esulano dalla sua musica e che la rendono a mio modesto avviso oltre che una grande artista, anche una grande persona. Cominciamo dalla prima serata: di sicuro tutti avranno notato il suo nuovo look, addirittura alcuni suoi fan quasi non l’hanno riconosciuta. Eppure dietro tale acconciatura c’è un motivo più nobile di un comune semplice nuovo taglio di capelli: questi ultimi infatti li ha donati in beneficenza, precisamente a delle associazioni che producono parrucche per donne che per un motivo o per un altro hanno perso i capelli. Ha rinunciato a una parte di sé stessa, a una bellissima parte di sé stessa per donarla a chi ne ha più bisogno. Non contenta questa cantante insieme al suo partner musicale, un noto rapper italiano, ha dedicato il videoclip della loro canzone a una categoria di lavoratori che negli ultimi tempi sta vivendo un vero e proprio dramma a causa della pandemia ovvero i lavoratori del mondo dello spettacolo. E non finiscono qui i gesti di questa persona. Quando Fiorello alla fine della loro seconda esibizione le ha offerto i classici fiori di Sanremo lei li ha rifiutati e li ha passati al suo partner musicale, promuovendo la perfetta parità tra i generi, rivoluzionando di conseguenza quasi del tutto una prassi consolidata del Festival, e infatti anche gli altri artisti hanno seguito il suo esempio. Di sicuro chi mi conosce sa che sto parlando di Francesca Michielin, una persona, un’artista, che oltre ad apprezzare le sue qualità artistiche, apprezzo soprattutto le sue qualità umane. Sono proprio questi lati del suo carattere che mi hanno preso particolarmente di questa persona inducendomi sempre di più a farle sentire il mio sostegno. Questo è stato il suo secondo Festival, e per la seconda volta è arrivata seconda. Se lo sarà meritato? Avrà avuto fortuna? Non lo so. So soltanto che per me Francesca, così come le altre persone che ho citato, ha vinto il Festival cantando anche una canzone che non si sente ma che tocca maggiormente il cuore.
Di sicuro oltre a questi tre personaggi ci saranno stati altri che hanno compiuto dei piccoli e umili gesti che mi saranno sfuggiti. Pertanto anche a loro vanno i miei più sentiti ringraziamenti, il ringraziamento per aver speso un po’ di tempo per rendere il Festival di Sanremo una manifestazione migliore, dando degli esempi forti e vincendo una kermesse che forse non premierà con glorie e onori, ma premia con il cuore, il cuore di chi si impegna a rendere questo mondo un tantino migliore. Ancora grazie e buona fortuna per le vostre carriere.
“Non è vero che le donne sono più inclini all’organizzazione domestica. La maggior parte delle donne riuscivano, e riescono, a badare meglio alla casa perché venivano abituate, da bambine, ad occuparsi della gestione domestica, a differenza degli uomini che, a causa della cultura patriarcale, venivano esclusi dalla gestione della casa e rimproverati, nel caso in cui avessero voluto dare il loro contributo domestico”
Con il freddo tipico di questo periodo invernale tutti amiamo metterci sotto le coperte e rilassarci nelle comode mura di casa nostra, ma quanti di noi sono abituati a prendersene cura? Una domanda che si fa spesso l’autore di questo libro che vi suggerisco stasera, ovvero Marco Duchetta. Un libro davvero particolare che pone l’accento su un tema spesso sottovalutato, ovvero l’organizzazione dei compiti domestici, sul quale ancora oggi, sussistono (e resistono) diversi luoghi comuni e idee alquanto arcaiche e contraddittorie (in parte anche superate, o almeno spero).
Trama
Il libro, tramite degli esempi, parla di come ancora oggi l’organizzazione domestica sia considerata una prerogativa femminile. Scorrendo le pagine si nota come l’autore prende le distanze da questa mentalità considerando il saper fare le faccende domestiche un’abilità che addirittura può portare alla sopravvivenza degli individui indipendentemente dal loro genere, dalla loro razza, dalle loro idee e dalla loro religione prendendo appunto le distanze da una concezione patriarcale dell’organizzazione della casa che la relega esclusivamente alla donna. Verso le ultime pagine Marco Duchetta offre al lettore dei suggerimenti interessanti su come poter migliorare le sue abitudini casalinghe.
Perché l’ho letto
L’organizzazione delle faccende domestiche è una tematica che non mi ha mai lasciato indifferente, anzi, devo riconoscere che con l’autore ho una quasi totale sintonia ideologica in merito. Un libro che si è rivelato per me una piacevole scoperta, del quale condivido circa il 99% del pensiero. Di conseguenza l’ho letto perché ne condivido le idee di fondo, l’ho letto per ricevere dei suggerimenti preziosi per migliorare le mie abitudini quotidiane.
A chi lo consiglio
Il messaggio dell’autore di questo libro è rivolto ad ogni essere umano dato che ognuno di noi, nella propria quotidianità utilizza ad esempio delle lenzuola e dei cuscini per dormire, calpesta (e sporca) pavimenti, mangia cibo utilizzando piatti e posate ecc. Proprio per questo, come ho già detto in precedenza Marco Duchetta si rivolge a chiunque e ci tiene molto a sottolinearlo proprio perché, secondo il suo pensiero, le faccende domestiche non sono una prerogativa propria di una determinata e ristretta categoria di individui bensì di tutti, e saperle fare può aiutarci addirittura a sopravvivere. D’altro canto purtroppo i nostri genitori non sono eterni e non sempre i nostri partner sono disposti a farci da “servi” (pretesa che inoltre non è nemmeno giusta). Pertanto egli promuove e incentiva anche la collaborazione domestica ritenendola preziosa per il funzionamento di un nucleo familiare che si rispetti. Tutti in casa abbiamo infatti il diritto di riposarci e/o di riuscire a dedicare un po’ di tempo a noi stessi, ed è per questo che ogni individuo ha il dovere morale di offrire il suo aiuto in casa. Un libro dagli insegnamenti preziosi di cui ho maturato un’ottima opinione e che consiglio vivamente di leggere a tutti.
PADRE: Vedi, anche se con molta difficoltà ho raccontato parte di questa storia. Io non voglio che la gente non sappia. È giusto dire, raccontare, testimoniare al mondo quello che è successo. FIGLIA: perché? PADRE: perché potrebbe accadere di nuovo, potrebbe accadere ai tuoi compagni di scuola, alla tua mamma, a te…a tutti noi! E questo potrebbe accadere se non prendiamo coscienza di quello che siamo.
Per la giornata della memoria vi propongo questo libro scritto da Graziano Di Benedetto. Un libro piccolo ma intenso, pieno di messaggi ed esortazioni forti, indicate per chi vuole vivere questa giornata particolare all’insegna del ricordo di un tragico passato che si sta sempre più allontanando, ma che necessita di essere rivissuto nei ricordi per evitare di riviverlo.
Trama
Il libro è una sorta di rappresentazione teatrale con protagonisti un signore di nome Graziano con un passato da prigioniero ad Auschwitz e sua figlia, una bambina curiosa con una grande voglia di conoscere quel triste periodo della vita del suo padre. L’autore ambienta la storia all’interno di “una casa borghese, di benestanti”. Mentre Graziano sta giocando con sua figlia, questa nota sull’avambraccio del padre un tatuaggio raffigurante un numero, e gli chiede cos’è. Dopo un timido imbarazzo Graziano inizia a raccontarle la storia della sua deportazione ad Auschwitz. Era un prigioniero politico e il suo calvario iniziò con un estenuante viaggio ammassato in un treno merci insieme ad altri deportati per poi arrivare ad Auschwitz per essere “selezionato” fra le persone sane idonee al lavoro. La fame regnava fra i deportati al punto che col tempo iniziarono anche a rubarsi fra di loro razioni di pane, scodelle e posate. La vita nel lager era davvero dura, faceva molto freddo, e il lavoro era logorante e faticoso. Fortunatamente però Graziano riuscì a farsi anche degli amici. Uno si chiamava Domenico, già suo “compagno di scorribande contro i nazisti”, all’epoca deportato anche lui ad Auschwitz. Un altro invece si chiamava Otto ed era un soldato tedesco che però “non era violento come gli altri”, anzi, di nascosto ai suoi colleghi ogni tanto gli allungava qualche pezzo di pane. In mezzo a tante sofferenze, a tante scene atroci consistenti in uomini e donne uccisi per futili motivi e rispettivi cadaveri buttati in forni crematori, fortunatamente per Graziano e Domenico arriva il giorno della liberazione. Capitò durante una notte mentre degli aerei iniziarono a bombardare il lager e a sparare mitragliate dappertutto. Cominciò così per i deportati una lunga marcia mentre i soldati tedeschi iniziarono a distruggere ogni singola prova del campo di concentramento. Pertanto Graziano e Domenico capiranno di essere liberi solo quando un soldato Russo glielo annuncerà in inglese dandogli al contempo un po’ di carne da mangiare.
Perché l’ho letto
Questa giornata mi ispira molto perché io ad Auschwitz ci sono stato (da turista) ed ho visto con i miei occhi i resti di quelle atrocità che hanno subito i deportati nel campo di concentramento. Difficilmente abbandoneranno la mia mente tutti quei capelli ammassati, quelle valigie con su scritto ancora i nomi dei prigionieri, quello strano odore che proveniva dai forni crematori…Ecco perché ho letto questo libro, perché avevo il bisogno di ricordare, l’ho letto perché voglio contribuire a tenere viva la memoria di una atrocità che in futuro, se non stiamo attenti potrà ripetersi anche in altre forme.
Perché lo consiglio
Seppur questo libro non sia tratto da una testimonianza diretta (l’autore non è uno dei sopravvissuti della Shoah), molte parti sono veritiere. Visitando il campo di concentramento di Auschwitz e avendo visto i resti di ciò che rimane del lager ho scoperto che molte cose che racconta l’autore coincidono, quasi fosse una testimonianza diretta. Inoltre il linguaggio è semplice e anche il titolo stesso dà un messaggio forte ovvero che non bisogna temere di raccontare ciò che avvenne nei lager anche ai bambini. Un libro di poche pagine che si può leggere tranquillamente in un solo weekend. Nonostante ciò però consiglio di leggerlo lentamente perché per capire certe cose bisogna sforzarsi di riviverle con i protagonisti. Ecco perché di questo libro ho maturato un’ottima opinione.
“E, arrivato a quel punto, Cosimo voleva un’unica cosa: la pace. E mostrare misericordia per i nemici, era un ottimo modo per iniziare a perseguirla”.
Finalmente, dopo diverse peripezie sono riuscito a trovare il tempo per parlarvi di questo bellissimo libro che ho letto e gustato il mese scorso. “I Medici, una dinastia al potere” è il primo di una saga davvero avvincente e intrigante, ideale per chi ha voglia di leggere un libro che gli consente di stare col fiato sospeso fino all’ultima pagina, sullo sfondo di una prospera Firenze rinascimentale arricchita di monumenti, quadri ed opere d’arte sentitamente volute da una delle più importanti famiglie italiane esistite nella storia.
Trama
Il libro parla della storia di Cosimo e Lorenzo (il vecchio) de Medici, i quali ereditarono la delicata guida della loro famiglia e della rispettiva banca gestita da essa, a seguito della morte del padre Giovanni di Bicci de Medici, capostipite di questa importante casata fiorentina. Ci troviamo nella Firenze del 1429. Mentre sono in corso i lavori per la costruzione della gigantesca cupola della chiesa di Santa Maria del Fiore ad opera di Filippo Brunelleschi, Cosimo de’ Medici e suo fratello Lorenzo piangono la morte di Giovanni, loro rispettivo padre, che ha avuto il merito di rendere i Medici, e la rispettiva omonima banca, una delle più potenti e influenti d’Italia e d’Europa. Siccome Lorenzo ha trovato delle strane bacche scure chiamate “belladonna”, una pianta velenosa, egli crede che il padre sia stato avvelenato. Subito i sospetti ricadono su Rinaldo degli Albizzi, nemico numero uno dei Medici, il quale ne nutre profondo risentimento data la legge sul catasto messa in circolazione da Giovanni, che sembra abbia indebolito diverse famiglie nobili come la sua data l’elevata tassazione verso queste ultime che tale legge ha conseguito. Ne susseguono tutta una serie di attentati (fallimentari) e calunnie contro i due fratelli de Medici, che culmineranno nell’incarcerazione di Cosimo nel 1432. Dopo però una serie di trattative e minacce da parte sia di Contessina, moglie di Cosimo, la quale, sotto esortazione del marito stesso, cercherà di corrompere il gonfaloniere, sia di Lorenzo, che invece cerca di radunare un esercito contro Rinaldo, minacciando la città con la forza, sì converrà all’esilio della famiglia de’ Medici. Cosimo e Lorenzo saranno costretti ad alloggiare a Venezia, mentre la città di Firenze verrà governata da Rinaldo Albizzi e Palla Strozzi, altro esponente di una casata antimedicea e fedele alleato di Albizzi. Tale governo non durerà a lungo, anzi, culminerà in un tentativo di colpo di stato da parte di Rinaldo, il quale, tradito anche da Palla Strozzi, dopo circa un anno dall’esilio dei Medici, subirà la stessa sorte dei suoi acerrimi nemici che nel frattempo, nella Serenissima, hanno vissuto un periodo tutt’altro che tranquillo dato che Laura Ricci e Reinhardt Schwartz (due fedeli servitori di Rinaldo), gli hanno tentato un agguato. Dopo la cacciata di Albizzi da Firenze i fratelli Medici torneranno trionfanti in patria, diventando sempre più potenti e influenti. Qualche anno dopo viene poi finalmente conclusa la cupola di Santa Maria del Fiore, ma durante la cerimonia, Cosimo intravede tra la folla Laura Ricci e intuisce che stava lì per spiarli. Di conseguenza Cosimo capisce che Rinaldo degli Albizzi ancora non si è arreso, anzi, attraverso tutta una serie di stratagemmi sta architettando subdolamente la sua vendetta. Egli infatti si era messo al servizio del duca Filippo Maria Visconti di Milano, con il quale stava tramando un’avanzata militare contro Firenze, al fine di riprendersi il potere con la forza. Cosimo, intuendo i nefasti propositi del suo rivale, riesce a formulare un’alleanza con Venezia e la famiglia Sforza al fine di fermare l’avanzata viscontea. Ne subentrerà una sanguinosa guerra (la battaglia di Anghiari) nella quale l’esercito del duca di Milano verrà sconfitto e Firenze finalmente sarà governata dai Medici.
Perché l’ho letto
Sin da quando andavo a scuola ho avuto sempre un debole per i romanzi e i film storici. Quella dei Medici poi è una delle storie che mi affascina da quando sono nato. Premetto che l’epoca che amo di più in realtà è quella contemporanea, ma ci sono dei “brevi” episodi, nel corso degli altri periodi storici che mi hanno particolarmente preso. Ecco, la storia dei Medici ne rappresenta un esempio. Non nascondo che anche la fiction andata in onda su Rai1 dal 2016 al 2019 ha ulteriormente incrementato in me la voglia di approfondire le mie conoscenze circa questa importante famiglia, e quale occasione migliore se non quella di leggere libri simili? Di conseguenza l’ho letto perché mi piacciono i romanzi storici in quanto credo che le trame sono avvincenti e istruttive, l’ho letto per approfondire ulteriormente le mie conoscenze circa la famiglia de Medici.
Perché lo consiglio
I Medici, una dinastia al potere è il primo libro di una saga avvincente. All’interno di esso eventi storici realmente accaduti e narrativa romanzata formano un connubio perfetto dai contorni formativi ma al contempo leggeri e piacevoli. Il linguaggio è scorrevole e i capitoli brevi, oltre a renderlo un libro alla portata di tutti, esortano il lettore a leggerlo senza fermarsi. Un appunto positivo lo voglio fare in merito all’accuratezza usata dallo scrittore nelle descrizioni le quali trascinano il lettore in un viaggio nella Firenze rinascimentale, consentendogli di vedere i paesaggi con gli occhi, come se stesse facendo un viaggio nel tempo. Un libro assolutamente consigliato, del quale, se dicessi che ho maturato una superba opinione non renderei ancora bene l’idea che mi sono fatto di esso.
La vita, quella pura e senza orpelli, si imponeva anche in quel momento, senza concedere a nessuno il tempo per le pause o i ripensamenti
Buonasera e buone feste a tutti, i libri monotematici si sa, hanno il loro fascino, ma se per queste feste sentite il bisogno di qualche storia in più vi consiglio assolutamente questo libro intitolato Sospesi sul nulla scritto da Filippo Mammoli, autore che ho avuto l’opportunità di conoscere personalmente.
Trama
Il libro consiste in una serie di racconti (15 per l’esattezza) ambientati ai giorni nostri, ognuno con un suo messaggio e un suo significato. Si tratta di vicende realistiche, dove ogni protagonista fa delle scelte che possono essere comprese o meno ma che si concentrano su un tema centrale che le accomuna basato sulla facilità umana di cadere nella contraddizione. Ecco perché ogni protagonista viene inquadrato nel momento antecedente al punto di non ritorno, concentrando la trama prevalentemente sulle ragioni che l’hanno portato a fare determinate scelte.
Perché l’ho letto
Quando lo scrittore mi contattò all’inizio ero scettico su questo libro, poi ho iniziato a leggerlo e mi sono ricreduto. L’ho letto perché mi ha incuriosito, l’ho letto perché mi ha aiutato a riflettere sulla fragilità umana.
Perché lo consiglio
Il libro in questione è un testo molto attuale e dettagliato. I protagonisti, all’interno di ogni storia, si muovono in contesti e sfondi descritti minuziosamente e in maniera scrupolosa consentendo al lettore di vederli nitidamente con i propri occhi, come se stessero osservando una fotografia. Ogni personaggio, ogni protagonista, ogni comparsa ha un suo ruolo che non va assolutamente sottovalutato, e ciò lo rende di per sé un libro di qualità che merita di essere letto data anche la scorrevolezza del linguaggio utilizzato. Queste sono le ragioni che spiegano perché di esso ho maturato una distinta opinione.
“Ricordatevi di Cedric. Quando e se per voi dovesse venire il momento di scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile, ricordate cos’è accaduto a un ragazzo che era buono, e gentile, e coraggioso, per aver attraversato il cammino di Voldemort. Ricordatevi di Cedric Diggory”.
Dopo una breve pausa in cui ho fermato la saga e mi sono dedicato ad altri libri rieccomi con Harry Potter e complice la riproposizione televisiva dei suoi film non vedo momento migliore per parlarvi del mio preferito: Harry Potter e il Calice di Fuoco. Siamo al quarto anno ed è giunto il tempo per la Rowling di far progredire la sua serie insieme alla crescita dei lettori, dopo aver fatto apparire Lord Voldemort attraverso l’horcrux nel diario di Tom Riddle e dopo averlo visto impossessarsi del professor Quirinius Quirrell, finalmente l’autrice ci svela i suoi piani e come intende far ritornare in vita il Signore Oscuro riproponendo così l’eterna lotta fra il bene e il male; una lotta che vedrà l’evolversi delle emozioni umane con chi, come il ministro della magia Cornelius Fudge, negherà in tutti i modi la verità perché gli farebbe troppo male doverla accettare, chi si schiererà continuamente con chi reputa il più forte, Lucius Malfoy parlo di te, chi scapperà dalla paura dopo essersi mostrato per anni falsamente invincibile, Igor Karkaroff, chi per amore continuerà a fare il doppio gioco e chi invece dovrà mostrare dopo lungo tempo la sua vera forza. La Rowling è pronta ad alzare la posta e questo libro porta l’universo di Harry Potter verso nuove vette e verso quell’aurea leggendaria che negli anni è riuscita a crearsi.
Trama
Due avvenimenti grandiosi si terranno quest’anno: la coppa del mondo di Quidditch dove la Bulgaria del talento di Viktor Krum sfiderà l’Irlanda nella finale, e alla scuola di Hogwarts, dopo cent’anni dall’ultima edizione, verrà riproposto il “Torneo Tremaghi”. Intanto a Little Hangleton ci sono stati degli strani omicidi e ora a casa Riddle un uomo insieme ad un enorme serpente stanno aspettando una visita, finalmente il momento tanto atteso sembra essere giunto, il più fedele Mangiamorte è stato liberato dalla maledizione Imperius e quest’ultimo non vede l’ora di poter ricambiare la sua libertà e di restituirla anche al suo padrone. Il marchio nero è finalmente pronto a fare il suo ritorno nel cielo di tutto il mondo magico.
Perché l’ho letto
È il capolavoro della Rowling, il più bel libro di tutta la saga a mio modo di vedere, con una trama avvincente e con l’introduzione di nuovi personaggi che entreranno subito nel cuore del lettore. L’ho letto per continuare la serie di Harry Potter.
Perché lo consiglio
Va consigliato senza sé e senza ma, per chiunque voglia leggere un libro ed entrare in un mondo fantasy il “Calice di Fuoco” è un’eccellente passaporta. È un libro più serio e impegnativo rispetto ai tre precedenti e dà inizio alla fase di transizione che porterà al climax finale; si inscena il ritorno di Lord Voldemort e quindi nella storia generale ha un peso specifico non da poco. Anche però prendendolo come storia autoconclusiva quella del Torneo Tremaghi è la più avvincente quindi nel caso vogliate, non si sa per quale motivo, prendere uno solo dei libri di Harry Potter il mio consiglio non può che andare verso questo.
Ruoli e regole hanno molto in comune: riuscire a mantenere i primi facilita il rispetto delle seconde e non è un caso che gli adolescenti facciano la lotta a entrambi nella ricerca della loro identità, che procede sferrando colpi a tutto ciò che viene sentito come un’imposizione.
Spesso quando si parla di regole lo si fa sempre attribuendole un’accezione negativa, come se fossero delle catene oppressive che ostacolano le nostre libertà. Eppure paradossalmente esse sono state create proprio per tutelarle soprattutto quando poi ci troviamo nei vari contesti sociali. Se normalmente la gente sembra maturare delle difficoltà nel rispettare le più comuni regole del vivere civile, non ne parliamo quando si tratta addirittura di trasmetterle alle nuove generazioni, ma su questo la psicanalista Nicoletta Pizzi offre degli ottimi suggerimenti attraverso il suo libro intitolato “Diamoci una regolata” edito da Epc.
TRAMA
Il libro consiste in una serie di storie (inventate) di situazioni verosimili che si verificano spesso quando ci si rapporta con i propri figli. Ogni capitolo è diviso in due parti: la prima parte è la storia vera e propria, mentre la seconda parte corrisponde all’analisi di ciò che è successo all’interno di essa con dei suggerimenti su come poter affrontare la stessa situazione in maniera più efficace. Il tema principale ruota sempre attorno alla questione della trasmissione delle regole ai propri figli e soprattutto alle difficoltà che spesso noi adulti maturiamo durante tale processo. In ogni racconto ci sono protagonisti diversi, di ogni età, dall’infanzia all’adolescenza. Si comincia con Mirko, un bambino di 3 anni molto vivace che pretende ancora di dormire con i genitori, poi c’è Giorgia, una bambina di 6 anni che ha sofferto molto il trasferimento in città e il relativo cambio di abitudini. Il libro continua con la storia di Zoe, una bambina 10 anni un po’ furbetta che ama la danza ma non le piace fare i compiti, poi si parla di Daniele, un tredicenne che sta vivendo la fase delicata dell’adolescenza e infine c’è Chiara, una diciassettenne poco incline alla prudenza stradale. Alla fine il libro cerca di dare una piccola risposta alla domanda comune che ogni genitore ed educatore si pone quando si rapporta con i ragazzi, ovvero: “Sono stato troppo severo con loro? O forse troppo poco?”. All’interno di ogni singola storia ogni genitore prova a risolvere le varie questioni createsi attraverso delle soluzioni, quali saranno?
PERCHÉ L’HO LETTO
Non è affatto solito che una persona come me, che non ha figli si mette a leggere libri che affrontano questo tema. Pertanto l’educazione e la trasmissione dei valori ai posteri sono argomenti di cui da sempre nutro una profonda sensibilità un po’ perché ho avuto un’educazione calasanziana, un po’ perché ancora oggi, per volontariato, faccio l’educatore. Di conseguenza l’ho letto per migliorare le mie tecniche educative, l’ho letto perché ho sentito l’esigenza di trovare qualcuno o qualcosa che mi aiutasse a vedere i ragazzi che seguo sotto un’altra ottica che fino ad ora trascuravo e/o sottovalutavo.
PERCHÉ LO CONSIGLIO
Direi che l’obiettivo descritto nell’ultima frase è stato centrato alla perfezione. Nicoletta Pizzi infatti mi ha aiutato a considerare anche l’aspetto emotivo di tutti i bambini e i ragazzi con cui ho a che fare. È chiaro che il libro ha un’impostazione che si concentra prevalentemente sul rapporto tra i genitori e i figli, ma credo che tanti suggerimenti che la psicanalista ci ha offerto possono rivelarsi utilissimi anche per chi ci ha a che fare con i bambini/ragazzi nella vita quotidiana, indipendentemente se è un genitore o meno. Sono rimasto particolarmente entusiasta nel scoprire come su tante questioni io e l’autrice ci troviamo d’accordo, ecco perché questo libro è andato oltre le mie aspettative e di esso quindi ho maturato un’ottima opinione.
“Mangiando pensa: «Perché il sapore della cucina di mia moglie mi fa piacere ritrovarlo qui, e invece a casa tra le liti, i pianti, i debiti che saltano fuori a ogni discorso, non mi riesce di gustarlo?»”
Italo Calvino è uno degli scrittori italiani più iconici del Novecento, il libro che mi appresto a recensire è una raccolta di venti novelle pubblicate in origine sul quotidiano d’informazione del Partito Comunista Italiano ovvero “L’Unità”. Karl Marx scriveva dell’alienazione che la società capitalista imponeva alla classe proletaria che si ritrovava a vendere la propria forza lavoro per una paga misera a tutto vantaggio dei capitalisti; il protagonista del libro, Marcovaldo, è l’impersonificazione di quel lavoratore sfruttato: vive in un quartiere operaio, fa una vita misera e per una ditta, la Sbav, senza nome e senza anima di cui anche lui non sa nulla, né cosa produce né cosa venda e men che meno conosce il suo titolare ma soltanto i suoi colleghi e il suo diretto superiore. Questa di Calvino è una tagliente critica alla società industriale e alle distorsioni che essa porta, un libro umoristico e sarcastico ma di quel sarcasmo che fa molto riflettere.
TRAMA
Marcovaldo è un manovale che vive in un quartiere operaio della sua città in piena società industriale; nel corso delle pagine del libro, suddivise per un episodio rappresentativo di una stagione climatica, cercherà di sbarcare il lunario come può dato che ha una paga bassa che non basta a sfamare i suoi sei figli piccoli e sua moglie, con cui per di più i rapporti non sono proprio idilliaci. I debiti sono molti nonostante vivano tutti insieme in un monolocale, le difficoltà portano innumerevoli litigi e riuscire a portare avanti la famiglia con tutti questi sacrifici non è semplice; passano gli anni ma la vita di Marcovaldo rimane sempre la stessa, con lo stesso lavoro, le stesse condizioni e le stesse persone di sempre (anche loro con nomi improbabili). A questa situazione di stallo Calvino ci contrappone brevi storie delle sue peripezie, dove il protagonista proverà a superare gli imprevisti della vita in modo sempre eccentrico e non conformista, dal diventare un guru della lotta ai reumatismi con le punture di vespe al fare le sabbiature in una zattera alla deriva nel fiume, Marcovaldo se ne inventerà sempre una per andare avanti ma alla fine, il più delle volte, sarà l’ospedale la sua destinazione finale.
PERCHÉ L’HO LETTO
In un momento così difficile per tutti un romanzo così spensierato, ma non per questo banale, riesce a far evadere il lettore dal mondo reale e ad empatizzare fortemente con il protagonista alle prese con le sue peripezie. L’ho letto per ridere un po’ e passare del tempo in leggerezza senza dimenticare il voler vedere lo stile tagliente e sarcastico di Calvino in azione.
PERCHÉ LO CONSIGLIO
È un libro molto divertente che strapperà più di qualche risata al lettore, al tempo stesso fa riflettere molto sulle condizioni di vita della classe operaia nell’epoca industriale e sulla difficoltà nel portar avanti una famiglia numerosa con un solo stipendio; il sistema di welfare non era quello attuale così come le condizioni abitative, i problemi che Marcovaldo è costretto ad affrontare appaiono surreali ad un abitante occidentale dell’epoca moderna eppure la descrizione operata da Calvino è rappresentativa ed esaustiva della società industriale. Consiglio questo libro anche per l’autore, Italo Calvino, che è uno degli scrittori più letti e apprezzati del Novecento italiano; la qualità della scrittura e del lessico utilizzati nel libro è fuori parametro.
Non si può vivere il passato. O quello che noi crediamo essere il passato. Quello che hai è solo il presente.
Quanti gesti quotidiani siamo soliti dare per scontato? E a quanti di essi diamo valore? Con queste domande voglio iniziare a parlarvi del libro che sto per recensire ovvero Tredici di Jay Asher (edito da Mondadori). Un libro che avevo in programma di leggere da tempo e che finalmente negli ultimi giorni sono riuscito a dedicargli del tempo. Un testo dalle dimensioni modeste ma dal messaggio intenso che catapulta il lettore nella psiche della protagonista, Hannah Baker, rivivendo con lei gli ultimi giorni della sua vita prima del suicidio.
Trama
Come anticipato il libro parla della storia di Hannah Baker, una ragazza che si è suicidata ma che ha sentito al contempo il bisogno di spiegare le sue ragioni. Una mattina un ragazzo di nome Clay Jensen riceve un misterioso pacco contenente una scatola di scarpe con all’interno sette audiocassette. Curioso inizia ad ascoltare la prima. Ciò che sente è davvero sconvolgente: si tratta della voce di Hannah Baker, la ragazza di cui è sempre stato innamorato che racconta ciò che l’ha indotta ad uccidersi accusando diverse persone. Inizia così una specie di “gioco” consistente nell’ascolto delle varie audiocassette nelle quali su ogni singolo lato si parla di ogni singola persona. Il destinatario del pacco può scegliere liberamente se ascoltarle tutte o solo la parte dedicata a lui. Una volta terminato l’ascolto delle cassette il destinatario ha l’obbligo di spedire il pacco alla persona successiva, e qualora non dovesse farlo il contenuto sarà reso pubblico. Clay Jensen decide di ascoltarle tutte e, munito di una mappa ricevuta altrettanto misteriosamente poche settimane prima, ripercorre gli ultimi istanti della vita della sua amica quasi rivivendoli insieme a lei, in un contesto di accuse, sorprese e misteri, dove ogni singolo gesto, ogni singola azione compiuta e non compiuta si scopre abbia avuto un valore più grande di quanto i protagonisti e le persone coinvolte abbiano pensato.
Perché l’ho letto
Questo libro giaceva nella mia libreria da un bel po’. In piena onestà l’ho sottovalutato, anche perché le recensioni che ho letto non erano promettenti ed ecco perché ho aspettato per leggerlo. Diciamo che a me ha fatto un’impressione del tutto diversa e la cosa dimostra infatti ciò che in Leggo_per abbiamo sempre sostenuto, ovvero che un libro che non è gradito da una determinata persona non è detto che non possa esserlo invece ad altri. Il tema affrontato è forte ma al contempo importante soprattutto in questo periodo nel quale la nostra vita sembra subire sempre più delle intermittenze a causa delle varie restrizioni locali e generali imposte dalla pandemia. In un contesto del genere affrontare la questione del suicidio può rivelarsi a mio modesto avviso necessario dato che l’aumento dei licenziamenti e lo stare molto in casa aumentano il rischio di depressione, una delle tante cause di suicidio. Un tema che è stato a cuore anche a un grande sociologo ovvero Emile Durkheim, che con la sua opera intitolata appunto “Il suicidio”, inquadrando questo fenomeno come un fatto sociale, ovvero come un fenomeno che non si manifesta solo nella intimità e nella psiche della vittima bensì causato anche da forze coercitive esterne che spingono il soggetto in questione a compiere un gesto così estremo, aiuta a comprendere meglio questo libro. In effetti Jay Asher, attraverso Tredici, esprime questo concetto in maniera molto chiara e semplice, grazie al personaggio di Hannah Baker la quale, spiegando le ragioni del suo gesto estremo, attraverso le singole accuse che fa verso i suoi compagni di scuola dimostra come ognuno di noi, senza saperlo, può acquisire senza saperlo un ruolo importante nella vita delle persone che ha intorno. Di conseguenza la stessa collettività è investita di un inaspettato e sottovalutato potere che appunto come sosteneva Durkheim, è tale da poter indurre le persone a compiere tali gesti, visti comunemente solo come individuali. Quindi si può facilmente dedurre che su Hannah Baker è stata eseguita una sorta di coercizione esterna che l’ha fatta sentire isolata e l’ha indotta a compiere il suo tragico gesto. Ecco perché l’ho letto, perché mi ha ricordato che la mia esistenza può influenzare ed essere influenzata da quella di qualcuno, l’ho letto perché mi ha aiutato a guardare meglio negli occhi le persone che ho di fronte e ad ascoltare sia quello che dicono sia quello che non dicono.
Perché lo consiglio
Parlare di suicidio a molti spaventa perché è considerato socialmente un tema pesante ed eccessivamente forte. Pertanto io personalmente da questo libro, reso ancora più famoso dalla celebre serie TV su Netflix, ho ricavato un grosso messaggio di speranza in quanto richiama l’attenzione sull’interconnessione delle nostre vite con quelle degli altri, e di conseguenza fa capire che come siamo in grado di distruggerle siamo al contempo anche in grado di salvarle…forse anche senza accorgercene. Ognuno di noi quasi inconsapevolmente acquisisce un ruolo nella vita del nostro prossimo e di conseguenza può fare qualcosa per lui. Ciò che ci insegna Jay Asher è che anche un singolo gesto nei confronti degli altri può acquisire un valore grande, può addirittura salvare vite. Lo stesso Clay Jensen, sedendosi ad ascoltarla, riesce ad alleggerire un po’ la vita di Hannah, e seppur non riesce a salvarla, riesce almeno a farla sentire un tantino meglio, al punto che lei stessa deciderà di baciarlo. L’autore lascia intendere che se solo un’altra singola persona avesse mostrato la stessa disponibilità di Clay verso Hannah, probabilmente quest’ultima si sarebbe salvata e non avrebbe compiuto il suo terribile gesto. Alla fine si è trattato di una lettura forte ma dal messaggio intenso ed è per questo che di essa ho maturato un’ottima opinione.
Quando il popolo impose al cardinale Buoncompagni di tirarlo fuori dall’urna, il sangue del patrono, onorato dalla più bella cappella mai costruita, fu trovato sciolto. Il miracolo era già compiuto, ma l’inferno doveva ancora arrivare.
“Prendi una donna trattala male, lascia che ti aspetti per ore […] Fa sentire che è poco importante, dosa bene amore e crudeltà“. Così recita una strofa di una celebre canzone di Marco Ferrandini, ed è più o meno questo il riassunto della vita di Martia Basile, raccontata in questo libro dallo scrittore napoletano Maurizio Ponticello. Egli ha parlato di un fatto di cronaca realmente accaduto che lascia col fiato sospeso fino alla fine, e che fa riflettere ulteriormente sul valore della donna, considerata per tanti secoli quasi meno di una schiava.
Trama
Il libro parla della storia di Martia Basile, una ragazzina di 12 anni “venduta” in sposa a un commerciante di nome Domizio Guarnieri (detto don Muzio) con il quale non vivrà un matrimonio particolarmente felice. Le vicende si svolgono in una Napoli capitale del regno omonimo a cavallo tra la fine del 1500 e gli inizi del 1600. Martia Basile, una giovane e bellissima fanciulla, alla tenera età di 12 anni partorisce la prima figlia, Vittoria (detta Tolla), la quale, essendo femmina, quasi viene rifiutata dal padre che desidera tanto avere un erede maschio. Con lui Martia Basile vive una vita agiata, piena di comodità e ricchezze ma senza amore e affetti. Infatti il marito la tratta sempre con sufficienza e l’aggredisce spesso per futili motivi. Un esempio è quando la donna si trova coinvolta nell’incendio di una chiesa all’interno della quale si precipitò per salvare una reliquia. Salvata dal capitano di giustizia Hermanno Gajola, Martia si troverà sofferente in stato di degenza per diversi giorni, ma don Muzio non gradirà affatto tale iniziativa della moglie e di conseguenza la picchierà ferocemente nonostante ella si trovasse in un letto dolorante a causa dell’incidente. Qualche anno più tardi la donna partorirà un’altra figlia, Bea, la quale, a causa del suo genere sessuale, le costerà un’altra aggressione da parte del marito. Quest’ultimo infatti crederà che la moglie glielo stia facendo apposta. Un giorno però Domizio sarà coinvolto in un tentato agguato nei suoi confronti ad opera di alcune spie olandesi. Spaventato si rifugerà ad Ariano Irpino, dove pochi giorni dopo si farà raggiungere dalla moglie e la costringerà a partecipare con lui ad un banchetto col governatore del paese, Matthia del Solto, con il quale aveva dei debiti. Matthia da subito paleserà la sua attrazione perversa per Martia facendole delle avances. La donna scoprirà di essere stata “barattata” dal marito, il quale però, per salvare il suo onore rifiuterà di assistere allo stupro della moglie, si alzerà dalla tavola e la porterà con sé. Per questo motivo egli verrà imprigionato con la falsa accusa di bestemmia. Per salvare Domizio Martia deciderà di incontrare Del Solto, il quale la stuprerà, poi la rinchiuderà in una stanza e la costringerà a prostituirsi per solvere i debiti del marito. Passata una settimana Martia troverà un escamotage per scappare dal palazzo di Del Solto e raggiungere le sue figlie a Lauro. Mentre Domizio resterà imprigionato ad Ariano Irpino, Martia inizierà a frequentare delle donne che praticano magie atte a curare le ferite del corpo e dell’anima. Non a caso vengono definite delle streghe. Ella inizierà anche a frequentare il capitano di giustizia Hermanno Gajola del quale si innamorerà. I due infatti diventeranno amanti e per la prima volta in vita sua Martia si sentirà realmente amata da un uomo. Una sera però, mentre Hermanno è a cena da Martia rientra don Muzio il quale, scoperto il tradimento, picchierà per l’ennesima volta la moglie, ma quest’ultima non si farà trovare impreparata e per difendersi lo ucciderà con un pugnale. Nascosto il corpo, una brutta sera la serva Desiata farà l’errore di raccontare la vicenda ad una donna pettegola del quartiere la quale denuncerà sia lei che Martia. Ne subentrerà un processo, che coinvolgerà anche il Sacro Collegio, dato che Martia confesserà (mentendo) di aver stretto un patto col diavolo. Riuscirà ad evitare la condanna a morte?
Perché l’ho letto
Diciamo che non sono solito leggere questo genere di storie ma questa volta si sono susseguite una serie di circostanze che mi hanno fatto venire una certa curiosità. Innanzitutto questo libro è ambientato nella mia città, in un periodo in cui essa splendeva essendo la capitale del Regno di Napoli. Inoltre ho avuto il piacere di conoscere l’autore ad una presentazione di questa sua opera dove si sono lette alcune parti. L’ho letto perché volevo conoscere Martia Basile, l’ho letto perché mi hanno convinto a farlo durante la presentazione a cui ho partecipato.
Perché lo consiglio
“La vera storia di Martia Basile” è un romanzo di cronaca basato su una storia vera che consente di fare un viaggio nel tempo e di visitare una Napoli rinascimentale che all’epoca, oltre ad essere una capitale, era anche una delle città più importanti d’Europa. Ponticello è molto ben dettagliato nel descrivere i luoghi e anche le atmosfere che si vivevano all’epoca, ma ciò che mi ha particolarmente entusiasmato è la ricostruzione storico sociologica della mentalità dell’epoca, soprattutto in materia di donne. La stessa Martia Basile è rimasta vittima di questa perversa mentalità che considerava le donne quasi meno di zero. Ne sono un esempio il quasi rifiuto di Domizio Guarnieri delle figlie, la ricerca efferrata delle streghe ad opera del clero di allora (Martia Basile stessa sarà considerata tale), la bellezza femminile considerata gioia ma al contempo dannazione perché fonte di tentazione. Una società che si fondava sul valore della famiglia, nonostante buona parte delle famiglie di allora erano finte famiglie perché nate da matrimoni di convenienza (ricordo che Martia Basile fu “venduta” a Domizio Guarnieri per una cospicua dote). Personalmente questa è una contraddizione che mi ha lasciato particolarmente avvilito essendo la famiglia uno dei miei valori più radicati, ma è anche vero che Maurizio Ponticello con questa sua opera ci insegna a non giudicare le mentalità dell’epoca con i canoni attuali. Per quanto mi riguarda ho apprezzato il fatto che egli abbia riqualificato l’immagine di una donna considerata per tanti anni una poco di buono, rendendola in questo modo giustizia. Questo ha fatto sì che di questo libro maturassi un’ottima opinione.
“L’illusione che i momenti andati siano pagine chiuse è solo una scusante per aprirne di nuove, non si sarà mai capaci di voltare pagina, di creare un libro nuovo, possiamo scrivere solo sequel.”
Paseo del Prado è la più famosa e importante via di Madrid, capitale della Spagna. È anche chiamata la via dei musei perché concentrati nell’arco di un chilometro troviamo i grandi tre: il Prado, il Reina Sofia e il Thyssen. Il primo presenta soprattutto opere di arte rinascimentale e barocca/neo-classica, il secondo si impone come tempio delle varie correnti di arte novecentesche mentre il terzo è una via di mezzo con un percorso d’arte che va dal fiorentino Paolo Uccello di fine Quattrocento al Novecentesco Salvador Dalì. Ed è proprio il paragone con il surrealismo del pittore catalano che balza subito all’occhio leggendo le prime pagine del libro di Sara Tramonte; questa è un’opera diversa rispetto alle correnti classiche della letteratura, una tipologia di libro che mai prima d’ora mi era capitata di leggere e che dunque va approcciata in modo differente pena il non riuscire a comprendere il libro ed etichettarlo come tentativo mal riuscito.
Trama
Come mi è stato confermato dall’autrice questo è un libro introspettivo e la sua comprensione varia a seconda del lettore e del suo stato d’animo, è molto probabile che rileggendo il libro in un diverso periodo della mia vita io possa arrivare ad un risultato diverso sullo svolgersi della vicenda. Ci sono però delle linee guida che l’autrice dà: il rapporto del protagonista con le due figure familiari, la madre e il padre, la scoperta del cubo di Rubik che risiede all’interno del protagonista (nella mia interpretazione è la scoperta del Sé/daimon di derivazione psicologica), la figura del Pirla (in questo caso l’ho visto come il “Me” che ognuno di noi ha e che rimane sempre con noi). Il dipanarsi dello svolgersi degli eventi è come il susseguirsi delle emozioni, sono come un vortice e non c’è continuità fra una scena e l’altra, il dialogo fra i personaggi è immediato e pieno di slang e i luoghi, come ad esempio la casa materna e il bar, sono avvolti da un alone di addobbi o alcol tali da renderli simili ad un quadro di Van Gogh o di Monet.
Perché l’ho letto
Il libro mi è stato commissionato dal titolare della pagina su richiesta dell’autrice che richiedeva una recensione, inizialmente ero scettico ma la particolarità della scrittura mi ha colpito fin da subito e ho quindi deciso di accettare la commessa. L’ho letto perché volevo vedere cosa si potesse produrre con questo tipo di scrittura.
Perché lo consiglio
Questa è la parte più difficile della recensione, non è un testo classico per cui non sarebbe intellettualmente onesto consigliarla ad una tipologia standard di lettori. Sicuramente chi apprezza il surrealismo e tutta la corrente moderna (o buona parte) dell’arte potrebbe trovare qualcosa che attiri la propria attenzione, allo stesso modo chi è un appassionato o un conoscitore della psicologia potrebbe trovare degli spunti interessanti sulla moltitudine di temi trattati. In assoluto però mi sentirei di consigliarlo a chi come me vuole qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo e fresco che non si sia mai visto/letto prima.
A questa età non lo decidi, succede. Non lo programmi, non sai quando. Arriva e basta. Un po’ come il sole dopo settimane di pioggia. Quando piove lo sai che prima o poi il sole tornerà a brillare, ma è proprio quando meno te l’aspetti che un raggio di luce entra dalla tua finestra illuminando tutto all’improvviso. E te lo aspetti così poco che inizialmente sei confusa, non capisci, ci metti un po’ a realizzare che è tornato, così caldo e luminoso.
Capita delle volte che ti vien voglia di tornare adolescente, di sentire nostalgia della scuola, dei primi amori e delle mille paranoie che ci si faceva quando si viveva una determinata età. Poi un giorno ti trovi in libreria, ne approfitti di una offerta interessante, e ti capita di leggere un libro come questo. Infatti Succede di Sofia Viscardi (edito da Mondadori) più che un libro è una sorta di macchina del tempo, che ti trascina indietro di qualche anno e ti fa rivivere insieme ai protagonisti quelle innocenti emozioni che ti hanno colpito quando eri ancora un teenager scapestrato.
Trama
Il libro parla di una storia di adolescenti alle prese con i primi amori in un contesto tutto attuale fatto di Social, movida e feste. La protagonista è Margherita, una timida ragazza che si nasconde dietro una corazza di diffidenza a causa di alcune delusioni passate che l’hanno segnata. Sempre insieme ai suoi migliori amici, Tom e Olimpia, vive la sua classica vita di adolescente dei nostri giorni caratterizzata oltre che dalle classiche cotte tipiche della sua età, anche da un contesto basato sui Social Network, dove le nostre vite e le nostre esperienze sono quasi sempre schedate e sotto i riflettori. Olimpia è una persona molto socievole ed esuberante, che prende la vita molto alla leggera, ma che al contempo nell’amicizia ci mette l’anima. Molto premurosa nei confronti della sua amica ella cercherà a modo suo di aiutarla riuscendo a combinare tutta una serie di appuntamenti tra lei e un ragazzo di nome Samuele considerato: “il più figo della scuola”. Margherita finirà per innamorarsi di Samuele ma, al momento in cui scoprirà che l’incontro con quest’ultimo non è affatto casuale ma c’è dietro lo zampino della sua migliore amica, si sentirà tradita da lei, e, dopo aver lasciato Samuele, la terrà alla larga per un bel po’. Di conseguenza inizierà a frequentare persone diverse che la porteranno presto in una discoteca ad ubriacarsi, ma proprio in quel momento interverrà Tom, il quale, trovandola ubriaca, la soccorrerà e la porterà a casa sua. Presto Margherita scoprirà che Tom è sempre stato innamorato di lei, cosa che, nonostante la spaventi, non le dispiace per niente. Di conseguenza i due inizieranno una bellissima storia d’amore, ma presto si scoprirà che anche Margherita nasconde qualcosa a Tom, di cosa si tratta?
Perché l’ho letto
Ispirandomi a ciò che ha scritto l’autrice, certi libri non sai perché ti capitano tra le mani, succede e basta. Queste letture non le programmi, ti trovi per caso in una libreria, leggi un titolo interessante e istintivamente acquisti un libro che si rivela molto coinvolgente e che ti ringiovanisce di circa 15 anni facendoti rivivere certe emozioni che da tempo non vivevi. L’ho letto perché l’ho voluto leggere e basta, non ho una motivazione precisa, è successo.
Perché lo consiglio
Succede è un libro che mi ha preso molto. Un libro scoperto per caso dove la sorpresa supera le aspettative trascinandoti in una piacevole lettura. Un libro a mio modesto avviso strutturato anche bene, con capitoli brevi e vocaboli semplici ideali per ogni tipo di sensibilità. Sono quei libri nei quali una pagina tira l’altra, e in un attimo ti trovi quasi alla fine e già inizi a sentire la mancanza dei protagonisti. Forse non è un caso che di questo libro è stato fatto anche un film che ho visto appena l’ho finito di leggere (e che ho gradito quanto il libro stesso pur accusando qualche inevitabile differenza). Un grande esordio di colei che a mio modesto avviso ha tutte le carte in regola per diventare una grande scrittrice, ed è per questo che di questo libro ho maturato un’ottima opinione.
“I signori Lunastorta, Codaliscia, Felpato e Ramoso, Consiglieri e Alleati dei Magici Malfattori, sono lieti di presentarvi la Mappa del Malandrino.”
Il viaggio nel mondo di Harry Potter continua con la recensione del terzo libro della saga principale: Il Prigioniero di Azkaban. Negli ultimi giorni numerosi casi di cronaca nera sono stati al centro dell’attenzione, dall’omicidio di Willy Duarte a quello di Maria Paola Gaglione e i molti giudici del web vorrebbero una punizione in una prigione come quella di Sirius nel carcere di Azkaban, un luogo in cui ci si ritroverà a vivere per tutta la vita senza nessuna possibilità di redenzione e senza nessuna possibilità di poter ricominciare a vivere imparando dai propri sbagli. I dissennatori sono i carcerieri del mondo magico e loro risucchiano le emozioni dei prigionieri cibandosene e condannando i carcerati ad una vita vuota e senza alcuno scopo (con evidenti riferimenti dell’autrice alla depressione di cui ha sofferto in gioventù). Nel suo racconto la Rowling oltre a descrivere una storia fantasy ricca di amore e speranza incastra perfettamente alcune tematiche che le sono care e la giustizia, o meglio la concezione di come dovrebbe essere la giustizia, è una di quelle che sarà più accusata insieme alle politiche estremiste tanto care ad una grossa parte della popolazione occidentale.
Trama
Il famoso mago oscuro Sirius Black è riuscito ad evadere dalla prigione di Azkaban, nessuno prima di lui era riuscito a sopravvivere al bacio dei dissennatori ma ora ha puntato Hogwarts e vuole concludere ciò che aveva iniziato 15 anni fa, vuole uccidere il figlio di Lily e James Potter, vuole uccidere Harry per vendicare Lord Voldemort. Nel suo terzo anno alla scuola di magia e stregoneria Harry si troverà di fronte una nuova e temibile minaccia che prende il posto di Tom Riddle non presente in questo libro per la prima volta. Il guardiacaccia Hagrid, amico di Harry, Ron e Hermione, ha realizzato il suo sogno di diventare insegnate ma Draco Malfoy e i suoi scagnozzi di Serpeverde sono pronti a farlo espellere come era già successo molti anni prima con il basilisco; Remus Lupin è il nuovo insegnante di Difesa contro le Arti Oscure ma Piton sospetta di lui in più essendo arrivati al terzo anno i nostri eroi potranno finalmente andare in gita al villaggio di Hogsmeade ma servirà l’autorizzazione da parte di un familiare e difficilmente i Dursley la concederanno a Harry.
Perché l’ho letto
Questo è il terzo libro della serie e una volta iniziata diventa difficile staccarsi senza andare a vedere cosa succederà nei sette anni scolastici. L’ho letto per continuare la trama e perché catturato dal magico mondo di Harry Potter.
Perché lo consiglio
Come già detto nelle scorse recensioni questo non è uno dei miei preferiti ma rimane comunque un ottimo libro da leggere, l’introduzione del villaggio di Hogsmeade e delle sue usanze (la mitica burrobirra su tutti) ampliano in maniera importante l’universo creato dalla Rowling e l’introduzione di alcuni personaggi come Sirius e Lupin rendono questo libro un capitolo della saga da non sottovalutare. Il colpo di scena finale è poi uno dei più belli di tutta la serie e il rapporto di Harry con la vendetta ci fa da apripista verso quella maturazione che sarà evidente con il “Calice di Fuoco” ma che qui inizierà ad affacciarsi.
Lydia guardò altrove: doveva vivere per Daniel che la stava aspettando, e doveva salvare Christopher e riportarlo da Helen. Voleva portare sani e salvi anche Kurtis e Natalie, ma sapeva che era un’impresa molto ardua, soprattutto se non collaboravano.
Qualche mese fa fui contattato da uno degli autori di questo libro che mi chiese un parere in merito. Ovviamente per onestà intellettuale gli risposi che prima di poterlo esprimere avevo bisogno di leggerlo. Preso dalla curiosità ho iniziato a dargli un’occhiata. Oggi posso dire che Iridens, scritto da Elisabetta Trottini e Emanuele Travia, è una saga che ha del potenziale enorme. Un libro scritto con molta passione e dedizione, che ha catturato sin da subito la mia curiosità e mi ha tenuto col fiato sospeso in diverse occasioni. Quello di cui sto per parlarvi è il primo libro di ciò che si è rivelata una storia avvincente e meno scontata di quanto possa far pensare all’inizio.
Trama
Il libro è un fantasy che parla di due giovani ragazzi che hanno dei poteri speciali e per tale motivo vengono trasferiti in una regione chiamata “Terra del Nord” dove saranno costretti a frequentare un istituto particolare chiamato SpIE e a partecipare a dei giochi caratteristici ed efferati chiamati Wahna. Un futuro molto lontano, esseri umani con poteri speciali, un pianeta Terra radicalmente diverso da come lo conosciamo. Sono questi gli elementi che riassumono la trama di questo libro. Ci troviamo nel 3267 dove, in un mondo in fase di ripresa dopo la tragica collisione con un asteroide, degli esseri umani, esposti alle radiazioni provocate dall’impatto, scoprono di avere dei “doni” speciali. Questi individui saranno chiamati Iridens e, considerati pericolosi, saranno segregati in una regione di uno dei nuovi continenti terrestri creatisi dopo l’impatto con l’asteroide, chiamata Terra del Nord. Capita però ogni tanto, come è successo ai protagonisti di questo libro ovvero Lydia e Christopher, che nelle altre regioni vengono scoperti dei bambini che hanno acquisito questi strani “poteri”. La legge parla chiaro, perché considerati pericolosi per il resto della comunità di individui “normali”, essi, una volta maggiorenni, devono abbandonare la propria regione d’origine, trasferirsi nella Terra del Nord e frequentare una scuola particolare che si chiama SpIE, fatta apposta per aiutare questi “ragazzi prodigio” a scoprire e controllare meglio i propri poteri. Dopo alcune settimane che Lydia e Christopher frequentano questo istituto, un avvenimento importante sta per svolgersi nella terra del Nord. Si tratta dei famigerati Wahna, ovvero dei giochi, che si svolgono ogni 5 anni, basati su delle efferate prove ai quali tutti gli studenti della SpIE sono obbligati a partecipare. Siccome durante queste prove gli studenti possono anche lasciarci la pelle, Lydia parteciperà malvolentieri preservando un particolare scetticismo non solo nei confronti dei Wahna ma anche nei confronti di tutta la Terra del Nord, della SpiIE e soprattutto nei confronti del preside. Pertanto, grazie a una forte sintonia con Christopher, ella riesce, insieme al suo amico, a superare le prime due prove, fino alla terza dove avverranno tutta una serie di imprevisti e colpi di scena. Di cosa si tratterà?
Perché l’ho letto
Quando mi proposero di leggere questo libro onestamente lo sottovalutai, un po’ perché non sono abituato a questo genere e un po’ perché non ne avevo sentito parlare troppo in giro. Onestamente è stata una bella scoperta, e quando ho iniziato a leggere le prime pagine non ho potuto fare a meno di continuare con i capitoli successivi. Di conseguenza l’ho letto perché mi ha catturato, l’ho letto perché ero curioso di aprirmi ancora a un altro genere magari cominciando da una saga nuova.
Perché lo consiglio
Iridens è il frutto del sogno di due ragazzi: Elisabetta Trottini ed Emanuele Travia. Il loro progetto promette bene perché hanno scritto un libro dal linguaggio scorrevole e semplice, con una trama ricca di colpi di scena. All’inizio sembra una storia come tutte le altre, anzi, se devo essere proprio sincero, addirittura mi è sembrata quasi identica a quella di altre saghe e libri fantasy. Diciamo che la fantasia degli scrittori l’ho percepita verso gli ultimi capitoli che sono pieni di emozionanti imprevisti e mutamenti della storia che onestamente non mi aspettavo rendendo la trama meno scontata di quanto all’inizio lasci immaginare. Una storia intensa che lascia il lettore col fiato sospeso fino alla fine del libro il quale, date queste caratteristiche, potrebbe diventare ciò che noi di Leggoper definiamo “Libro apripista”, ed è per questo che di esso ho maturato una buona opinione.
Quando guardate qualcuno che sta dormendo, riuscite a capire che c’è ancora una persona che abita il corpo. C’è una presenza. Ma la maggior parte dei medici vi dirà che non succede così quando un paziente è in coma (anche se non sanno esattamente il perché). Il corpo è lì, ma c’è anche una strana sensazione, quasi fisica, che la persona non sia presente. Che, inspiegabilmente, la sua essenza, sia da un’altra parte.
Succede a volte che quando si va in libreria ci si espone a delle offerte le quali includono dei titoli interessanti. Uno è proprio quello di questo libro, Milioni di farfalle, scritto dal medico Eben Alexander ed edito da Mondadori. Una storia autobiografica dai risvolti meno scontati del previsto, dove il protagonista racconta la sua esperienza NDE (Near death experience, ovvero un’esperienza ai confini della morte) con minuziosa scrupolosità, descrivendo dettagliatamente ogni aspetto di quello strano mondo in cui si è trovato durante il coma.
Trama
Come accennavo in precedenza, libro è un autobiografia in cui l’autore racconta la sua esperienza NDE nel corso dei suoi 7 giorni di coma nel 2008. Durante la notte del 10 Novembre di quello stesso anno il neurochirurgo statunitense iniziò a sentire i primi sintomi di ciò che da lì a poche ore si sarebbe rivelata una meningite causata da escherichia coli. Afflitto da convulsioni e perdita di coscienza verrà trasportato d’urgenza in ospedale dove i suoi colleghi medici e infermieri cercheranno di sedarlo data la sua irrequietezza fino a quando, prima di stordirsi definitivamente, gridò al cielo la seguente frase: “Dio aiutami tu“. Inizierà così per lui un’esperienza straordinaria nella quale verrà trascinato in un’altra dimensione (che lui identificherà come il paradiso) nella quale sarà guidato da un angelo misterioso che addirittura lo porterà a conoscere Dio (chiamato da lui “Om”). Durante il suo “viaggio” tutte le persone che incontrerà nella nuova dimensione gli ribadiranno che egli è e sarà sempre amato e che il suo “soggiorno” in quello strano ambiente è solo temporaneo. Infatti, dopo sette giorni di coma i medici, ritenendo quasi del tutto nulle le speranze che il loro collega si riprenda, daranno ordine di staccare la spina, ma proprio in quel momento Eben Alexander aprirà gli occhi e ritornerà alla vita. Dopo uno straordinario ed imprevedibile recupero completo, Eben sentirà l’esigenza di raccontare la sua esperienza, Ecco perché ha scritto questo libro.
Perché l’ho letto
Devo ammettere che sono stato sorpreso dalla trama di questo libro, un po’ perché ne avevo già sentite di storie simili, un po’ perché questi temi così forti mi hanno sempre affascinato. Credo che Eben Alexander, seppur abbia apertamente dichiarato una sua conversione dall’ateismo alla religiosità, in un certo senso ha cercato di descrivere in maniera del tutto obiettiva e imparziale la sua esperienza. L’ho letto perché queste storie mi hanno sempre incuriosito, l’ho letto per interrogarmi su un tema che in realtà è molto più insidioso di quanto ci si possa aspettare, dato che anche la scienza non è ancora riuscita a dare delle certezze chiare e complete circa le NDE.
Perché lo consiglio
Con Milioni di farfalle Eben Alexander ci ha offerto l’opportunità di tornare indietro nel tempo e di rivivere la sua “esperienza ultraterrena”. Onestamente non mi è chiaro se ciò che ha vissuto sia frutto di un’allucinazione o di qualcosa di reale (A dire il vero anche lui si è interrogato su questo, come dimostrano gli appendici alla fine del libro), fatto sta che la sua descrizione mi è sembrata molto minuziosa è veritiera. Inoltre per sommi capi alcune cose descritte sembrano simili alle esperienze di altre persone che hanno vissuto una NDE. Certo ammetto che in alcuni punti ho perso il filo del discorso dato che l’autore si perde in asserzioni dal contenuto altamente filosofico utilizzando un linguaggio a mio modesto avviso non proprio accessibile a tutti, anche se i dettagli medici li ho trovati molto chiari e comprensibili. Pertanto, per quanto mi riguarda di questo libro ho maturato un’opinione distinta.
“La paura di un nome non fa che incrementare la paura della cosa stessa.”
Eccoci arrivati alla seconda puntata della eptalogia di J.K. Rowling; questo secondo libro segue il filone del precedente presentandosi come un libro inizio-adolescenziale sebbene compaiano tematiche più forti come la manipolazione, il bullismo e il male. L’autrice spinge avanti il racconto e amplia il suo mondo svelandoci alcuni segreti di Hogwarts e introducendo nuovi personaggi come la matricola Ginny Weasley, sorella di Ron, e il nuovo professore di Difesa contro le Arti Oscure Gilderoy Lockhart che rispetta pienamente lo stereotipo dell’uomo presuntuoso e arrogante più attento alla sua estetica e alla sua fama che all’insegnamento. La Rowling utilizzerà in ogni libro questa cattedra per descriverci alcune tipologie di uomo e se Quirinus Quirrell, nella Pietra Filosofale, era un pavido e un vigliacco che dietro al suo fare cordiale e remissivo covava sogni di illimitato potere ed era disposto a qualsiasi cosa per ottenerlo, Gilderoy Lockhart è un truffatore che ha ingannato altri assumendosi meriti immeritati; l’autrice ci insegna che in entrambi i casi alla fine la verità e le vere qualità di una persona vengono sempre fuori.
Trama
Quali misteri nasconderà la camera segreta all’interno della scuola di Hogwarts appartenuta al fondatore Salazar Serpeverde? Chi è Tom Riddle e perché il suo diario è riapparso? Questi sono soltanto alcuni dei misteri che Harry e i suoi amici dovranno svelare in questo secondo libro dove finalmente Harry sa di essere speciale e sa cosa è successo ai suoi genitori. La sua vera casa è Hogwarts ma ha trovato amore anche nella famiglia Weasley del suo migliore amico Ron dove andrà per passare il suo compleanno e gl’ultimi giorni delle vacanze; al numero 4 di Privet Drive intanto zio Vernon e zia Petunia hanno deciso, loro malgrado, di dare una stanza ad Harry ma la sua civetta Edvige non ne vuole sapere di stare in gabbia scatenando l’ira dei due perfidi zii.
Perché l’ho letto
In realtà io lessi prima “La Camera dei Segreti” e in seguito mi rimisi in pari leggendo “La Pietra Filosofale”, rispetto al primo è un libro più avvincente sotto tutti i punti di vista e le tematiche iniziano ad essere più mature, considerando la saga un must read la si potrebbe suddividere in tre blocchi come tre parti dello sviluppo di un essere umano (adolescenza, tarda adolescenza, giovane adulto). Del primo blocco, i primi tre libri, questo lo reputo il migliore in quanto ha la trama intrinseca al libro che più mi ha catturato.
Perché lo consiglio
Tutta la saga è assolutamente consigliata ed è perfetta per essere un unico grande libro apripista, se proprio si volessero distinguere i sette libri come ognuno a sé stante consiglierei questo come libro migliore del primo blocco in quanto rimane comunque introduttivo rispetto al mondo magico di Harry Potter e in più ha una trama più avvincente rispetto alla “Pietra Filosofale” e al “Prigioniero di Azkaban”.
“Nessuna opera d’arte è così forte da sopravvivere alla sordità di chi l’ascolta”
Settimane fa, mentre girovagavo fra i vari siti e-commerce, sono stato incuriosito dal titolo di questo libro. Leggendo che è stato scritto da Alessandro Baricco non ci ho pensato due volte ad acquistarlo incoraggiato onestamente anche dal prezzo esiguo. Infatti “L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin”, edito da Feltrinelli, è uno dei capolavori dello scrittore torinese pubblicato per la prima volta nel 1992.
Trama
Il libro in sé è una riflessione che fa Baricco sulla musica cosiddetta “colta” e la modernità. Il libro parte raccontando brevemente un esperimento eseguito nel Wisconsin nel quale, a delle mucche, è stata fatta ascoltare musica sinfonica. Il risultato è stato che la produzione del latte è aumentata del 7,5%. Di conseguenza secondo Baricco i ricercatori che hanno promosso questo esperimento si sono fatti un’idea eccessivamente banale della musica la quale, secondo lui, citando il pensiero di Hegel, è qualcosa che “deve elevare l’anima al di sopra di se stessa”, è un qualcosa che “deve farla librare [l’anima si intende] al di sopra del suo soggetto e creare una regione dove, libera da ogni affanno, possa rifugiarsi senza ostacoli nel puro sentimento di sé stessa”. Per Baricco il lettore che leggerà questo libro gli sembrerà di assistere ad: “una collezione di certezze, ma scriverlo è stato soprattutto un modo di mettere a fuoco dei dubbi”. In particolare lo scrittore torinese concentra la sua attenzione sulla musica considerata “colta”, sul suo primato culturale e morale e sul suo modo in cui viene consumata e ritualizzata. La suddetta musica “colta” è messa più volte a confronto con la musica moderna ed in particolare tale confronto viene eseguito innanzitutto definendo chiaramente (nel primo capitolo) il concetto di “musica colta”, riflettendo su come la musica viene interpretata in generale, discutendo sulle peculiarità di ciò che Baricco definisce “Nuova musica” e riflettendo su come essa viene spettacolarizzata.
Perché l’ho letto
Alessandro Baricco è uno dei migliori scrittori che abbiamo in Italia. I suoi libri sono molto ben curati e in casi come questo anche istruttivi. L’ho letto perché avevo voglia di gustare un’altra opera di questo scrittore, l’ho letto perché desideravo da tempo leggere un libro che parlasse di musica.
A chi lo consiglio
Questo è uno dei libri più elaborati di Alessandro Baricco, per questo motivo, in base alla esperienza di lettura che ho avuto, non posso ritenerlo un libro adatto a tutti. Proprio per la sua accuratezza e il suo linguaggio particolarmente sofisticato e in alcuni punti anche poco scorrevole credo che questo libro sia più indicato per le persone che hanno un’accurata cultura musicale di base. Consiglio di non farvi impressionare dal numero esiguo di pagine dato che in ognuna di esse sono espressi dei concetti che per essere compresi chiaramente meritano la loro attenzione. Ciò, a mio modesto parere, non consente una lettura fluida e rapida di questo libro. In alcuni punti mi è capitato di perdere il filo del discorso e di affrontare concetti a me ostici, per questo non mi sento di definirlo il miglior libro che abbia mai letto, ma comunque sono convinto che chi detiene una cultura musicale più elevata della mia possa gradire maggiormente quest’opera al punto da sceglierla come proprio “libro apripista”.
“In fin dei conti, per una mente ben organizzata, la morte non è che una nuova, grande avventura”.
Avendo riacquistato da poco la serie completa ho deciso di intraprendere la recensione di questa leggendaria eptalogia entrata a pieno diritto nel background culturale di intere generazioni. La scrittrice è ovviamente J.K. Rowling che grazie a questa serie si è affermata a livello mondiale come una delle persone più influenti della sua era, la casa editrice è la Salani che dal 1998, anno in cui fu tradotto il libro, ha ripubblicato più edizioni ed io ho con me l’ultima, uscita a maggio 2020; rispetto all’edizione classica troviamo una mappa in bianco e nero dell’ambientazione in cui si svolgono le gesta dei protagonisti, un glossario a fine libro e delle brevi descrizioni dei quattro fondatori della scuola di magia e stregoneria di Hogwarts. Vorrei aggiungere qui alcune considerazioni sull’elemento più critico di questa edizione, così come nella penultima anche in questa è stata portata avanti la nuova traduzione che presenta delle differenze rispetto alla versione originale ma anche rispetto ai film, la casa di Tassorosso diventa Tassofrasso, Neville Paciock è Neville Longbottom così come Minerva McGranitt è Minerva McGonagall ecc. All’inizio del libro c’è una breve spiegazione di cinque pagine in cui il traduttore spiega il criterio utilizzato, con molta onestà dichiara che la traduzione iniziale non teneva conto dello sviluppo dei personaggi nel corso dei libri, dovuto all’opera ancora incompleta, per cui alcuni nomi (l’esempio perfetto è Neville) risultano ridicoli vedendo l’evoluzione che hanno avuto; al tempo stesso per alcuni, come ad esempio Silente, si è ritenuto che il nome affibbiatogli fosse migliore dell’originale e quindi non sostituito; mentre in altri rari casi si è deciso per una rivoluzione come nel caso di Tosca Tassofrasso (in quanto il rosso non è presente nello stemma della casata). Mi rendo conto che dopo innumerevoli anni è difficile cambiare nome a persone/oggetti che ci sono rimasti impressi però va detto che questa nuova traduzione è più fedele all’originale e come stile risulta migliore, i puristi dell’opera originale ne saranno contenti al contrario gli appassionati della serie cinematografica e della serie originale italiana storceranno il naso.
Trama
Al numero 4 di Privet Drive i signori Dursley sono in piena celebrazione del loro figlio Dudley e per il suo compleanno decidono di portarlo allo zoo insieme ai suoi amici, non potendolo lasciare dalla signora Figg e non potendolo lasciare nell’auto nuova fanno venire anche il cugino Harry che vive con loro nello scantinato in quanto è stato abbandonato davanti alla porta di casa quando non aveva neppure un anno. Durante la visita Harry si rende conto di avere uno strano legame con un serpente e grazie a lui riuscirà a prendersi una piccola rivincita sul cugino dopo anni di vessazioni; questo è soltanto il primo avvenimento “misterioso” che avverrà di lì a breve, la casa inondata da lettere recapitate da civette e l’arrivo di un simpatico mezzo gigante nel giorno del suo compleanno daranno una svolta magica alla vita del giovane Harry Potter.
Perché l’ho letto
Quando si vuole scegliere un libro per instradare un ragazzo verso la lettura la saga di Harry Potter è quella giusta, impossibile non appassionarsi alle vicende del giovane Harry e al suo mondo magico, impossibile non fare il tifo per lui e per i suoi amici. Si cresce insieme ai protagonisti che segnano in modo indelebile il nostro percorso di vita trascorso insieme. L’ho letto per entrare in questo fantastico mondo magico e perché senza si perde un’importante parte della cultura nostrana.
Perché lo consiglio
È il libro perfetto per qualsiasi adolescente (e non solo), ci sono poche altre parole che si possono utilizzare per descrivere la bellezza e l’importanza di questa saga. Se ha venduto 500 milioni di copie ci sarà un motivo, se è nella Top 10 dei brand più lucrosi al mondo ci sarà un motivo, se è così tanto amato anche da chi lo riscopre oggi ci sarà un motivo. Se non l’avete ancora letto questa nuova edizione è la scusa che stavate cercando per immergervi nel mondo creato dalla Rowling.
Contrastare le inclinazioni naturali della mente richiede uno sforzo che spesso non vogliamo fare. Siamo degli avari cognitivi […] Dei fannulloni intellettuali! Ci accontentiamo facilmente del verosimile invece di sforzarci a cercare il vero
Un paio di settimane fa, in libreria, mi sono imbattuto in un reparto nuovo (almeno per me), pieno di manga e fumetti. Improvvisamente mi sono trovato questo libro tra le mani ed è stato amore a prima vista. Sì, perché “Fake news” scritto dal sociologo Gérald Bronner e dal disegnatore Jean – Paul Krassinsky (edito da Sonda) affronta in un modo del tutto insolito e innovativo un tema alquanto complesso, cui spesso e volentieri ne veniamo coinvolti senza accorgercene.
Trama
Il libro in realtà è un fumetto che parla della storia di Achille, un adolescente che si rifiuta di farsi il vaccino contro l’epatite B perché teme di contrarre la sclerosi multipla. Prima dell’inizio del fumetto ci sono un paio di introduzioni sia ad opera del giornalista informatico Paolo Attivissimo, sia ad opera del segretario CICAP Massimo Polidoro i quali ci offrono un input dettagliato su ciò che invece poi nel fumetto vero e proprio sarà affrontato in maniera più semplice. Quest’ultimo in particolare ci dà 5 consigli pratici per capire se una notizia che riceviamo è fondata oppure no. Il primo è quello di indagare sull’attendibilità della fonte, il secondo è quello di distinguere i fatti dalle opinioni, il terzo è quello di diffidare da notizie accompagnate dall’espressione “e nessuno ne parla”, il quarto è quello di diffidare dei titoli strillati e sensazionalistici, infine il quinto ed ultimo consiglio è quello di tenere d’occhio i dettagli. Poi inizia il fumetto nel quale è rappresentato il protagonista, Achille il quale si lamenta con i genitori perché non vuole farsi il vaccino contro l’epatite B perché, a suo dire, fa venire la sclerosi multipla. Uscito di casa incontra Jean, un suo coetaneo con cui inizia una discussione circa le fake news. Jean riflette con Achille su come la nostra mente umana sia limitata, anzi, per l’esattezza è proprio soggetta a tre limiti importanti: il limite spaziale, il limite temporale e il limite culturale. In pratica ognuno di noi ha accesso alle informazioni attraverso i sensi che operano all’interno di uno spazio e di un tempo limitato, ed inoltre le nostre sensazioni sono molto condizionate dalla nostra cultura, per questo spesso e volentieri cadiamo in errore dando per vere parecchie informazioni provenienti da fonti di dubbia attendibilità. Inoltre Jean mostrerà ad Achille quanto la nostra mente sia condizionata anche da bias cognitivi, ovvero delle intuizioni sbagliate che esercitano una considerevole influenza sul nostro modo di pensare. Esistono più di 150 bias cognitivi, ma nel libro se ne parlerà di quattro importanti: il bias di conferma, il bias di negligenza e di regressione, il bias della confusione tra correlazione e causalità e il bias is fecit cui prodest (di chi trae vantaggio dal crimine). Riuscirà Jean a convincere Achille a verificare l’attendibilità delle notizie che riceve? Di questo libro ho trovato interessante anche la postfazione scritta da David Vandermeulen nella quale viene raccontato come nella storia bufale planetarie come ad esempio “I protocolli dei Savi di Sion” abbiano prodotto degli effetti devastanti nella storia come ad esempio la giustificazione della propaganda antisemita ad opera dei nazi-fascisti e/o in generale di gruppi di estrema destra.
Perché l’ho letto
Fake news è un libro che affronta un tema complesso in modo semplice e comprensibile rendendolo davvero accessibile a tutti. Quando mi capitò tra le mani in questo libro, la struttura e il particolare stile argomentativo e potrei dire anche “didattico” adottato dagli autori, mi hanno indotto subito ad acquistarlo, perché condivido pienamente l’idea degli autori. L’ho letto quindi perché ho apprezzato lo stile, l’ho letto perché volevo approfondire meglio il tema delicato e attuale, soprattutto in questo tempo di pandemia, delle fake news.
Perché lo consiglio
Fake news si discosta leggermente dai generi di libri che sono solito leggere. Esso infatti è un fumetto, una sorta di “graphic essay” che utilizza un linguaggio davvero comprensibile e accessibile a tutti. Un libro nel quale gli autori fanno letteralmente vedere i concetti di cui parlano, anche se buona parte di essi sono astratti, ed è per questo che l’ho apprezzato molto. Per tale motivo anche questo libro per me ha tutte le carte in regola per diventare un potenziale libro apripista, che potrebbe aprire un mondo a coloro che vogliono approcciarsi all’universo della lettura, ed inoltre credo che potrebbe aiutare le persone ad andare oltre i propri schemi mentali prestando maggiore attenzione all’autenticità delle notizie che ricevono quotidianamente limitando così la divulgazione di notizie false. Ecco perché di esso ho maturato una sublime opinione.
Il vostro corpo, dalla punta del becco alla coda, dall’una all’altra punta delle ali, […] non è altro che il vostro pensiero, una forma del vostro pensiero, visibile, concreta. Spezzate le catene che imprigionano il pensiero, e anche il vostro corpo sarà libero.
Iniziamo questo mese di Agosto con una lettura prettamente estiva ma al contempo ricca e molto profonda. In un periodo di mare come questo ammiriamo i gabbiani volare felici nel cielo mentre cacciano il cibo trasmettendoci una serena sensazione di libertà. Ecco, Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach (edizione ad opera di Rizzoli) in un certo senso ci insegna davvero che cos’è la libertà. Un libro piacevole dai contenuti spiccatamente metaforici ma di facilissima intuizione.
Trama
Il libro parla di un gabbiano di nome Jonathan Livingston che ama imparare nuove tecniche di volo allenandosi molto per superare sé stesso. La storia si divide in tre parti: nella prima parte viene presentato il protagonista Jonathan Livingston, un gabbiano che ama sperimentare nuove tecniche di volo rifiutando la legge del suo stormo che impone di volare solo per cacciare e procurarsi del cibo. Considerando Jonathan una minaccia gli anziani dello stormo decidono di esiliarlo, imponendo anche agli altri membri di non rivolgergli la parola e di emarginarlo. Jonathan Livingston, un po’ demoralizzato, vola verso una scogliera. Mentre però è in aria sperimenta nuove acrobazie fino alla fine dei suoi giorni quando incontrerà due gabbiani colorati di un bianco splendente che lo condurranno in un posto particolare che Jonathan crederà essere il paradiso ma che in realtà si tratta di una dimensione intermedia tra quella terrestre e l’aldilà. Nella seconda parte Jonathan viene istruito da un maestro che si chiama Sullivan il quale gli insegnerà a volare più velocemente. Pesto egli raggiungerà il livello del suo maestro ma nonostante ciò sarà sempre insoddisfatto perché scoprirà che volare velocemente non gli consente comunque di raggiungere un determinato posto col pensiero. Di conseguenza chiederà al gabbiano più anziano, Ciang, di insegnargli a volare alla velocità del pensiero, riuscendoci dopo un bel po’ di tentativi e di duro allenamento. Nonostante ciò però Ciang lo avviserà che ancora non ha raggiunto la perfezione la quale consiste nel comprendere il segreto della bontà e dell’amore. Dopo un po’ Ciang sparirà per raggiungere un livello superiore dell’esistenza e Jonathan lo rimpiazzerà aiutando Sullivan ad addestrare le nuove reclute. Dopo un po’ Jonathan inizia a sentire il desiderio di tornare allo stormo terrestre per insegnare ai suoi simili, che lo avevano emarginato, a volare meglio e così parte per la terra dove incontrerà un altro gabbiano reietto che si chiama Fletcher Lynd. Quest’ultimo diventerà un suo discepolo fidato e, nella terza parte i due metteranno su una sorta di scuola composta dai gabbiani che sono stati rifiutati dallo stormo. Un giorno però durante un’acrobazia, Fletcher Lynd, per evitare un suo allievo che aveva perso l’equilibrio va a sbattere contro degli scogli. Tramortito entrerà in un’altra dimensione dove incontrerà Jonathan che lo mette di fronte ad una scelta: rimanere in quella dimensione superiore e imparare nuove tecniche di volo oppure tornare presso lo stormo e continuare a fare da maestro. Cosa sceglierà?
Perché l’ho letto
A dire il vero sono anni che mi consigliano di leggere questo libro ed onestamente adesso posso comprenderne i motivi. Un racconto che dà dei messaggi a mio modesto avviso molto importanti riguardanti la libertà, lo spirito critico e la fiducia in sé stessi. Avevo voglia di una lettura estiva e il gabbiano Jonathan Livingston ha ampiamente soddisfatto questa mia esigenza. Ironia della sorte il luogo dove ho letto maggiormente questo libro è stato in spiaggia mentre osservavo il volo dei gabbiani. L’ho letto quindi per immaginare, l’ho letto per volare, apprendendo le tecniche di un maestro saggio che si chiama Jonathan Livingston.
Perché lo consiglio
Cercate una descrizione perfetta della libertà? Volete imparare a volare? Se entrambe le risposte sono positive questo è assolutamente il libro che fa per voi. Un libro molto semplice, scorrevole e intuitivo che trascina il lettore in un’altra dimensione. Esso contiene pure una serie di immagini che consentono di vedere ciò che si legge anche se non ci si trova al mare ed inoltre la sua struttura, basata su parti brevi e concise, lo rende adatto davvero a tutti. Infatti il suo messaggio è universale e si abbina ad ogni tipo di sensibilità. Credo davvero che ha tutte le carte in regola per diventare un potenziale libro apripista, per questo di esso ho maturato un’ottima opinione e lo consiglio vivamente a tutti.
“Bisogna leggere, bisogna leggere… E se invece di esigere la lettura il professore decidesse improvvisamente di condividere il suo personale piacere di leggere?”
Stamattina, in una calda atmosfera di inizio Agosto, ho avuto questa bellissima sorpresa, ovvero che Leggoper ha raggiunto finalmente i 1000 follower su Instagram. Non credevo onestamente di centrare questo obiettivo prima di Novembre, mese in cui la mia pagina compirà un anno di vita. Pensare che era tutto partito come un gioco, e invece si è rivelata una missione che sembra meno impossibile di quanto credessi all’inizio. Mentre mi godevo però la gioia di questo importantissimo traguardo mi sono chiesto se realmente vi sto offrendo dei contenuti di qualità e soprattutto se sto tenendo fede alla missione per la quale la mia pagina è nata ovvero promuovere l’hobby della lettura. È una missione molto ardua e difficile nella quale però ci credo molto, perché credo che leggere ti offre l’opportunità di vivere delle vite in più. Credo che chi non legge vive solo una volta mentre chi legge vive tante vite quanto sono i libri che ha letto nella sua esistenza. Chi non legge è vissuto solo in una dimensione, mentre chi legge ne ha visitate tante, e continua ancora oggi a districarsi tra la vita vera e la vita delle storie raccontate nei suoi libri. Ma chi non legge però non lo fa apposta secondo me, semplicemente non ha ancora trovato il libro giusto, quello che io definisco apripista, che segna l’inizio di una bella e sana passione. Credo che chi non legge semplicemente lo fa perché vive in un mondo superficiale, il quale considera la lettura come qualcosa di inutile, noioso e da sfigati, per questo ha bisogno di qualcuno o qualcosa che gli presenta una realtà diversa. Citando Pennac credo che chi non legge sente il bisogno di trovare qualcuno capace di condividere la sua personale passione per la lettura. Ecco cos’è Leggoper, uno spazio, una dimensione in cui tutti coloro che non amano leggere ma che vorrebbero avvicinarsi a questo universo sono i benvenuti, uno spazio dove potete trovare recensioni e pareri di libri di ogni genere, sperando che tra essi ci sia qualcuno che possa attirare la vostra attenzione. Pertanto alla luce di questo questo importante obiettivo raggiunto voglio esprimervi la mia più sincera gratitudine sperando di continuare ad offrirvi contenuti di qualità e soprattutto di convincervi che leggere è bello, che un libro può diventare il migliore amico di tutti, anche di chi si crede incapace, anche di chi non ha mai amato né la scuola né studiare. Grazie ancora😊
“Bisogna leggere, bisogna leggere… E invece di esigere la lettura il professore decidesse improvvisamente di condividere il suo personale piacere di leggere?”
Verso l’inizio di Luglio mi fu prestato e ultra consigliato questo libro da una persona molto cara. Era un periodo particolare perché stavo nel pieno della lettura di un romanzo che ho molto apprezzato (recensito per l’appunto la settimana scorsa) e dei preparativi per la partenza che sarebbe avvenuta da lì a tre settimane. Siccome volevo restituirlo prima che partissi ho avviato una nuova sfida con me stesso provando a leggere due libri contemporaneamente per la prima volta in vita mia. Volete sapere come è andata a finire? Proprio 2 giorni fa ho concluso Come un romanzo di Daniel Pennac (edito da Feltrinelli) e oggi sono qui a recensirlo.
Trama
Il libro di per sé è un saggio contenente tutta una serie di consigli “didattici” su come invogliare i giovani a leggere. Pennac sostiene che nella scuola vige un’eccessiva sacralità dei libri, soprattutto di quelli classici, che paradossalmente al posto di incitare i ragazzi a leggere, li inibisce ancora di più ad aprire un libro. Egli crede che per invogliare la gente a leggere bisogna abbandonare il classico e diffuso metodo di insegnamento scolastico per adottare uno diverso concentrato maggiormente sulle passioni e i potenziali interessi letterari individuali di ogni singolo studente. Interessante sono gli ultimi capitoli dove lui formula un decalogo dei principali diritti del lettore che a suo dire sono:
1. Diritto di non leggere; 2. Diritto di saltare le pagine; 3. Diritto di non finire un libro; 4. Diritto di rileggere; 5. Diritto di leggere qualsiasi cosa; 6. Diritto al bovarismo (ovvero quell’atteggiamento psicologico che valorizza l’immaginazione, la fantasia e l’istinto); 7. Diritto di leggere ovunque; 8. Diritto di spizzicare (un libro); 9. Diritto di leggere a voce alta; 10 Diritto di tacere.
Perché l’ho letto
Questo libro per me ha rappresentato una sfida. Dato il periodo particolare nel quale mi è stato prestato ho voluto trasformarlo in uno strumento che mi aiutasse a vivere un’esperienza nuova. Non mi era mai capitato infatti di leggere due libri contemporaneamente. L’ho letto quindi per vincere una sfida con me stesso, l’ho letto perché mi è stato molto consigliato da una persona che voglio bene e che conosce tutto di me, persino i miei gusti letterari, e in effetti adesso posso svelargli che neanche a farlo apposta questo libro era presente nella mia wishlist da un bel po’ di mesi e quindi lo ringrazio per avermi dato l’opportunità di leggerlo.
Perché lo consiglio
Questo libro consiglio di leggerlo soprattutto agli insegnanti, in particolare a quelli di letteratura. In alcuni punti Pennac sembra aver descritto la storia della mia vita, in particolare di come è nata la mia passione per i libri. Onestamente non è stata una lettura fluida, anzi, non nascondo che soprattutto verso i primi capitoli in parecchi punti ho perso il filo del discorso. Ho apprezzato onestamente soltanto l’idea di fondo di questo libro e l’ultima parte dove l’autore formula il decalogo dei diritti del lettore. Di conseguenza gli attribuisco una stentata sufficienza.
Credo di star perdendo la testa per te… Ma ho paura che non sarai lì a raccoglierla
Diversi mesi fa mi imbattei in alcune recensioni su Instagram che mi segnalavano questo libro e mi sono chiesto se sia giusto che un’opera simile con un titolo del genere possa mai mancare all’interno di una pagina/blog che ha come mission quello di aiutare la gente a trovare il libro giusto. Ecco perché, preso dalla curiosità, lo aggiunsi subito nella mia wishlist e una settimana dopo lo acquistai da Feltrinelli. Mi accorsi subito che non avevo acquistato solo un libro ma un vero e proprio sogno. Perché per me “La vita inizia quando trovi il libro giusto” di Ali Berg e Michelle Kalus (edito da Garzanti) non è stato solo un semplice libro da leggere ma è stato un testo che ha evocato un mio desiderio nascosto. Lo confesso, sono un romanticone, e non vi nascondo che mi piacerebbe molto vivere una storia come quella di Frankie and Sunny. Certo, ammetto che le mie difficoltà nel maturare il coraggio che hanno avuto i protagonisti nel fare determinate “pazzie” mentre si corteggiavano, però la storia in questione mi ha trasmesso qualcosa che forse in futuro spero di riuscire a mettere in pratica.
Trama
Il libro parla della storia d’amore nata grazie ai libri tra la libraia Frankie e l’art director Sunny. Frankie è una scrittrice che lavora nella libreria della sua migliore amica Cat. Da tempo single e afflitta dal blocco dello scrittore decide di cercare l’amore della sua vita lasciando libri in giro su ogni mezzo pubblico della città. Un giorno però in libreria entra un uomo molto attraente (Sunny) che però per Frankie ha un grande difetto: non ha i suoi stessi gusti letterari. Pertanto la strategia di lasciare libri in giro porterà i suoi frutti e Frankie avrà una serie di appuntamenti dai risvolti grotteschi e bizzarri, che lei non esiterà a raccontare minuziosamente sul suo blog il quale, di conseguenza, inizierà ad avere successo. In uno dei suoi tanti viaggi in metropolitana nei quali lascia libri in giro, ella sale senza biglietto, ma mentre vede arrivare in lontananza il controllore fortunatamente incontra Sunny, il quale, per salvarla da una quasi inevitabile multa, la bacerà. I due inizieranno a frequentarsi e lentamente si metteranno insieme e si innamoreranno. Nel frattempo però Frankie continuerà a uscire con i tipi strani che trovano i suoi libri in giro, ma ciò che una volta era semplicemente una strategia per cercare l’amore della sua vita diventerà per lei un innocente gioco pregno di appuntamenti che per lei non hanno senso, gli servono solo per incrementare il successo del suo blog il quale viene notato persino dalla sua editrice la quale la contatta per una interessante proposta. Frankie però terrà la cosa nascosta a Sunny, fino a quando un giorno a una festa di un suo amico incontra uno degli uomini con i quali è uscita che racconterà all’uomo tutta la verità. Ovviamente Sunny non la prenderà affatto bene. Arrabbiato lascerà Frankie e la allontanerà tenendola a dovuta distanza. Frankie mortificata cercherà però in tutti i modi di riconquistare il suo uomo, ci riuscirà?
Perché l’ho letto
Questo è stato il classico libro finito nella mia wishlist solo per il titolo. Avevo iniziato a leggere qualche recensione in giro e onestamente ne ero rimasto molto incuriosito. Ma a volte le recensioni non sono abbastanza per descrivere la bellezza emozionante di determinati testi. Quando ho iniziato a leggere “La vita inizia quando trovi il libro giusto” mi sono accorto subito che non stavo leggendo solo un libro ma stavo vivendo un sogno. Essendo una persona molto romantica mi è capitato di commuovermi, di emozionarmi, di chiudere gli occhi e immaginarmi in uno dei personaggi. Ecco perché questo libro ho voluto leggerlo più lentamente del solito, perché ho voluto godermelo. Credo infatti che sia uno di quei libri che proprio perché sono avvincenti e fatti bene non vanno solo letti ma vanno ammirati, uno di quei libri dove il fascino della trama ti travolge in un intreccio di emozioni positive e di desideri intimi che vengono rievocati in una nuova dimensione composta da cellulosa e inchiostro. Ecco perché ho letto “La vita inizia quando trovi il libro giusto”, perché mi ha fatto sognare e al contempo vivere (seppur in un’altra dimensione) la storia d’amore che avrei tanto desiderato nella mia vita. Inoltre il titolo mi sembrava indicato per la mia pagina che neanche a farlo apposta vuole aiutare la gente a trovare il libro giusto, il libro che può rivelarsi, perché no, anche un mezzo per conoscere la persona giusta ed iniziare una bella storia d’amore.
Perché lo consiglio
La vita inizia quando trovi il libro giusto è uno dei libri più belli che abbia mai letto. Uno di quei libri che ti fa immergere nella storia facendoti vedere con gli occhi ciò che gli scrittori (in questo caso le scrittrici) raccontano e descrivono. È un libro che ho avuto paura di finire e infatti quando sono arrivato agli ultimi capitoli ho preferito rallentare la lettura, e adesso che l’ho finito mi sento triste, come se mi fossi svegliato da un bellissimo sogno cui ho sperato fosse realtà. Ho apprezzato molto lo stile narrativo adottato delle scrittrici che si basa sull’esaltazione dei dialoghi a scapito di una solita ed eccessiva meticolosità nella descrizione dei contesti generalmente tipica di questi romanzi. La sopracitata esaltazione dei dialoghi a mio modesto avviso consente una lettura molto scorrevole, rendendo impercettibile il numero considerevole di pagine e le misure un po’ eccessivamente piccole dei caratteri. Inoltre la trama non è scontata e in certi tratti è simpatica e divertente, rendendo la lettura piacevole e leggera. Proprio per questo ho maturato una opinione eccellente di questo libro.
«Ecco il mio segreto. È molto semplice: si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.»
Anni fa due ragazzini, in occasione di un evento importante della loro vita, mi regalarono questo libro cui onestamente già conoscevo perché avevo letto qualche pagina malvolentieri quando frequentavo le elementari. Fino a quell’anno mi ero preposto infatti di non leggerlo, in quanto lo consideravo molto banale e infantile. Non so perché ma quando me lo ritrovai tra le mani cambiai idea e decisi di leggerlo per intero seppur sempre un tantino controvoglia e compresi che di esso avevo maturato un pregiudizio sbagliato e affrettato. È incredibile quanto certi racconti siano capaci di comunicarti dei messaggi diversi in momenti diversi della tua vita, ed è proprio quello che mi è capitato col Piccolo principe, opera di Antoine De Saint-Exupéry (versione nella foto edita da Edizioni Conoscere).
Trama
Il libro parla della simpatica amicizia nata tra uno strano ometto (il Piccolo Principe) venuto dallo spazio ed un pilota precipitato nel deserto del Sahara. Un giorno tale pilota incontra il Piccolo Principe, che gli chiede di disegnargli una pecora. Il pilota, che non si è mai distinto per le sue doti artistiche, fa una serie di tentativi rifiutati dall’ometto e alla fine gli disegna una scatola dove dichiara che all’interno c’è la pecora desiderata e finalmente il Piccolo Principe la accetta. Ne nasce subito una bella amicizia. Il Piccolo Principe confida al pilota di venire da un pianeta piccolo quanto un asteroide dove ci sono tre vulcani (di cui uno spento) e una rosa diciamo piena di sé che però lui cura con amore e pazienza. Un giorno egli decide di esplorare l’universo e così visita una serie di asteroidi dove incontra personaggi diversi e bizzarri, dal Re solitario che ama impartire ordini al signore vanitoso che desidera essere ammirato senza motivo, dall’ubriaco che beve per dimenticare la vergogna di bere all’uomo d’affari che conta sempre le stelle credendo che siano sue, dal lampionaio che accende e spegne il lampione in meno di un minuto (perché sul suo pianeta tanto dura un giorno) al geografo infine che non conosce il suo pianeta perché non ha esploratori che glielo descrivono. È proprio quest’ultimo che consiglia al Piccolo Principe di visitare la terra, descrivendoglielo come un pianeta che: «Ha una buona reputazione». Così il Piccolo Principe raggiunge il nostro pianeta rimanendone sorpreso dalle sue dimensioni. Purtroppo però arriva nel deserto, un luogo non particolarmente frequentato da coloro che cerca ovvero gli uomini, anzi, a dire il vero il primo incontro lo fa con un serpente che gli dice di essere più potente di quanto il suo aspetto gracile possa lasciar trasparire e di essere in grado di portarlo :«…molto più lontano di una nave». Dopo una simpatica chiacchierata con il rettile il Piccolo Principe prosegue il suo viaggio e si imbatte in un giardino pieno di rose rimanendo deluso perché la rosa del suo pianeta gli aveva detto di essere l’unica in tutto l’universo ad appartenere a quella specie. Mentre pensa ciò gli compare una volpe che gli chiede di addomesticarla e di fare amicizia, argomento, quest’ultimo, che il Piccolo Principe affronterà con l’animale in maniera profonda e suggestiva. Proseguendo ancora il cammino il Piccolo Principe incontra un controllore e un venditore di strane pillole che calmano la sete. Dopo aver raccontato tutto ciò al pilota i due finiscono le scorte d’acqua e il motore dell’aereo non è stato ancora riparato. Così si mettono a cercare un pozzo che troveranno dopo un giorno di cammino. Dopo aver felicemente bevuto il pilota torna al motore guasto del suo aereo e finalmente lo ripara. Felice corre dal Piccolo Principe che nel frattempo era rimasto al pozzo e si era seduto su un muro conversando con il serpente che aveva incontrato in precedenza. Siccome quest’ultimo gli disse che era in grado di portare lontano le persone il Piccolo Principe gli chiese di ricondurlo sul suo pianeta dato che gli mancava molto la sua rosa. Sapendo di dare un dispiacere al suo amico pilota, che nel frattempo aveva “addomesticato”, gli consiglia, quando sarà via, di guardare il cielo e vedere le stelle. «…Poiché abiterò in una di esse, poiché riderò in una di esse, allora sarà per te come se ridessero tutte le stelle. Tu solo, avrai delle stelle che sanno ridere» è la promessa finale che farà il Piccolo Principe al pilota prima di essere morso alla caviglia dal serpente e cadere a terra privo di sensi.
Perché l’ho letto
Credo che quando delle persone ti regalano un libro vogliono comunicarti qualcosa di più profondo da quello che sono soliti dirti. Quando poi certi libri te li regalano dei ragazzi allora a mio modesto avviso devi leggerli anche se forse in un altro momento ti hanno dato dei messaggi diversi e meno coinvolgenti. Credo che il Piccolo Principe sia un libro che ci comunica un messaggio diverso ogni volta che lo apriamo e lo leggiamo. È proprio quello che è successo a me quando l’ho riletto, e, forse sarà stata la diversa maturità, sarà stata la vita ma credo che questo libro in parte mi ha cambiato. È un libro considerato per bambini, ma in realtà il messaggio vero e proprio è rivolto agli adulti. Ne è un esempio il rimbombare di frasi del tipo: “I grandi sono proprio strani”, “I grandi sono decisamente straordinari”, “I grandi sono decisamente molto molto strani” ecc. L’ho letto per capire il messaggio profondo che mi hanno voluto comunicare le persone che me lo hanno regalato, l’ho letto per guardare il mondo “dei grandi” con gli occhi di un bambino, come mi ha insegnato a fare l’autore.
Perché lo consiglio
Il Piccolo Principe viene inquadrato come un libro per bambini. È un libro infatti pieno di illustrazioni, eppure io credo che il suo messaggio non abbia età. Il linguaggio è semplice e scorrevole, a tratti sembra eccessivamente metaforico, ma al contempo profondo. La presenza di illustrazioni rendono la sua lettura molto chiara, scorrevole e concisa, e questo può risultare un vantaggio per coloro che adesso si stanno approcciando alla lettura. Ecco perché credo che anche questo libro ha tutte le carte in regola per risultare un “libro apripista” per coloro che non sono abituati a leggere, ed ecco perché la recensione di un libro simile non poteva mancare in Leggoper. Di conseguenza anche di questo libro ho maturato una buona opinione.
“Poi davanti mi trovo questo bosco di facce quindicenni che mi seguono con gli occhi e aspettano di vedere che cosa avrò da dire. Di solito l’atteggiamento si divide tra la curiosità e un certo scoraggiamento. Difficilmente si aspettano che da un incontro con un estraneo, un adulto, possa venire fuori qualcosa di buono. È una specie di sospettosa attesa: l’estraneo è visto come vicario del professore, suo emissario, e tutto sommato poco interessato veramente a loro”.
Anni fa, quando stavo studiando ancora all’università per gli ultimi esami, decisi che nella mia tesi dovevo parlare di scuola, che a dire il vero è un argomento che mi è stato sempre a cuore dato che sono cresciuto in una comunità calasanziana. Così scrissi una tesi che parlava di dispersione scolastica e mentre raccoglievo il materiale da consultare mi imbattei in questo libro intitolato “La scuola non serve a niente”, scritto da Andrea Bajani ed edito da Laterza. Può sembrare un titolo provocatorio ma leggendolo meglio ho riscontrato dei messaggi molto interessanti che hanno contribuito a migliorare il mio lavoro universitario.
Trama
Il libro sommariamente corrisponde ad una riflessione, da parte dell’autore sull’utilità della scuola. Bajani ci consente di inquadrare l’istituzione scolastica in una nuova ed inedita ottica distante dalla sua classica visione comune e popolare. Il libro è diviso in tre parti: una prima parte che in realtà è il saggio vero e proprio, composta da 5 capitoli nel quale l’autore riflette su alcune questioni legate all’universo scolastico di notevole interesse, poi c’è una seconda parte in cui sono raccolti una serie di lettere, riflessioni, aneddoti e articoli scritti da alcuni psicologi, insegnanti e scrittori che in un certo senso si riallacciano ed approfondiscono le questioni della prima parte, poi c’è una parte statistica composta prevalentemente da grafici che offrono una visione più nitida del quadro generale in cui si muove il mondo scolastico italiano, ed infine c’è una parte riassuntiva supportata da illustrazioni di diversi articoli di giornale e curata da Salvo Intravaia che parla delle varie riforme che ci sono state nella scuola tra il 1977 ed il 2013. In questa sede mi concentrerò particolarmente sulla prima parte la quale a mio modesto avviso rappresenta il cuore nonché l’essenza del libro. Nel primo capitolo l’autore ci parla di un gioco che fece con i suoi alunni consistente nell’inventare dei neologismi. Fra i tanti che ne sono usciti quello che gli ha destato maggiore curiosità è stato rinuncianesimo, inventato dalla stessa ragazza che poi affermerà categoricamente che secondo lei la scuola non serve a niente (tema che approfondirà nel quinto capitolo). Il secondo capitolo invece approfondisce il disagio che vivono spesso diversi insegnanti con i propri alunni, ovvero si sentono separati in casa. Ecco perché essi presentano delle difficoltà nel comunicare e trovare un contatto con loro. Il terzo capitolo onestamente è stato uno dei miei preferiti perché parla di un ragazzo che, attraverso un tema intitolato Scaldare la sedia (che poi in realtà è anche il titolo del capitolo) ironizza su una battuta classica che fanno spesso gli educatori immaginando dei metodi pratici per aumentare la temperatura delle sedie, insegnando di conseguenza lui qualcosa ai suoi prof. Ma attenzione, il libro di Bajani non è la classica critica al corpo insegnante, il quale, come egli stesso descrive nel quarto capitolo, non viene motivato come si dovrebbe a fare bene il proprio mestiere, nonostante comunque all’interno del sistema scolastico italiano resistono fortunatamente ancora docenti che danno l’anima per trasmettere qualcosa ai propri alunni, che, secondo l’autore, andrebbero in un certo senso tutelati e tenuti stretti dalle istituzioni scolastiche. Infine il quinto capitolo spiega un po’ il senso di tutto il libro. Faccio una domanda al lettore di questa recensione: può mai essere che Andrea Bajani pensi che la scuola non debba servire niente? Ciò che l’autore in realtà vuole dire è che la scuola ha assunto una nuova utilità. Essa non serve più ad ottenere una sorta di “patente” per i mestieri maggiormente remunerativi (come purtroppo si pensa ancora) bensì a sviluppare un nuovo senso critico, a “cambiarci la disposizione delle stanze” dato che: “si entra a scuola ammobiliati in un [determinato] modo”. Il compito degli insegnanti dovrebbe essere proprio questo: ovvero avere sempre la pazienza di modificare la nostra disposizione interiore “dei mobili” in modo che anche noi, come è successo a un amico dell’autore, possiamo improvvisamente accorgerci che dalla finestra della nostra camera si vede un campanile, o, in senso meno metaforico, qualcosa di bello, di incantevole, cui prima, i nostri rigidi schemi mentali non ci facevano vedere.
Perché l’ho letto
Il libro a dire il vero lo lessi circa 5 anni fa mentre scrivevo la tesi di laurea. Pertanto ho sentito l’esigenza di dargli di nuovo uno sguardo perché ispirato dall’attenzione che i media stanno dando ultimamente a questo tema visto che in questi giorni si parla di scuole che devono giustamente ripartire dopo mesi di lockdown. Il libro mi ha esposto come all’epoca a delle riflessioni personali circa questa questione così delicata ma al contempo così importante. Lo lessi per ricavare degli spunti interessanti per la mia tesi universitaria, l’ho letto perché la scuola è un tema che mi è stato sempre a cuore, l’ho letto perché ho voluto approfondire questa questione spinto dal dibattito attuale su come ripartiranno le scuole dopo il lockdown.
Perché lo consiglio
Credo che con questo libro Andrea Bajani ci ha offerto un’opportunità, ovvero quella di vedere con i nostri occhi ciò che in un certo senso sta succedendo nella scuola contemporanea. Ho apprezzato molto l’approccio empatico con il quale si è rivolto ai suoi studenti facendogli inventare delle parole nuove (stimolando quindi la loro fantasia), prestando così attenzione al loro modo di vedere il sistema scolastico. Mi ha fatto molta tenerezza leggere in alcuni punti l’attenzione che lui rivolge particolarmente alle loro espressioni e pertanto a mio modesto avviso, con questo libro Andrea Bajani ha dimostrato come una generazione sottovalutata che sono i teenager di oggi in realtà valgano molto di più di quanto si crede. Il linguaggio è molto semplice è scorrevole, e in tal proposito riconosco il merito ad Andrea Bajani in alcuni punti di aver spiegato in maniera molto chiara dei concetti complessi. Ecco perché di questo libro ho maturato una buona opinione.
“Il daimon rappresenta i tratti comportamentali profondi che frenano gli eccessi, impediscono l’arroganza inflattiva e ci inducono a rimanere fedeli ai paradigmi della nostra immagine (genio). Tali paradigmi si manifestano nel modo in cui ci comportiamo; di conseguenza, per trovare il nostro genio, dobbiamo guardare nello specchio della nostra vita.”
Non tutti sanno che i padri della psicologia contemporanea sono tre e che insieme formano il triumvirato della psicologia; se Sigmund Freud è il più famoso, Carl Jung e James Hillman sono gl’altri punti del triangolo. In questa recensione mi soffermerò sull’americano e sulla sua teoria della ghianda magnificamente spiegata nel suo libro capolavoro. Perché siamo al mondo, qual è lo scopo della nostra vita, perché alcuni personaggi famosi emettono una luce intensissima e poi implodono, a queste e ad altre domande risponderà Hillman partendo dal nostro inconscio, dall’anima che abita al nostro interno. A differenza della psicologia moderna, fortemente criticata, l’autore propone un approccio meno egocentrato, un approccio che diminuisce le responsabilità dell’individuo in quanto ritiene di avere un potere nel manovrare la vita che in realtà non possiede. Il fato, da non confondere con il fatalismo, dà sterzate alla nostra vita che prima ci sarebbero risultate inimmaginabili e queste non sono sotto il nostro controllo. Alla tendenza moderna a rifarsi ai pensatori orientali lui propone un ritorno ai pensatori classici, quelli greci e latini, e trascrivendoli nel mondo contemporaneo dipanerà le nubi dalla follia delle teorie contemporanee.
Trama
Il libro parte dal cercare di individuare cosa ci sia fra l’intuito e la ragione, quel punto d’incontro fra i due viene chiamato daimon da Hillman (ma si può tranquillamente usare il termine genio o angelo custode o ghianda ecc.), partendo da questo concetto il libro si espanderà in undici capitoli in cui l’autore si avvarrà delle biografie di innumerevoli personaggi famosi in quanto nelle loro storie è più evidente l’influenza del daimon. In ogni capitolo verrà trattato un tema a sé stante come: la crescita/solitudine, la grande madre/padre assente, la mania dell’amore, il cattivo seme, il carattere, il fato ecc. Soltanto nelle note sul metodo alla fine del libro spiegherà perché daimon o genius vanno tradotti con ghianda; non spiegherà mai come trovarla ma numerosi sono gl’indizi sparsi nel libro per imparare a cercarla.
Perché l’ho letto
Non conoscevo Hillman e questo libro mi è stato consigliato per riuscire a staccarmi dall’ossessione di controllo che avevo nel muovermi nel mondo e dalla paura nei confronti del futuro. L’ansia per ciò che avverrà e la delusione per ciò che è stato vengono completamente riscritti alla fine di questo capolavoro in quanto come dice l’autore “Post hoc, ergo propter hoc”, soltanto dopo che un evento si è compiuto possiamo dare una spiegazione a questo e non siamo stati noi a farlo accadere ma è così che le Moire avevano deciso nel tessere il filo del nostro destino. L’ho letto per cambiare approccio alla vita e per aumentare il mio bagaglio di conoscenze con un libro più impegnato rispetto alla norma.
Perché lo consiglio
Voglio premettere che questo è un testo universitario e la sua comprensione non è così immediata, in più il libro in alcuni frangenti è un po’ prolisso e la scorrevolezza dello scritto non è quella di un romanzo. Premesso questo consiglierei ad occhi chiusi la sua lettura, ma non divorandoselo ma gustandoselo lentamente capitolo per capitolo in quanto ognuno di essi rappresenta una lezione da parte dell’autore. Volendo si potrebbe provare a leggere qualche manuale di psicologia per comprendere il pensiero di Hillman nel suo insieme ma questo libro è la summa perfetta per cui non è così necessario.
«Avrei dovuto portare una pietra.» Avresti dovuto portare molte cose, pensò. Ma non le hai portate, vecchio. Ora non è il momento di pensare a quello che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che hai.
Giugno 2020 rappresenta per me il mese della speranza. Un mese che segna una sorta di transizione tra un inverno mai come quest’anno freddo, buio e opprimente e un’estate che mi auguro sia calda, allegra, libera e magari più fortunata delle stagioni ad essa antecedenti. La stessa fortuna che per Ernest Hemingway rappresenta un tema centrale del Vecchio e il mare. Il titolo originale di questo libro è The old man and the sea ed è una delle ultime opere del celebre scrittore americano. L’edizione nella foto è di Mondadori e la traduzione in italiano è stata eseguita da Federica Pivano la quale ha scritto anche un’interessante postfazione che potete trovare alla fine del libro. Inoltre all’inizio si trova una piccola biografia e la bibliografia dell’autore e due lettere da Cuba scritte dallo stesso Hemingway che aiutano il lettore a comprendere meglio il contesto in cui si è svolta la storia. Questa è una delle opere più famose di Hemingway, un opera che oltre a vincere il Premio Pulitzer nel 1953 consentì allo scrittore americano di vincere il Nobel per la letteratura l’anno successivo.
Trama
Santiago è un pescatore anziano che sta vivendo un periodo non particolarmente prospero. Sono più di 80 giorni infatti che non riesce a prendere neanche un pesce. Ogni tanto riceve visita da un ragazzo di nome Manolin, il quale un tempo collaborava con lui diventando suo allievo, fino a quando i genitori non glielo impedirono perché ritenevano il vecchio troppo sfortunato e quindi imposero al figlio di pescare con altre persone. Pertanto il ragazzo, affezionatosi al suo mentore, continuerà a frequentarlo mantenendo degli atteggiamenti premurosi nei suoi confronti aiutandolo con le reti e le provviste e parlando con lui di diversi argomenti. Un giorno Santiago si imbarca da solo per l’ennesima battuta di pesca e questa volta si sposta un tantino più a largo del solito. Dopo qualche ora ad una delle sue esche abbocca un gigantesco marlin con il quale il vecchio inizierà una sorta di combattimento che durerà circa un paio di estenuanti giorni dopo i quali alla fine riuscirà finalmente a pescarlo. Il pesce però, essendo enorme, non entra nella sua barca e Santiago sarà costretto a trainarlo attaccandolo in qualche modo alla sua imbarcazione. Mentre però viene trasportato l’enorme pesce perderà sangue, attirando così gli squali. Ne subentrerà un ulteriore combattimento tra il vecchio e gli affamati pescecani che cercheranno di azzannare il marlin. Riuscirà Santiago a portare a riva il suo grosso bottino?
Perché l’ho letto
Hemingway è uno scrittore di cui avevo sentito molto ben parlare, soprattutto di questa sua opera. A dire il vero essa non mi ha entusiasmato. Buona parte del libro infatti è composto da descrizioni a mio modesto avviso povere e poco dettagliate, credo causate anche dalla semplicità del contesto in cui è ambientata la storia. Particolare rilievo è attribuito alle varie fasi del combattimento tra Santiago e il marlin che a tratti risultano avvincenti e a tratti noiosi. Il linguaggio molto tecnico inoltre in parecchi punti si rivela sia un’opportunità che un limite, un’opportunità perché aiuta il lettore ad apprendere dei termini nuovi, un limite perché al contempo stare sempre a cercare vocaboli sul dizionario o su internet a mio modesto avviso appesantisce un po’ la lettura. Nonostante ciò ho deciso di leggerlo fino alla fine perché ero convinto che questo libro aveva comunque qualcosa da insegnarmi e in tal proposito devo essere sincero, credo sia stata una scelta saggia. L’ho letto quindi per imparare dei termini nuovi, l’ho letto per conoscere un grande scrittore come Hemingway, l’ho letto per ricavare degli insegnamenti preziosi.
Perché lo consiglio
Un libro per quanto non possa entusiasmare me non è detto che non entusiasmi gli altri. Il vecchio e il mare è comunque un testo che ha vinto il Premio Pulitzer, e comunque in parecchi punti fa riflettere molto. In esso infatti vengono affrontate parecchie tematiche importanti come ad esempio il rapporto tra uomo e natura, la morte che è sempre in agguato, la continua sfida dell’uomo al destino e soprattutto il ruolo della fortuna nella vita degli uomini. Ho apprezzato il messaggio implicito di Hemingway quando descrive minuziosamente la lotta tra il vecchio Santiago ed il marlin, come se invitasse il lettore a non arrendersi mai alle avversità della vita mantenendo quella giusta tenacia che in diverse circostanze può determinare persino la sua sopravvivenza. Come quella del protagonista, un pescatore considerato oramai spacciato e prossimo alla pensione, il quale però, una volta che la vita fa abboccare alla sua esca il gigantesco pesce, combatte con tutte le sue forze e le sue esigue risorse, mantenendo quella tenacia e quella pazienza tipica dei pescatori che gli consentiranno alla fine di catturare la sua preda. Per il resto ho maturato un’opinione discreta del libro.
“Gli feci immaginare di essere via via ogni genere di persona sfortunata sofferente per privazioni e disgrazie. Ma santo cielo, erano solo parole, parole – per lui non volevano dir niente. Avrei potuto fischiare e sarebbe stato lo stesso. Le parole non fanno capire niente, non vi rendono niente concretamente, a meno che non abbiate sofferto personalmente la cosa che le parole cercano di descrivere”
Mark Twain non ha bisogno di troppe presentazioni, è uno dei più celebri scrittori americani dell’Ottocento e la sua pungente visione della società mista ad un umorismo intelligente e ad una solida narrativa è ancora oggi studiata attraverso i suoi classici come “Le avventure di Tom Sawyer” o “Le avventure di Huckleberry Finn” ormai entrati nell’immaginario collettivo. “Un Americano alla Corte di Re Artù” arriva in seguito alla sua affermazione a livello mondiale ed è uno dei primi romanzi a sperimentare il tema del viaggio del tempo; l’autore con un espediente (un colpo in testa) effettua una sorta di trasmigrazione delle anime e fa piombare il protagonista, Henry Morgan, indietro di 1300 anni fino all’eclissi solare del 21 giugno 521, avvenimento che sfrutterà per spacciarsi per un potente stregone ed avere così salva la vita. Il romanzo è stato pubblicato originariamente nel 1889, io sto recensendo la versione trascritta da Amazon Italia dell’audio libro di “Ascolta libri Edizioni”.
Trama
Dopo una veloce introduzione per trasportarci nella Camelot del Cinquecento Henry Morgan viene catturato e costretto al rogo in quanto diverso e quindi sospettato di essere in avanscoperta per conto del regno rivale, grazie alle sue conoscenze scientifiche avanzate riuscirà a scamparla e a farsi eleggere consigliere fidato del Re (nemmeno troppo velato il riferimento al conflitto fra Clero e Scienza dell’Ottocento). In seguito oltre all’eterna battaglia con Mago Merlino intraprenderà una politica di industrializzazione per far evolvere il regno di Camelot e per migliorare il tenore di vita della popolazione. Fra caccie ai draghi e principesse trasformate in maiali da salvare le peripezie del protagonista andranno avanti e faremo la conoscenza dei suoi fedeli aiutanti Clarence e Sandy oltre che dei membri più illustri della corte come Lancillotto, Ginevra e Re Artù; quest’ultimo partirà per un viaggio segreto come contadino insieme al protagonista nel tentativo di comprendere le discriminazioni che subisce chi non ha la fortuna di nascere aristocratico (critica all’ipocrisia della società).
Perché l’ho letto
Mark Twain è uno scrittore famosissimo e volevo leggere qualcosa, ho deciso di optare per questo libro perché è considerato il libro della sua maturità; nonostante possa sembrare un romanzo per adolescenti la sua pungente analisi della società moderna nel suo insieme lo relega a livelli molto più alti. L’ho letto per conoscere di persona un suo testo e anche per un arricchimento culturale personale.
Perché lo consiglio
Nonostante sia passato oltre un secolo dalla sua pubblicazione quest’opera di Twain rimane un classico intramontabile e con molto umorismo riesce a far rivivere al lettore le incongruenze della società post Seconda Rivoluzione Industriale, il libro scorre molto leggero e strapperà più di qualche risata grazie ai suoi personaggi bizzarri, su tutti il leggendario Mago Merlino qui ridotto a mera caricatura di un tempo dove “si può dire qualsiasi cosa che tutti ci crederanno senza che a nessuno venga mai un dubbio sulla sua autenticità”. Narrativamente tiene il lettore sempre attento, umorismo e critica alla società sono ad un punto altissimo; questo libro è la summa perfetta dello stile di Twain. Un solo appunto lo vorrei fare sulla versione: essendo un libro molto vecchio è facilmente ritrovabile in varie edizioni, più di questa, che ha capitoli scritti con caratteri diversi e manca di indice, consiglierei qualcuna più vecchia che presenta un testo più ricco e meno semplificato che meglio si adatta all’opera.
Salve a tutti, oggi mi è venuta voglia di condividere con voi una parte di me. So che sulla mia pagina vi aspettate recensioni di libri o al massimo qualche episodio di un racconto inventato, ma almeno per questa volta voglio mettere da parte tutto per parlarvi di un posto a cui sono particolarmente legato, sia perché ci vivo, sia perché ho vissuto i momento più belli della mia vita. Si dice spesso che il Vesuvio sia il padre dei napoletani, eppure io credo che la mia gente può vantare anche di avere una madre che si chiama Campi Flegrei. Una madre severa, ma al contempo buona e molto apprensiva nonostante si dica sia più pericolosa del coniuge dato che è un supervulcano. È una madre molto ricca e quello che ha ce lo dona gratuitamente e quando poggi la testa sul suo cuore (Pozzuoli) puoi sentire persino il suo respiro grazie al fenomeno del bradisismo. Pensandoci bene anche la sua posizione geografica è davvero caratteristica. Mentre infatti suo marito, il Vesuvio, è situato ad est del capoluogo partenopeo, lei si trova sul lato opposto, ad ovest, formando un cuore al cui centro ci sono Napoli ed i napoletani. Il golfo sul quale si affaccia è davvero uno dei luoghi più ricchi e affascinanti della provincia. A tutti sarà noto l’incantevole golfo di Napoli ma avete mai sentito parlare del suggestivo, sontuoso e misterioso golfo di Pozzuoli? Tale mistero prende forma nel Parco Sommerso di Baia (una frazione del Comune di Bacoli) situato a circa 5 metri sotto il livello del mare, sprofondato negli abissi a causa probabilmente del bradisismo. Su di esso domina il maestoso Castello Aragonese che ospita attualmente il Museo Archeologico dei Campi Flegrei.
Navigando verso la costa è possibile raggiungere Pozzuoli, il cuore dei Campi Flegrei dove si può vedere con gli occhi acuti del Serapeo (conosciuto comunemente come Tempio di Serapide) il respiro di questa terra. In questo importantissimo porto approdò San Paolo nel 61 d.c. e l’intestazione di molti luoghi della zona, come ad esempio il famoso Stadio di calcio della città di Napoli ricordano questo evento. Qui furono martirizzati personaggi come San Gennaro, San Procolo, San Sosso di Miseno e tanti altri santi cristiani. Ma Pozzuoli non è stata solo teatro di queste atrocità. Essa può vantare infatti di tanti bellissimi monumenti architettonici che esaltano particolarmente il suo fascino rendendola una città ricca di arte e di storia, una vera e propria perla dell’area metropolitana di Napoli. È una delle poche città al mondo in cui sono situati due anfiteatri romani (l’Anfiteatro Flavio e l’Anfiteatro Minore, più antico del primo). L’antico stadio di Antonino Pio esprime in maniera ancor più visibile l’antica presenza romana in questo importantissimo porto campano. Fu proprio qui che Adriano Olivetti decise di investire costruendo una delle fabbriche più moderne del mondo dalla quale è possibile ammirare un panorama stupendo, lo stesso panorama che secondo Olivetti avrebbe motivato ancora di più i suoi dipendenti.
A pochi passi dal porto di Pozzuoli si erge una delle montagne più giovani della nostra penisola, chiamata appunto Monte Nuovo. Essa in realtà è un vulcano di soli 482 anni, formatosi infatti nel 1538 a seguito di una forte eruzione che distrusse il villaggio medioevale di Tripergole. Quella, al momento, fu l’ultima eruzione del Supervulcano che la storia ricordi. Attualmente, all’interno del cratere, è situata una riserva naturale.
Di origine vulcanica è anche il misterioso lago che si trova ai suoi piedi di cui Plutone ne fece un accesso all’Ade e Dante Alighieri nella sua Commedia ne individuò la casa di Lucifero. Sto parlando del Lago D’Averno, un lago che, con il suo fascino storico-naturalistico, ha sedotto anche me al punto che lo scelsi come luogo ideale per festeggiare la mia laurea.
Ai piedi del Monte Nuovo c’è anche un altro lago che il mare ha voluto regalare alla terra con la forza delle onde chiudendo con la sabbia ciò che anticamente era una semplice insenatura. Li, dove il senatore romano Sergio Orata fece la sua fortuna con i suoi allevamenti di ostriche e di pesci lucrando parecchi denari, in ricordo delle sue doti manageriali gli fu dato giustappunto il nome di Lucrino. Non sempre nella storia però il supervulcano ha consentito agli uomini di godere del microclima fresco e asciutto di questo lago. Ne sa qualcosa Giovanni Boccaccio che purtroppo non ne poté dare testimonianza quando visitò Napoli dato che all’epoca il mare lo nascose sotto litri di acqua, come attualmente nasconde ancora l’adiacente via Herculea, tradito soltanto dalle giornate di mareggiata che la rendono visibile dall’alto. Fu proprio in questo lago che il fedele delfino Simone incontrava il fanciullo che, in cambio di qualche mollica di pane, lo caricava sul suo dorso e lo accompagnava a scuola a Pozzuoli. Quando il suo giovane amico umano morì prematuramente il delfino continuò puntuale a presentarsi al lago morendo poi di crepacuore quando scoprì che purtroppo il ragazzo a quell’incontro non si sarebbe mai più potuto presentare.
Più interno alla costa o forse si potrebbe dire proprio dall’altro lato della piccola penisola flegrea, sorge il sito archeologico di Cuma famosa per la sua Sibilla e soprattutto per aver dato i natali alla Città di Partenope. Li, dove l’Acropoli con la sua storia e i suoi templi di Apollo e di Giove, e l’antro dove la Sibilla scriveva le sue predizioni su foglie di palma, è possibile godere di un clima salubre tipico delle zone mediterranee. Arte, storia e mitologia dominano queste aree come dei regnanti vogliosi di raccontarsi a tutti i passanti mostrando le proprie ricchezze archeologico – naturalistiche come se fossero dei trofei di cui giustamente vantarsi.
A pochi chilometri dall’Acropoli di Cuma si raggiunge il Lago Fusaro dal quale veniva la lampreda del Conte di Montecristo nel celebre romanzo di Alexader Dumas. Questo lago è maggiormente noto per la suggestiva Casina Vanvitelliana dove il re Ferdinando IV di Borbone andava a caccia. Questo favoloso edificio situato su un isolotto in mezzo al lago fu visitato da celebri musicisti come Gioacchino Rossini e Wolfgang Amadeus Mozart, e attualmente è una delle mete più gettonate per i matrimoni soprattutto civili.
Lago di Fusaro visto da Monte di Procida
Salendo l’altopiano si raggiunge la bellissima città di Monte di Procida dalla quale è possibile ammirare dei panorami stupendi che consentono di ammirare quasi mezza Campania, tanto è vero che essa è definita “la terrazza dei Campi Flegrei”. Unito da un ponte e da un tunnel alla terra ferma c’è l’isolotto di San Martino, staccatosi dalla costa a causa di un evento geologico non ancora definito. Attenti a non farvi ingannare dal nome di questa cittadina in quanto essa si trova sulla terra ferma e non sulla bellissima isola dell’arcipelago napoletano. La sua denominazione infatti deriva da una serie di eventi storici che vedono la colonizzazione di quest’area da parte dei procidani nel XVII secolo i quali trovarono un’area devastata nei secoli precedenti da continue invasioni dei Barbari e dei Saraceni. Di conseguenza Monte di Procida diventò una sorta di quartiere sulla terra ferma appartenente al Comune di Procida al quale fu legato fino al 1907 quando un referendum sancì la definitiva separazione da esso. Una leggenda commovente legata a questa zona parla di una bellissima fanciulla di nome Acqua che un giorno fu salvata mentre stava affogando in mare da un pescatore chiamato Giosuè, del quale poi si innamorò. I due amavano il mare che per loro era una seconda casa. Ogni giorno Giosuè, prima di lavorare, si incontrava con Acqua su una spiaggetta e, una volta preso il largo col suo peschereccio, salutava la sua amata rimasta sulla riva. Purtroppo però un giorno, sembrerebbe una tempesta, uccise Giosuè che non tornò più su quella spiaggia. Nonostante ciò Acqua continuò ad attendere il suo amore sulla riva, fino a quando, forse compreso il triste destino del suo fidanzato, decise di buttarsi in acqua per andare a cercarlo senza fare più ritorno sulla quella spiaggia. Non è un caso che quella stessa spiaggetta in seguito fu chiamata dagli abitanti locali Acquamorta.
Ai piedi di Monte di Procida è possibile ammirare una lunga spiaggia di circa 2 km situata su un istmo che separa il mare dal lago di Miseno, chiamata Miliscola, famosa per i suoi lidi che la rendono una delle mete estive più gettonate della zona. Essa si trova ai piedi di una grossa altura sotto la quale Enea seppellì il corpo del suo trombettiere Miseno il quale osò sfidare Tritone che, umiliato, lo uccise facendolo precipitare in mare dove annegò. Questa altura segna il confine tra il golfo di Napoli e il canale di Procida, ed è stata spesso scelta come sfondo di diversi film come ad esempio “Scusa ma ti chiamo amore” di Federico Moccia. Oltre alla spiaggia, ai piedi di questa altura si distende anche il lago di Miseno, ai cui bordi sorge la stupenda Città di Bacoli, che gestisce a livello amministrativo, insieme a Pozzuoli, buona parte di queste magnifiche zone. Quando si parla di Bacoli però non si può non parlare della magnifica Piscina Mirabilis, un’enorme cisterna romana nella quale arrivava l’acqua dell’antico acquedotto augusteo di Serino (AV). È uno dei monumenti più importanti della zona che vale la pena visitare. Personalmente a Bacoli inoltre consiglio di fare una passeggiata lungo il suo suggestivo lungolago dal quale è possibile respirare un’aria pura, pulitissima e profumata.
Spiaggia Miliscola con altura di Miseno
Tornando al cuore dei Campi Flegrei è possibile raggiungere un vulcano quiescente chiamato Sofatara, famoso per le sue stufe e le sue fumarole, che ci ricorda ancora quanto è viva questa terra. Nelle sue vicinanze si trova una delle Oasi WWF più belle di Italia, situata all’interno di un gigantesco cratere chiamato Cratere degli Astroni, habitat preferito di una varietà di specie di uccelli e di animali come volpi, ghiri, ricci e donnole.
Adiacente agli Astroni c’è un altro suggestivo cratere conosciuto per l’ippodromo e le terme. Sto parlando dell’incantevole Agnano il quale anticamente era un lago prosciugato nel 1870 grazie a una bonifica. Un tempo infatti da queste parti si coltivava la canapa ed il lino, coltivazioni che purtroppo rendevano l’area circostante insalubre al punto che addirittura in queste zone era facile contrarre la malaria. Di conseguenza, dopo l’unità d’Italia, la zona fu interessata da un’ingente bonifica che previde il prosciugamento del lago.
Nei pressi di Agnano c’è Bagnoli, un quartiere periferico di Napoli noto per aver ospitato per un lungo periodo un’acciaieria che ha deturpato il paesaggio circostante allontanandolo purtroppo dalla sua potenziale appetibilità turistica. Si, perché in realtà Bagnoli è uno dei quartieri più belli di Napoli. Esso si dilunga nei primi chilometri del golfo di Pozzuoli al quale si rivolge con un’espressione malinconica, tipica di una principessa che è stata violentata. Li, dove fino a qualche anno fa era attiva l’Italsider, una volta c’erano numerosi centri termali. Essa vanta anche di una delle isolette più famose della città di Napoli ovvero Nisida, un’isola di origine vulcanica sulla quale si rifugiò Ulisse quando si allontanò dal paese dei ciclopi. Attualmente ospita l’Istituto Penale Minorile di Napoli che la rende oggi purtroppo inaccessibile ai turisti.
Isola di Nisida. Sullo sfondo è possibile ammirare l’altura di Miseno
Quando si parla di Bagnoli però non si può non fare nemmeno un accenno all’adiacente Fuorigrotta, un quartiere a cui sono particolarmente affezionato perché ci sono nato. Quando parlo di questo quartiere molti immediatamente lo associano allo Stadio San Paolo. Eppure esso ha una storia molto più articolata da quanto si pensa nell’immaginario comune. Come suggerisce il nome, la storia di Fuorigrotta è legata appunto ad un’antica grotta che univa i Campi Flegrei a Napoli, ovvero la Crypta Neapolitana, un’antica galleria lunga poco più di 700 metri, la quale conduce all’interno del Parco Vergiliano a Mergellina dove si trova la tomba di Virgilio cui, leggenda narra, costruì la grotta in un solo giorno. Attualmente la Crypta Neapolitana è utilizzata solo per fini turistici, essendo stata, in ambito viario, sostituita dalla Galleria Laziale e dalla Galleria Quattro Giornate. Fuorigrotta è un quartiere radicalmente rivoluzionato in senso urbanistico. Molte strade della zona infatti non esistevano prima del periodo fascista. Addirittura una chiesa, intitolata a San Vitale, durante quell’epoca, fu completamente distrutta e ricostruita per consentire la costruzione di una grandissima piazza che si chiama Piazza Italia dalla quale comincia un lungo viale (intitolato ad Augusto) che conduce alla Mostra D’Oltremare. La sopracitata chiesa, per un periodo, ospitò la tomba del poeta Giacomo Leopardi che poi fu trasferita nel parco Vergiliano vicino a quella di Virgilio. Attualmente è una delle parrocchie più importanti del quartiere. La Mostra D’Oltremare è un polo fieristico, adiacente lo stadio San Paolo, dei più importanti (e più grandi) del Sud Italia. Attualmente, oltre ad ospitare eventi come la Fiera della Casa, il Comicon e qualche concerto all’interno dell’Arena Flegrea, è uno dei parchi più belli della città di Napoli che vale la pena visitare. Proprio li vicino si trovano il famoso parco divertimenti dell’Edenlandia, lo Zoo di Napoli, la Piscina Scandone e il Palabarbuto. Questi due ultimi impianti palesano ancora di più la vocazione sportiva di questo quartiere flegreo. Inoltre, vicino la Mostra D’Oltremare, è presente anche un’antico sito archeologico risalente al II secolo d.C. che comprende antiche terme romane. Ma Fuorigrotta è anche molto nota per ospitare diverse importanti strutture didattiche e scientifiche come ad esempio il dipartimento di Ingegneria della università Federico II e una delle sedi dell’Osservatorio Vesuviano.
Fuorigrotta si distende ai piedi della più grande collina di Napoli che si chiama Camaldoli. Sotto tale collina sorgono anche altri due quartieri flegrei che si chiamano Soccavo e Pianura. Il primo era un antico comune agricolo che poi fu aggregato a Napoli. Il secondo invece si distende all’interno di un ulteriore cratere vulcanico ed è noto perché anticamente ospitava delle importanti cave di piperno utilizzato in parecchi monumenti di Napoli. A Pianura è presente anche un antico mausoleo romano ed è attualmente un importante asse viario che collega Napoli al comune flegreo di Quarto.
È proprio in questo importante comune che concluderò l’itinerario in questione. Quarto Flegreo infatti è un comune abitato sembrerebbe sin dall’epoca preistorica. Questa zona fu frequentata molto dai greci i quali erano attratti dalla fertilità delle sue terre. Grazie ai romani l’area iniziò a godere dei primi centri abitati che poi, col passare degli anni, si unirono fra di loro formando un unico villaggio. Tale sviluppo urbanistico fu favorito anche dalla creazione della Via Consolare Campana (attualmente semplicemente Via Campana) che univa Pozzuoli alla via Appia e che fu costruita letteralmente “spaccando” una montagna. Qui passò anche San Paolo insieme all’evangelista Luca, quando, incatenato fu condotto a Roma. Attualmente questo comune gode di diversi monumenti archeologici come quello ad esempio del mausoleo presente in via Brindisi detto “Fescina”. È qui che si conclude questo personale itinerario che vi ho esposto. Ci ho tenuto particolarmente perché ho notato che i Campi Flegrei, nonostante negli ultimi tempi hanno fatto da sfondo a importanti documentari sulla televisione pubblica, sembra che purtroppo non godono ancora, a mio modesto avviso, di quella giusta notorietà che meriterebbero. Per questo motivo ho voluto dedicargli queste poche righe che comunque descrivono solo l’1% della ricchezza artistica, storica e naturalistica di quest’area che è una delle zone più ricche e più belle della Campania o forse si potrebbe dire proprio d’Italia e addirittura d’Europa. Spesso la sua immensità subisce l’ombra dell’adiacente e bellissima città di Napoli che sembra rubargli la scena in parecchie occasioni. Eppure credo che il capoluogo campano possa ricavare molto da un incremento della valorizzazione dei Campi Flegrei e per questo motivo, ora che finalmente possiamo tornare a muoverci liberi fra le regioni, se doveste passare per Napoli vi consiglio di venire a dare un’occhiata anche a questa zona. Vi assicuro che ne resterete davvero soddisfatti.
“Possiamo, ad esempio, amare il calcio, guardare la televisione, e renderci conto del fatto che per la prima volta nella storia dell’umanità, a intervalli regolari e ad orari fissi, milioni di individui si siedono davanti al loro altare domestico per assistere e, nel vero senso della parola, partecipare alla celebrazione di un medesimo rituale?”
Giugno 2020 si presenta prepotentemente nelle nostre vite con scenari promettenti, frutto di una pandemia che sembra apparentemente alle spalle, ma che ci costringe comunque a mantenere un certo grado di prudenza. Stiamo tornando ad una normalità che si sta riappropriando di tutto, persino dello sport, prospettando finalmente la ripresa dei campionati di calcio. Proprio di calcio parla lo studio fatto dall’etnologo Marc Augé, autore del libro di cui vi sto per parlare, edito da EDB. Egli ci presenta un interessantissimo studio relativo a questo sport popolare presentandocelo in una prospettiva insolita rispetto a quella che siamo comunemente abituati a vederlo.
Trama
Il libro parla di uno studio fatto dall’antropologo francese su uno degli sport più praticati e popolari del mondo. Augé parte da una domanda: il calcio può essere considerato una religione? Nel corso del libro egli individua parecchie analogie tra questo sport e le religioni in generale, dai rituali periodici eseguiti dai tifosi in occasione delle partite della propria squadra, alla creazione di vere e proprie forme di preghiere che si manifestano nei cori inventati dai tifosi a sostegno di essa. Augé, ispirandosi a Durkheim, inquadra la partita di calcio come un fatto sociale totale che coinvolge una pluralità di attori non solo sportivi ma anche e soprattutto economici e addirittura appartenenti all’industria dello spettacolo. Fanno riflettere in tal proposito tutte queste pressioni che ciò che personalmente definirei “lobby sportive” stanno facendo in questo periodo per far riprendere la Serie A, e in tal proposito credo che questo libro casca a pennello. Interessante risulta un confronto che l’etnologo fa in alcuni capitoli tra approccio (al calcio) dilettantistico collettivista e approccio professionistico individualista. In pratica sembrerebbe che il calcio dilettantistico, seppur con i suoi limiti in termini sportivi, abbia contrapposto all’egoista modello professionistico una vera e propria morale basata su un ideale definito “dilettantismo generoso” che concentra il suo gioco sulla squadra e sulla collettività. In tal proposito si fa anche più viva la contrapposizione tra “giocare per giocare” e “giocare per vincere”. Un quadro nel quale emergono tutta una serie di divergenze tra le quali, una fra le tante vede contrapporsi l’anima elitaria del calcio contro l’anima popolare, anche se il popolo mantiene comunque un ruolo fondamentale nella nascita e nella crescita di questo sport. In tal proposito ho trovato interessante scoprire che alcuni club calcistici come l’Aston Villa, il West Ham e l’Arsenal “reclutavano” i propri giocatori tramite le parrocchie, i pub e addirittura le acciaierie/fabbriche, evidenziando un ruolo importante e determinante che ignoravo di questi enti nello sviluppo di questo sport che ho sempre apprezzato e praticato per il sue potenzialità socializzanti.
Perché l’ho letto
Onestamente questo libro lo comprai diversi anni fa, ma non l’ho mai letto, o forse l’ho fatto e mi sarò scordato dato che all’epoca la mia mente era occupata con gli esami universitari. Attualmente mi sembra una lettura indovinata per questo periodo dove si parla di ripresa del campionato, e allora l’ho letto per riflettere meglio su questo tema comune, l’ho letto per uscire un po’ da quella parte di me popolana e tifosa per guardare, in un’ottica del tutto nuova, cose a me comuni e consuete che vivo quasi ogni giorno. È un esercizio che consiglio a tutti, e vi garantisco che, oltre ad aprire meglio la mente, offre parecchi benefici.
Perché lo consiglio
Questo libro è una sorta di ricerca sociologica che aiuta ad approfondire una tematica molto diffusa e consueta nella nostra società occidentale soprattutto italiana. È una lettura semplice e veloce, capace di durare anche poche ore dato l’esiguo numero di pagine del libro. Certo, essendo Augé un etnologo, utilizza frequentemente dei termini tecnici propri di questo ambito disciplinare che potrebbero creare delle difficoltà a coloro che non hanno mai studiato determinate discipline, ma se necessitate di una lettura che non vi occupi una elevata quantità di tempo vi consiglio vivamente di leggere questo libro che vi offre l’opportunità di comprendere meglio uno sport molto popolare fra la nostra gente.
“I bambini non vedono la morte. Perché la loro vita dura un giorno, da quando si svegliano a quando vanno a dormire”.
Maggio prosegue tranquillo tra una pandemia contenuta ma sempre presente e un timido ritorno ad una normalità un po’ insolita ma che comunque ci consente di respirare e di sperare che presto questo incubo finirà completamente. È proprio della fine di un incubo quello di cui parla Donato Carrisi nel suo celebre Suggeritore. Edito da TEA si tratta del romanzo di esordio dello scrittore pugliese. L’incubo di cui si parla è quello di una bambina di nome Sandra, rapita da un misterioso serial killer insieme ad altre 5 sue coetanee. Vincitore del Premio Bancarella nel 2009 questo giallo è considerato uno dei più belli e avvincenti che esistono sulla piazza e leggendolo ne ho capito i motivi.
Trama
Il libro parla del misterioso ritrovamento di sei braccia sinistre appartenenti a bambine diverse in delle fosse separate situate all’interno di una radura che insieme formano una specie di cimitero. La Squadra Speciale di polizia formata dall’ispettore capo Roche, Sarah Rosa, Stern, Boris e il criminologo Goran Gavila indagano sul caso ma, maturando le prime difficoltà coinvolgono anche l’investigatrice Mila Vasquez specializzata nella ricerca di bambini scomparsi. L’indagine è alquanto ardua e difficile dato che il serial killer in questione sembra rivelarsi molto furbo e sempre un passo avanti agli inquirenti. Infatti, durante la ricerca dei cadaveri delle bambine, emergono casi ancora più spaventosi e scandalosi, come ad esempio quello del pedofilo Alexander Bermann, un agente di commercio cui viene ritrovato il cadavere della prima bambina nel bagagliaio della sua auto. Accertata l’estraneità del pedofilo (che nel frattempo si toglie la vita) riguardo gli omicidi delle bambine scomparse, Goran Gavila e Mila Vasquez scoprono che in realtà la sesta bambina è ancora viva e che il misterioso killer, che loro per convenzione chiameranno Albert, la tiene in vita per ricattare qualcuno portando avanti il suo diabolico piano che presto coinvolgerà anche altri personaggi che si riveleranno loschi come ad esempio Ronald Dermis alias Padre Timothy che uccise in età infantile un suo compagno dell’orfanotrofio che gestisce e nel quale aveva vissuto in età infantile. Tale orfanotrofio diventerà teatro del ritrovamento del cadavere della seconda bambina. Ma anche Ronal Dermis si scoprirà presto che non è Albert e allora le indagini proseguono portando al ritrovamento del cadavere della terza bambina all’interno di una villetta di un dentista di nome Kobashi. Dopo accurate indagini si scoprirà che sia quest’ultimo, sia la sua casa sono estranei ai fatti, ma Mila Vasquez scoprirà qualcosa di strano nell’aria in quella villetta individuando, aiutata dagli esperti, un debole segnale MORSE di SOS proveniente dall’abitazione di fronte nella quale si scoprirà essersi consumata un’altra strage. Sembrerebbe infatti che in questa abitazione una madre e i suoi bambini siano stati segregati in casa per circa sei mesi, seviziati, violentati e poi uccisi, ridotti a brandelli e gettati negli sciacquoni dei bagni dell’abitazione. Si scoprirà che l’autore di questo macabro gesto è un muratore che si chiama Feldher che poi resterà ucciso nello scontro a fuoco che ne seguirà. Pertanto si farà sempre più vivo il collegamento tra Albert e tutti questi assassini dato che ad esempio nella villetta dove Feldher ha eseguito la strage grazie a delle analisi particolari effettuatesi all’interno della stanza dove è stato consumato il delitto emerge un’ombra misteriosa non identificata. Inoltre Mila scoprirà che nell’abitazione adiacente il corpo che è stato ritrovato non è della terza bambina bensì della quarta, cosa che l’ispettore capo Roche ha sistematicamente nascosto a lei e a Gavila dato che il corpo della terza bambina in realtà è stato ritrovato all’interno dell’abitazione di un noto e influente miliardario locale di nome Rockford. Peccato che quest’ultimo è in fin di vita e allora Mila, per interrogarlo e soprattutto capire il collegamento tra lui e Albert, chiede aiuto a una sua amica medium, la quale rievocherà una sorta di battesimo di sangue del magnate esortato da un uomo misterioso che incontrò la prima volta che uscì di casa in età adulta (la madre del miliardario era troppo protettiva nei suoi confronti e quindi non gli consentiva di uscire di casa). Quando tornano al commissariato i poliziotti riceveranno una brutta sorpresa ovvero il cadavere della quinta bambina. Mila scoprirà che in realtà Albert ha una complice la quale si scoprirà presto essere l’agente Sarah Rosa, che per giunta è la madre della sesta bambina. Inoltre presto si scoprirà che neanche il criminologo Gavila non è una persona pulita al 100%. Riusciranno mai gli agenti a scoprire la vera identità di Albert?
Perché l’ho letto
I libri gialli non sono il mio genere preferito ma devo essere sincero questo libro mi ha preso molto nonostante gli argomenti forti. L’ho letto per aprirmi a un nuovo genere di letteratura, l’ho letto per approfondire le mie conoscenze su certe tematiche e, devo essere sincero Donato Carrisi, ha pienamente soddisfatto questa ultima mia esigenza.
Perché lo consiglio
È la prima volta in vita mia che un giallo mi prende così tanto. Onestamente ne avevo molto sentito ben parlare e leggendolo ho scoperto il motivo per cui di esso è diffusa un’elevata considerazione. Il linguaggio semplice e scorrevole e i capitoli poco scontati rendono questo libro ideale per chi vuole approcciarsi a questo genere di romanzi e forse perché no, di diventare il libro apripista per chi non è abituato a leggere. Ho apprezzato molto la descrizione dettagliata di alcune tecniche investigative realmente adottate nella realtà anche se dal finale mi aspettavo qualcosa di più ma per il resto è stata una bella ed avvincente lettura.
“Sopportare il dolore è dura; accettarlo è ancora più dura; ma apprezzarlo è la cosa più dura di tutte […] Con la passione viene anche il dolore. Con l’amore viene la perdita. Con la meraviglia vengono la paura e lo spavento. Ma considera il lato positivo: pensa a come sarebbe la tua vita senza queste cose”
Pubblicato nel 2013 e edito dal Centro Studi Erickson questo libro è la seconda parte della dilogia di Russ Harris che comprende anche “La Trappola della Felicità” già recensito la scorsa volta. Ci sono periodi in cui la vita ci colpisce duramente: un lutto, un tradimento, un divorzio, un licenziamento, una malattia grave ecc. Ci sono periodi in cui la vita ci sferra colpi micidiali da cui è difficile rialzarsi, periodi in cui tutto sembra non avere senso; ci sembra che il mondo ce l’abbia con noi ma in realtà capita a tutti prima o poi di dover avere a che fare con una realtà che non ci piace, che non è come noi vorremmo. L’autore forte del successo del libro precedente riprende i concetti che sono alla base dell’ACT – Acceptance and Commitment Therapy – ovvero accettare e non combattere i pensieri e le emozioni negative che ci pervadono ma, nonostante esse, riuscire a compiere azioni significative basate sui propri valori e rielaborarli per adattarli non più ad un’ossessione di felicità ma ad una situazione di criticità. Questa volta Harris non li utilizza per farci sfuggire dalla trappola della felicità ma per farci reggere il colpo davanti agli eventi duri della vita, quando vivere fa davvero male e lo scarto di realtà è troppo ampio.
Trama
Nelle prime pagine Harris ci spiega perché ha deciso di scrivere questo libro e ci racconta della grave malattia che ha colpito il figlio e di come lui per primo abbia spesso momenti in cui andare avanti gli sembra impossibile, conoscendo la sua storia sembra incredibile che un uomo debba subire un altro colpo simile eppure nell’arco di tutto il racconto ci porterà con lui passo dopo passo fino ad apprezzare quel dolore. Il libro è diviso in sei parti con la prima che, come abbiamo detto, funge da introduzione sia per la sua storia sia sulle dinamiche tipiche delle persone quando sono chiamate a rispondere ad uno scarto di realtà. Molto interessante è l’ultima parte dove propone delle appendici che aiutano a comprendere meglio gli esercizi nel caso non si sia letto il libro precedente e soprattutto vanno a delucidare quelle parti buie (valori e piano d’azione e disponibilità) che non erano state esaustivamente descritte nella “Trappola della Felicità”. Il cuore del percorso però sono i quattro passi con cui l’autore ci prende per mano nel sostenerci davanti al dolore: ci farà inizialmente prendere cura di noi, quindi ci farà stabilizzare per poi tracciare la rotta da seguire. L’ultimo passo è la sua scommessa, il più arduo di tutti, alla fine, negli ultimi due capitoli, Harris proverà addirittura a farci apprezzare il dolore che stiamo sopportando.
Perché l’ho letto
Ero rimasto molto sorpreso ed estasiato dalla “Trappola della Felicità”, avendo problemi personali ho quindi deciso di acquistare anche il seguito che sembrava più indicato alla situazione che stavo/sto vivendo; in più la prima parte della dilogia mi sembrava incompleta in alcuni punti e avrei voluto completarla. L’ho letto per trovare una guida, un mentore, quando la vita diventa particolarmente dura, qualcuno che potesse darmi dei suggerimenti e guidarmi con la sua esperienza nell’affrontare il mare in tempesta.
Perché lo consiglio
“Se il mondo ti crolla addosso” va consigliato a chiunque stia affrontando un periodo di grande difficoltà, la facilità di comprensione e l’abilità dell’autore nella sua scrittura rimangono unici nel panorama mondiale; affrontare il dolore è molto difficile ma Harris riesce a prenderti per mano con questo libro. Personalmente mi è piaciuto più questo rispetto all’altro e consiglierei a chiunque di prendere la dilogia completa, nel caso però si voglia acquistare un solo libro allora opterei per “La Trappola della Felicità” in quanto spiega più dettagliatamente i concetti base dell’ACT; questo è un libro che non presuppone di aver già letto l’altro ma alcuni argomenti in comune sono trattati in modo troppo repentino. Il mio pensiero è che Harris avrebbe potuto fare un solo libro di 350 pagine e inglobare i concetti espressi nei due volumi, grossomodo abbiamo un centinaio di pagine di quest’opera che sono una ripetizione del precedente.
“Apprezza ciò che hai nella tua vita adesso. Questo è importante perché il presente è l’unico tempo che hai. Il passato non esiste; non è altro che ricordi nel presente. E il futuro non esiste; non è altro che pensieri e immagini nel presente. L’unico momento che hai è questo momento. Quindi traine il massimo”
Nella nostra epoca attuale siamo tutti presi dall’ostentare ciò che abbiamo, dal mostrare il nostro stile di vita e dal cercare con insistenza le emozioni positive e quelle che ci danno piacere respingendo il più lontano possibile sia il dolore sia tutto ciò che concerne il lato spiacevole della vita, siamo quindi tutti preda della trappola della felicità. Russ Harris è un ex medico australiano che arrivato alla soglia dei trentacinque anni si rende conto che il suo lavoro, nonostante sia molto remunerativo, non lo rende felice e in seguito alla lettura di un libro decide di rivoluzionare la sua vita studiando per diventare psicologo e psicoterapeuta. Pubblicato nel 2010 e edito dal Centro Studi Erickson questo libro è il primo, e più famoso, di una dilogia che include anche “Se il mondo ti crolla addosso” che recensirò successivamente. Harris nel libro utilizza l’approccio della Acceptance and Commitment Therapy (più semplicemente sintetizzata con l’acronimo ACT), approccio scientificamente validato e basato sulla mindfulness (è un modo di guardare alla propria esperienza che prende spunto dalla meditazione) che consiste nell’accettare e non combattere i pensieri e le emozioni negative che ci pervadono ma nonostante queste riuscire a compiere azioni significative basate sui propri valori.
Trama
Questo non è il classico libro “New Age” dove per ottenere quello che vuoi ti basta chiederlo all’universo, qui c’è una solida teoria scientifica alla base, ACT, e grazie a questa Harris ci conduce a svelare la trappola che vuole che l’essere umano debba essere obbligatoriamente sempre felice e se non lo è allora ha qualcosa che non va. Il libro è diviso in tre parti: nella prima Russ Harris ti fa capire dov’è il problema, come si diventa vittime della trappola della felicità e gli stratagemmi comuni utilizzati per sfuggirne (che come unico risultato producono il peggiorare delle sensazioni nel lungo periodo). Snocciolando statistiche, sfatando miti e spiegando l’evoluzione del cervello umano viene posto un argine alle derive peggiori che la mente umana concepisce, si può quindi iniziare a tirare l’ancora e stabilizzarsi (le metafore navali sono usate frequentemente). La seconda parte è quella più lunga e importante, qui vengono proposti vari esercizi per riuscire a convivere con tutti gl’impulsi, le emozioni e i pensieri sgradevoli con cui ogni giorno dobbiamo avere a che fare; nessuna ricetta miracolosa ma esercizi semplici che se praticati con costanza nel tempo possono produrre risultati. La terza e ultima parte è quella dedicata all’azione ed è quella che avrebbe richiesto una maggiore attenzione a mio modo di vedere; siamo intorno alla sessantina di pagine che mi sono sembrate poche soprattutto in rapporto agli importanti concetti espressi, questa parte va integrata o con alcune schede presenti sul suo sito (citato più volte nel libro) oppure, ed è la soluzione più consigliata, leggendo anche l’altro libro della dilogia di Russ Harris ” Se il mondo ti crolla addosso”.
Perché l’ho letto
Molte volte nella vita capitano dei momenti neri, momenti in cui si è come una nave alla deriva che non ha una direzione precisa verso cui andare ma che si muove in tondo senza mai realmente spostarsi. Nonostante avessi molto non riuscivo ad essere felice, ero entrato in una sorta di limbo senza essere capace di uscirne e senza neppure capire perché ci ero finito dentro. Deciso a superare il momento ho optato per questo libro, forte anche del successo ricevuto, e posso assicurare che è stata una delle scelte migliori che abbia mai fatto. L’ho letto per trovare delle risposte sul perché sia così difficile essere felici in certi momenti della vita e sul perché ci fondiamo con i nostri pensieri.
Perché lo consiglio
Questo libro andrebbe letto obbligatoriamente da ogni persona appartenente alla società occidentale. Il termine “trappola della felicità” viene usato quotidianamente ma ancora oggi nessuno meglio di Harris riesce a svelare cosa sia e come arginare il nostro cervello quando si connette a “Radio Sventura e Depressione”. Se si vuole migliorare la propria vita partendo dal qui e ora, se si vuole comprendere quali sono i valori che stanno alla base della propria persona, se si vuole avere una vita con uno scopo allora questo è il libro giusto. Il testo è di facile comprensione ed è evidente che è stato scritto per il grande pubblico, non presenta concetti complessi e risulta quindi accessibile per chiunque sia interessato ai temi trattati.
“Nasce da questo una disputa: s’egli è meglio essere amato che temuto, o e converso. Rispondesi che si vorrebbe essere l’uno e l’altro”
Maggio 2020 è un mese che nasce tra la fine di un periodo buio che si inquadra nella figura di un’estenuante quarantena e l’aurora di un ciclo nominato “Fase 2” che ripone nelle nostre anime una timida speranza di ripresa sia dal punto di vista economico sia psicologico, il tutto nel contesto di una emergenza che purtroppo ancora non è finita e che ci costringe a mantenere alta la guardia facendoci tornare solo parzialmente alla nostra agognata quotidianità. È proprio in questo ambito emergenziale che nei nostri sistemi democratici europei si distinguono tutta una serie di personalità politico – istituzionali chiamate a prendere, mai come ora, delle decisioni delicatissime, quasi senza precedenti, dimostrando in maniera concreta il loro valore. Ecco, proprio in questo contesto mi è venuta voglia di leggere un classico alquanto illuminante ma al contempo particolare ovvero Il Principe di Niccolò Machiavelli. L’edizione nell’immagine sopra è di Mondadori ed ha un’interessantissima introduzione di Vittore Branca e commento di Tommaso Albatrani.
Trama
Il libro, scritto nel 1513 e pubblicato la prima volta nel 1532 (circa 5 anni dopo la morte dell’autore), consiste in un trattato ideologico rinascimentale contenente dei suggerimenti basati su dalle idee che in certi punti sembrano quasi attuali, tanto è vero che Il Principe di Niccolò Machiavelli è considerata un’opera davvero rivoluzionaria per l’epoca in cui è stata scritta. Dedicata a Lorenzo di Piero de Medici (il nipote del Magnifico), Il Principe racchiude in un’opera di ventisei capitoli tutte quelle caratteristiche ideali, secondo Niccolò Machiavelli, che un buon monarca dovrebbe avere per gestire e soprattutto per mantenere il suo regno. In questa opera sono trattati diversi temi particolari, dai tipi di principati a come essi vadano governati e gestiti secondo l’autore, dalle virtù che dovrebbero essere proprie di un Principe ai tipi di eserciti ideali che lo dovrebbero stare al suo servizio, dal tipo di consiglieri di cui un Principe dovrebbe fidarsi al ruolo della casualità e della fortuna nella storia di un monarca ecc. In alcuni punti è dell’opera è facile purtroppo riscontrare dei suggerimenti che l’autore propone alquanto inammissibili e difficili da accettare per come oggi siamo abituati a vedere la politica, ma è anche vero che Il Principe di Machiavelli è un libro che va letto con prudenza in quanto a mio modesto avviso l’autore è un uomo del suo tempo, di un tempo in cui delitti e raggiri per conquistare il potere erano più la regola che l’eccezione. Pertanto ci sono delle all’interno dei capitoli dei periodi dove Niccolò Machiavelli racconta diverse cronache consentendo al lettore di fare una sorta di viaggio nel tempo districandosi tra alcune vicende avvenute nell’antica Grecia, passando poi per diversi episodi avvenuti nell’antica Roma per poi narrare alcuni fatti di cronaca della sua epoca. Di conseguenza colui che legge il Principe ha l’opportunità di immergersi in una sorta di viaggio spazio – temporale arricchendo ulteriormente il proprio bagaglio culturale.
Perché l’ho letto
Il Principe di Niccolò Machiavelli è un’opera che, nonostante abbia ricevuto parecchie critiche (fu addirittura inserito nell’indice dei libri proibiti della Chiesa Cattolica), presenta in alcuni punti dei suggerimenti basati su delle idee di straordinaria attualità, tanto è vero che ancora oggi viene molto citato in diversi testi universitari di facoltà umanistiche soprattutto di ambito socio – politico. Sono stati proprio alcuni di questi testi che hanno suscitato la mia curiosità inducendomi ad inserire questo libro nella mia wishlist e devo dire la verità, adesso ne comprendo le ragioni e capisco perché mi è capitato di sentirlo spesso nominare durante diversi corsi universitari. L’ho letto perché ero curioso, l’ho letto perché a tale curiosità ha contribuito anche una serie trasmessa dalla RAI sui Medici dove in alcuni episodi appare la figura del Machiavelli e quindi ho voluto approfondire ancora di più il rapporto che intercorreva tra questo scrittore e la celebre famiglia fiorentina. Inoltre questa costellazione di personalità sanitarie istituzionali e politiche emerse in questo periodo di emergenza ha scaturito in me l’esigenza di consultare un classico che bene o male affronti temi come le doti, il carisma e le virtù che dovrebbero avere coloro che sono chiamati a governare.
Perché lo consiglio
Per quanto le idee di Machiavelli possano essere condivise o meno questo è un libro che a mio modesto avviso va letto perché credo che offra a tutti l’opportunità di un arricchimento culturale che ci consente di riflettere e di illuminarci circa i metodi comunicativi che spesso e volentieri le diverse personalità delle varie istituzioni adottano nel processo decisionale (soprattutto in periodi delicati come questo) e nell’approcciarsi con il popolo. È chiaro che quello che dice Machiavelli nel Principe è da considerare un ideale e quindi va letto con prudenza e buonsenso perché bisogna tener presente che l’autore è un uomo del suo tempo e per certi versi le sue idee che sembrano a tratti dispotiche e tiranniche sono frutto anche di una mentalità della sua epoca dove gli apparati statali erano ancora distanti dalle democrazie attuali nelle quali i governanti sono sottoposti a determinati doveri e soprattutto determinati limiti. Nonostante di questa edizione abbia particolarmente apprezzato l’introduzione di Vittore Branca che avvalora ancora di più ciò che ho appena scritto, ho maturato comunque delle difficoltà con la prosa che è tipica rinascimentale. Difficoltà in parte colmate dalle note che in diversi punti “traducevano” alcune parole nel nostro italiano moderno aiutandomi a comprendere meglio il testo. Pertanto credo personalmente, seppur riconosco che la prosa originale di certe opere offra ai lettori l’opportunità di arricchire ulteriormente il proprio bagaglio linguistico, sia altrettanto un’opportunità incentivare una popolazione eterogenea anche a livello culturale (e ahimè non me ne vogliate, anche con livelli di istruzione diversi) come quella italiana a leggere certi libri affiancando al testo originale la parafrasi completa onde consentire al lettore di scegliere la prosa a lui ritenuta più appropriata per comprendere meglio l’opera. Pertanto è anche vero che il Principe di Machiavelli presenta dei concetti abbastanza chiari che con un po’ di applicazione possono essere compresi da chiunque per questo suggerisco di leggere questo libro senza paura.
“Vivi pienamente finché sei qui. […] Sperimenta tutto. Divertiti, sii matto, sii strano. Vai e sbaglia! Lo farai comunque, almeno divertiti nel farlo. Cogli l’occasione per imparare dai tuoi errori: trova la causa del tuo problema ed eliminala. Non cercare di essere perfetto; basta essere un eccellente esempio di essere umano.”
Negli ultimi mesi, così come successe già nel 2008, i mercati finanziari globali hanno subito dei bruschi crolli facendo risvegliare, con acqua gelida, chi ad ogni ciclo puntualmente crede che la crescita sia infinita e che le borse mai caleranno. Voglioso di iniziare a capirne di più ho preso in mano il libro del più famoso life coach al mondo, Tony Robbins, e ho iniziato a leggere i trucchi che lui promette di svelare insieme ai più grandi investitori esistenti interpellati per la stesura della sua ultima opera datata 2014 e edita dalla Bompiani. Non è tutto oro ciò che luccica ma nelle oltre 650 pagine ci sono concetti a cui vale assolutamente la pena dare uno sguardo più approfondito.
Trama
Robbins imposta il libro su 7 passi fondamentali da padroneggiare e si avvale della collaborazione di imprenditori del calibro di Ray Dalio, Warren Buffett, Paul Tudor Jones, Kyle Bass ecc. Ad ogni passo corrisponde un capitolo con il primo impostato sulla comprensione del perché è importante comprendere i concetti finanziari con la spiegazione di alcune nozioni di base, nel secondo svela alcuni dei più diffusi miti da sfatare e di come non si debba mai correre grandi rischi per ottenere grandi rendimenti; nel capitolo sei presenta dei riassunti di alcune sue interviste fatte per la stesura del libro mentre nel settimo capitolo presenta quelle che secondo lui sono le prospettive future. Il cuore del libro rimangono però i tre capitoli centrali dove inizia veramente a spiegare concetti più avanzati come l’allocazione, i tassi d’interesse su un mutuo, le commissioni ecc. Se le 650 pagine possono spaventare si potrebbero leggere soltanto le 200 pagine centrali per acquisire nuove skills al proprio bagaglio personale. Aggiungo che alla fine del libro Robbins ha allegato una utilissima checklist così da poter ritornare nel tempo a riprendere alcuni spunti che si erano dimenticati.
Perché l’ho letto
Volevo un libro che mi permettesse di comprendere il funzionamento della finanza e delle borse più specificatamente; non avendo ricevuto un’adeguata istruzione in quest’ambito e constatando in prima persona quanto può essere dannoso non sapere investire i propri risparmi ho deciso di iniziare a sfruttare le competenze acquisite durante la carriera universitaria, saper trovare le fonti corrette in questo caso, e leggere un libro che mi permettesse di acquisire un bagaglio di nozioni su queste tematiche. Non essendo un esperto del campo ho optato per un testo che partisse da concetti basilari e che avesse un linguaggio adatto anche ai novizi.
Perché lo consiglio
Prendiamo il libro per quello che è: un ottimo libro di finanza per chi ne sa poco o nulla e vuole approcciarsi a questo mondo, se si è già esperti si può tranquillamente passare oltre. Nel corso delle pagine Robbins spiega in modo semplice alcuni argomenti molto importanti come i tassi d’interesse su un mutuo, le commissioni che vengono applicate nell’acquisto di un fondo indicizzato, cosa sono le obbligazioni, cos’è un Pac ecc., in più nella nuova edizione sono state aggiunte delle note che permettono di fare raffronti con la situazione italiana (ad esempio la tassazione unica che abbiamo sui titoli di stato e sulle azioni). Per quanto riguarda i 7 passi c’è da dire che sono tutte nozioni molto utili anche se purtroppo quando arriverà alla conclusione nel cap.5 (spiega come e dove investire) la strategia più importante di tutte, l’annuity indicizzata ibrida, purtroppo non è disponibile in Italia dove abbiamo solo annuity variabili che però vengono prontamente scartate nel cap. 2; per il resto sia il portafoglio All Seasons sia la rivisitazione delle polizze sulla vita sono da tenere in considerazione.
Come dicevo all’inizio di questa recensione però non è tutto oro: Robbins, a mio parere, fa una pubblicità troppo invadente nei confronti delle sue aziende personali e di quelle che vuole sponsorizzare; in più durante tutte le 650 pagine esagera troppo nel raccontare il suo personaggio strizzando l’occhio in modo eccessivo al mito del sogno americano. Pertanto, se non avete una base di cultura economico/finanziaria o se avete comunque intenzione di approfondire le tematiche trattate, “Soldi, Domina il Gioco” è un libro che dovete assolutamente leggere.
“C’innamoriamo di minuzie, di riflessi in cui vediamo l’altra persona come pensiamo che nessuno l’abbia mai vista e mai la potrà vedere, e custodiamo questi attimi di unicità in forma di immagine, anche se negli anni sbiadisce”
Aprile 2020 scorre attraverso una vita sospesa che si esplica in una quarantena post – pasquale che continua a spaventarci ma che ci fa maturare la timida speranza di una società post – pandemica migliore di quella di prima. È in questo sfondo che ultimamente sento più forte il bisogno di storie particolari come quella narrata in questo libro di cui vi sto per parlare. Il titolo è “Mancarsi” e l’autore è un mio conterraneo che si chiama Diego De Silva, noto ai più per aver pubblicato nel 2001 “Certi bambini”. Questo libro, edito da Einaudi, ha rappresentato per me il classico colpo di fulmine che appena lo vedi senti istintivamente il desiderio di spulciarlo e di acquistarlo immediatamente. Devo ammettere che le aspettative non sono state affatto deluse.
Trama
Il romanzo parla delle storie parallele di un uomo e una donna, Nicola e Irene. Entrambi sono immersi in dei matrimoni problematici ed insoddisfacenti. A un certo punto mentre Irene prende consapevolezza della fine della sua relazione con suo marito e di conseguenza divorzia, un tragico incidente invece renderà Nicola vedovo e lo trascinerà in un lutto che incupisce sempre più le sue giornate. Né lui e né Irene si conoscono ma sono fatti l’uno per l’altra. Seppur frequentano lo stesso bistrot i due non si incontreranno mai. Nonostante i dispiacevoli eventi familiari entrambi continueranno a vivere la loro vita cercando in qualche modo di reagire fino a quando una sera, durante una festa patronale, si troveranno per caso nel bistrot che frequentano. Riusciranno ad accorgersi l’uno dell’altra?
Perché l’ho letto
Mancarsi è stato un libro che subito mi ha incuriosito sia per il titolo stesso, sia per la copertina. Un colpo di fulmine che mi ha concesso una semplice e rilassante lettura breve ma intensa. L’ho letto perché mi ha preso, l’ho letto perché ne ho apprezzato lo stile semplice ma al contempo ricco.
Perché lo consiglio
Mancarsi è uno di quei libri che a mio modesto avviso ha le caratteristiche giuste per diventare ciò che in Leggoper viene comunemente definito “Libro apripista” ovvero un libro atto a stuzzicare la curiosità di chi non è appassionato di letteratura motivandolo così a fare di questo libro il primo di una lunga serie (un apripista appunto). Un libro appunto in grado di “produrre” nuovi booklover. Per questo con orgoglio ho scritto questa recensione dato che qui non si sta parlando solo di un’opera fatta bene, bensì si sta promuovendo, attraverso la semplicità di questi romanzi l’hobby della lettura. È questa la vera missione di Leggoper e per questo che, coerente con tale scopo, opere simili in questa pagina saranno sempre ben accolte. Mancarsi è il classico libro che si può leggere oltre che in un semplice weekend, magari anche durante un periodo di lavoro intenso, quando non si ha il tempo di leggere opere impegnative dai capitoli lunghi e articolati. Attenzione però a non sottovalutare quest’opera in quanto, seppur si tratta di una storia breve, ci sono molte pagine ricche di significato che inducono il lettore a riflettere su particolari e stimolanti questioni.
Salve a tutti. In occasione di questo giorno vorrei condividere con voi una riflessione particolare e personale.
Sono ore infatti che mi sto chiedendo se sia davvero un caso che la prima Pasqua festeggiata da Leggoper sia proprio Pasqua 2020, una festività che passerà alla storia per il momento drammatico e senza precedenti che stiamo purtroppo ancora vivendo.
All’inizio di questo emergenza sanitaria pubblicai un post di incoraggiamento affinché tutti gli italiani rispettassero le regole imposte dai nostri governatori al fine di tutelare la propria salute. Ora invece questo problema è diventato mondiale e purtroppo sarà ricordato dalle generazioni future come uno dei momenti più bui della storia contemporanea.
Diciamoci la verità, noi non siamo abituati a vivere senza libertà e a festeggiare queste feste reclusi in casa con un sole fuori che mai come quest’anno a Pasqua sembra volerci fare un dispetto. Siamo abituati piuttosto a muoverci, ad andare a trovare i nostri amici e parenti, a preparare deliziosi cibi vari tipici della nostra tradizione culinaria, a godere insomma della libertà come se fosse qualcosa di scontato. Un po’ come l’acqua che quando ne abbiamo bisogno la reperiamo senza problemi, basta aprire un frigorifero o un rubinetto e quindi di conseguenza è un bene che diamo per scontato. Eppure amici miei non per tutti i popoli questi beni sono così scontati. Noi fino ad ora ne abbiamo goduto come se fossero diritti naturali, invece purtroppo ancora oggi nel 2020 ci sono popoli costretti a conquistarseli.
Pensateci amici miei a noi ci hanno chiesto di rinunciare per un po’ alla libertà per tutelare un altro nostro diritto che purtroppo pure diamo troppo per scontato, ovvero il diritto di vivere e credetemi amici miei oggi nel mondo esistono persone a cui purtroppo questo diritto non viene ancora riconosciuto.
Ci stanno dando L’OPPORTUNITÀdi poter raccontare un giorno ai posteri come abbiamo vissuto in questo bruttissimo periodo, e di raccontare anche di quella brutta Pasqua in cui non abbiamo potuto organizzare la nostra consueta gita fuori porta. Ci stanno dando L’OPPORTUNITÀ di poter raccontare di quanto è stato difficile quest’anno uscire per acquistare gli ingredienti necessari per i nostri consueti pranzi Pasquali che purtroppo molta gente, molti nostri simili o la stanno festeggiando da soli o non la stanno nemmeno festeggiando perché si trovano in ospedale o perché peggio di recente gli è morto un parente (a questi ultimi soprattutto esprimo la mia più sincera vicinanza). Ci stanno dando L’OPPORTUNITÀ di poter raccontare di quel periodo buio di quando non potevi nemmeno andare a messa, di quando non potevi mangiare l’Eucarestia (almeno per chi è cattolico) e peggio ancora di quando non potevi salutare attraverso un funerale o una qualsiasi cerimonia un tuo parente che se n’è andato per sempre.
Ma la Pasqua, ogni Pasqua, di qualunque anno amici miei è rinascita, è come direbbero gli ebrei pèsach ovvero passaggio dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita, dalle abitudini vecchie alle abitudini nuove. Purtroppo non so quando potremmo tornare alla normalità, e i dati incoraggianti di questi giorni non ci autorizzano ad abbassare la guardia e a tornare ad uscire di casa come facevamo prima. L’unica cosa che posso fare è augurarvi che questo giorno per voi rappresenti un vero passaggio verso una rinnovata e futura normalità nella quale valorizzeremo ancora di più certi beni che siamo soliti considerare scontati diventando tutti ancora più umani. Auguri a di cuore ❤️
«Vi prego di lasciarvi andare ad ammirare questa infinità di stelle che state vedendo ora, e vi prego, domani, e nei prossimi giorni, e ogni notte buia della vostra vita, provate a ricercarle. E anche se non sarete fortunati da poterne vedere così tante, pensate che nel cielo ce ne sono sempre più di quanto possiate immaginare. Tenete sempre a mente che c’è sempre qualcosa che va oltre, di più grande e bello rispetto a quello che potete toccare o vedere. Nel cielo così come dentro di voi».
Il mese di Aprile per me è un mese magico. A parte che è il mese in cui sono nato, ma è inoltre un mese che spesso nei calendari viene segnato col mio numero preferito ovvero il 4. È un mese che mi mette allegria, anche durante quest’anno che purtroppo il mio paese sta facendo i conti con una terribile crisi sanitaria che spero finirà presto ma sono fiducioso. L’aria pura e primaverile cui stiamo godendo nonostante la quarantena mi trasmette un senso di speranza e di gioia, come questo libro che ho appena finito di leggere intitolato “Il discorso delle stelle” scritto da Antonio Rubino ed edito da Emersioni editore. Grazie a questo libro ho eseguito un viaggio spazio temporale che mi ha trascinato in luoghi particolari districati tra la Siria, la Lombardia, la Puglia e la Francia. Un libro scritto bene dal linguaggio molto semplice e scorrevole dalle descrizioni chiare e precise che oltre a farvi leggere la storia ve la faranno vivere. Per questo motivo, siccome a mio parere questo è un libro che va letto per capirlo, non mi dilungherò molto sulla trama. Credo infatti che ogni cosa che scriverò non potrà descrivere come merita la cura e la meticolosità che Rubino ha applicato nella redazione di questa sua opera.
Trama
Il libro parla della storia d’amore tra un ingegnere meccanico italiano di nome Paolo e un’attivista curda di nome Ewin ma che egli soprannominerà Leonore. La storia è ambientata ai tempi della crisi siriana e dei tragici attentati di Parigi nel 2015. La vita agiata e frenetica di Paolo Basile si fonderà con quella ingiusta e violenta di Leonore la quale si rivelerà una militante dell’YPG (una milizia civile legata al PYD che è il partito democratico curdo). Ella è anche la zia di Awat e Keske, i figli della sorella uccisa durante un agguato, a cui farà da madre e ai quali Paolo si affezionerà molto. Egli, seppur presenta quei tratti caratteriali tipici dell’uomo occidentale immerso nella sua comoda vita frenetica alla ricerca del benessere, ne riconoscerà i limiti, rivelandosi un uomo molto aperto e sensibile soprattutto nei confronti di quelle etnie mediorientali martoriate purtroppo da anni di guerre. Leonore in questo contribuirà ancora di più facendogli sposare la causa del suo popolo coinvolgendolo in delle missioni particolari e pericolose che gli faranno capire meglio sia a lui che al lettore stesso cosa sta realmente accadendo in Siria. Anche Paolo però aiuterà Leonore a gestire i suoi sentimenti di avversione e di rabbia soprattutto verso l’occidente consentendole di sviluppare un’aria più diplomatica ideale per lo scopo finale della sua missione, ovvero la pace. Riusciranno ad ottenerla?
Perché l’ho letto
“Il discorso delle stelle” si potrebbe dire che per me è stata una vera e piacevole scoperta. Esso detiene un paio di primati: è il primo libro che leggo tramite dispositivi elettronici ed inoltre per la prima volta ho apprezzato di più le descrizioni ai dialoghi. È un romanzo che oltre a raccontare insegna. Ogni capitolo infatti è introdotto da brevi nozioni di astronomia parallele agli eventi che seguiranno. L’ho letto per imparare, l’ho letto per viaggiare. Mai come ora infatti, in un momento di attesa e di stasi come questo, “Il discorso delle stelle” mi ha permesso di viaggiare con la mente, facendomi visitare posti nuovi e remoti che purtroppo ora è difficile raggiungerli a causa della guerra. Inoltre Rubino attraverso questo libro mi ha concesso di fare un salto indietro nel tempo facendomi vivere insieme ai protagonisti i tragici eventi della guerra siriana ed anche degli attentati al Bataclan di Parigi. Nemmeno i telegiornali di allora mi hanno fatto vedere così chiaramente tutte quelle trerribili immagini di ragazzi che scappavano lungo i boulevard della capitale francese e di tutti quei corpi distesi lungo la strada di giovani colpevoli solo di essersi andati a vedere un concerto.
Perché lo consiglio
Ma “Il discorso delle stelle” è anche più di un semplice romanzo che fa viaggiare con la mente. È romanticismo, tenerezza, dolcezza come quella dello sfortunato Awat e della profonda Keske. È riflessione su dei fatti che noi occidentali siamo soliti sottovalutare. Ho apprezzato molto il parallelismo che Rubino ha fatto sulle tragedie degli attentati in Francia con le tragedie degli attentati in medio oriente facendoci riflettere su come purtroppo noi occidentali, spesso e volentieri, facciamo l’errore di considerare queste ultimi come eventi di “Serie B”. Sinceramente mi aspettavo qualcosa in più dai capitoli finali, ma per il resto è un libro che consiglio assolutamente e ringrazio l’autore per avermi dato l’opportunità di leggerlo. Segnalo inoltre di questo libro un bellissimo booktrailer che ho scoperto su YouTube e che potrete ammirare al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=SpDysZdSfNQ
“Un uomo è un dio quando riesce ad ottenere il bene di una donna perduta. E la sua bellezza mi ha riempito del desiderio di essere un dio”
Il Coronavirus non ferma Leggoper e finalmente questa settimana sono riuscito a concludere la lettura di questo classico che sto per parlarvi. Il garofano rosso è uno dei più conosciuti romanzi di Elio Vittorini edito per la prima volta nel 1948 da Mondadori. Prima di quell’anno infatti il Vittorini provò a pubblicarlo “a puntate” negli anni 30 sulla rivista Solaria ma subì parecchie censure a causa di alcuni suoi punti considerati troppo spudorati per l’epoca. Infatti nel libro in diverse pagine vengono descritte in maniera meticolosa scene erotiche che in quegli anni erano considerate alquanto scandalose. Per tale motivo il libro ha avuto una storia piuttosto travagliata ma finalmente nell’immediato dopoguerra fu pubblicato per intero.
Trama
Ci troviamo nella Siracusa del 1924, anno del delitto di Giacomo Matteotti. Alessio Mainardi è un adolescente liceale che vive la sua età travagliato tra nuove idee politiche basate su una sorta di fascismo antiborghese e primi innamoramenti. Il più importante nonché platonico di questi avviene con Giovanna la quale, dopo avergli dato un bacio, gli regala un garofano rosso. La ragazza però maturerà degli atteggiamenti del tutto indifferenti nei confronti dei sentimenti di Alessio che lo turuberanno parecchio facendolo soffrire non poco per questa situazione. Sono anni particolari per la città di Siracusa. Diversi movimenti squadristi promuovono scioperi e occupazioni ed Alessio ne rimane coinvolto insieme al suo carissimo amico Tarquinio. I due infatti, dopo avere occupato la scuola, verranno bocciati e Alessio allora deciderà di tornare al suo paese natale per trascorrere le vacanze estive. Qui il protagonista vivrà la stagione calda caratterizzata tra il supporto psicologico della sorella Menta, che lo aiuterà nello studio scolastico per consentirgli di recuperare l’anno, e gli scontri con i genitori, in particolare con il padre imprenditore, con il quale avrà dei dibattiti politici. Tornato a Siracusa Alessio cercherà il suo amico Tarquinio che nel frattempo si è trasferito in un albergo poco distante dalla pensione dove entrambi vivevano prima. Dopo aver conosciuto una banda di ragazzini nominata “i turchi” (che alloggiano per giunta nella stessa sua pensione) Alessio inizia a frequentare una casa di tolleranza dove conosce la prostituta Zobeida con la quale inizierà una storia d’amore carnale. Quest’ultima si impossesserà del garofano rosso che Alessio aveva ancora appuntato sulla sua giacca e maturerà con lui un rapporto erotico e passionale…nato però per vendetta. Alessio infatti aveva iniziato a frequentare Zobeida perché quest’ultima era stata l’amore segreto di Tarquinio. Egli infatti venne a sapere da voci indiscrete che il suo migliore amico si era messo con Giovanna e allora per ripicca iniziò a frequentare la casa di tolleranza dove si trovava Zobeida con la quale però maturerà un rapporto del tutto nuovo che gli piacerà e lo farà innamorare della prostituta. La loro storia durerà fino a quando quest’ultima viene arrestata per spaccio di droga, cosa che turbaerà molto Alessio il quale poi incontrerà i suoi amici al funerale di una giovane fanciulla suicidatasi per amore. Questi ultimi si perderanno in un dibattito su questioni etico-civili riguardanti il rapporto di coppia e dopo tale discussione Tarquinio confesserà ad Alessio la verità sul suo rapporto con Giovanna.
Perché l’ho letto
Il garofano rosso è un libro che ho letto per caso. In pratica mi è capitato di trovarlo in una vecchia libreria che avevo in casa. Se dovessi dire che il libro mi ha entusiasmato mentirei. Purtroppo la prosa curata, forse tipica del tempo in cui è stato scritto, in parecchi punti mi ha disorientato facendomi perdere il filo in più di un’occasione. Nonostante ciò ho deciso di portare lo stesso a termine questa lettura e di conseguenza l’ho letto per vincere una sfida con me stesso, l’ho letto per ricavarne comunque un insegnamento e infine l’ho letto per curiosità.
Perché lo consiglio
Sembrerà ipocrita mettere un paragrafo con un titolo simile per un libro che mi ha messo in seria difficoltà, eppure credo che i libri indipendentemente se si gradiscono o meno vanno sempre consigliati, perché ognuno di noi ha un proprio bagaglio culturale e di conseguenza ciò che può mettere in difficoltà me non è detto che metta in difficoltà qualcun altro. Credo che magari qualcuno che ha una buona cultura letteraria potrebbe facilmente apprezzare questa opera che nonostante ciò è piena di bellissimi messaggi e insegnamenti.
Lo so, questa settimana ti aspettavi la mia solita recensione di qualche libro che ho letto. E invece eccomi qua a scriverti una lettera. Lo confesso, in questo periodo per motivi personali non sono riuscito a leggere quanto volevo. Questa mia mancanza è dipesa anche da questo bombardamento di notizie che stiamo quotidianamente ricevendo tramite canali di ogni genere e che mi tengono in ansia e in apprensione per te. Ultimamente te la stai passando davvero brutta a causa di un nemico invisibile che sta mettendo a dura prova la tua economia e soprattutto la tua salute. Un nemico che sembra invincibile ma che, come tanti suoi simili, ha di sicuro anche lui i suoi punti deboli. Ha la corona ma non ha un regno, è contagioso ma non ha amici, è aggressivo ma vigliacco. Purtroppo questo nemico ha già ucciso parecchi tuoi figli e la cosa tristissima è che non gli hai potuto fare nemmeno un funerale. Sto piangendo anch’io per loro, per i loro familiari e piango anche per i tuoi figli malati costretti a stare in quarantena. Ah paese mio, quanta sofferenza stiamo vivendo in questi giorni. Una sofferenza che da fisica sembra diventare sempre più psicologica e ci impedisce di fare progetti, di scrivere poesie e di sognare. Persino la mia tastiera si è fermata questa settimana. È un periodo dove TUTTI dobbiamo fare dei sacrifici che in questa sede non sto ad elencare dato che le raccomandazioni già sono state chiaramente indicate sui siti istituzionali ed io rischierei di creare solo confusione. Sono sacrifici però necessari, che creano sofferenza ma NECESSARI, perché si rischia di compromettere la salute di tutti. Ma l’intento di queste righe non è quello di creare ulteriori allarmismi. È un’esortazione a non mollare, a tenere duro, a non farsi prendere dallo sconforto nonostante la situazione difficilissima. Dopo una notte buia c’è sempre una luminosa alba e tu caro Paese mio presto la rivedrai, e sarà una delle albe più belle della tua storia. Quel giorno finalmente torneremo tutti quanti a baciarci e ad abbracciarci più forti di prima, torneremo ad invadere gli stadi e le discoteche gridando e ballando più forti ed energici di quando questo Coronavirus ancora doveva farci visita. Sarà un giorno bellissimo, una nuova Liberazione, un nuovo 25 Aprile e spero che il governo lo riconoscerà come festa nazionale, perché le vittorie contro qualunque nemico vanno festeggiate sempre. Adesso però facciamo uno sforzo tutti. Usciamo solo se necessario e se ci hanno prescritto questa maledetta malattia rispettiamo le procedure per la quarantena. Siamo un popolo più grande di quanto spesso ci fanno pensare. Il nostro inno inizia con una parola bellissima: “fratelli”. Sì Paese mio perché noi tuoi figli abbiamo il compito di essere realmente fratelli e sorelle d’Italia e come tali dobbiamo imparare ad amarci l’un l’altro. Può sembrare utopistico perché siamo anche uno dei popoli più eterogenei e purtroppo litigiosi del mondo ma adesso è il momento che le nostre diversità diventino le nostre opportunità. Solo così possiamo vincere contro questo nemico invisibile. Solo così possiamo fare in modo che quell’alba arrivi presto. Quel giorno spero di vedere un meridionale abbracciare fortemente un settentrionale, un tifoso napoletano abbracciare fortemente un tifoso juventino (e così per laziali e romanisti, genoani e sampdoriani, interisti e milanisti), un esponente di destra abbracciare fortemente un esponente di sinistra, un ateo abbracciare fortemente un credente, una guardia abbracciare fortemente un ladro ecc. Nel frattempo però esorto i miei fratelli a fare una cosa. Si sa che questi sacrifici, seppur necessari, purtroppo ci stanno facendo sentire soli ed è per questo che faccio un appello a tutti. Se avete degli amici in quarantena inviategli un messaggio in più, state con loro un’ora in più a telefono, fate delle videochiamate e fatele durare più a lungo possibile, solo così chi è malato si sentirà più incoraggiato a guarire. Per quelli invece che stanno in terapia intensiva li auguro con tutto il cuore di riprendersi presto. Non posso stargli vicino fisicamente ma spiritualmente. Sforziamoci ragazzi ad essere davvero fratelli e sorelle d’Italia. Caro mio Paese concludo dicendoti di sorridere perché andrà tutto bene.
“La sensazione che prende piede tra la gente e si fa strada anche nel l’opinione degli esperti è che i parlamenti eletti, e i governi che quei parlamenti costituzionalmente sono tenuti a indirizzare, controllare e dirigere, non riescano a fare il loro lavoro, come non ci riescono i partiti politici tradizionali, noti per smentire la poesia delle promesse elettorali non appena i loro leader assumono incarichi di governo e si trovano costretti ad affrontare la prosa, lo strapotere delle forze di mercato e delle borse, intoccabili e sottratte alle prerogative attribuite e/o tollerate negli organi e nelle agenzie di Stati-nazione apparentemente <sovrani>”.
Buonasera a tutti, iniziamo questo mese di Marzo con un altro interessante saggio di uno dei sociologi più illustri del ventesimo secolo. A dire il vero, come precisa l’editore Laterza in una nota all’inizio di questo libro, il saggio in questione è una raccolta di riflessioni che Bauman fece già nel 2006 e che l’editore ha riproposto “per la loro straordinaria attualità”. E in effetti leggendo il libro, che guarda caso mi è capitato tra le mani proprio in questi giorni in cui sembra di riaffermarsi un’elevata regolamentazione degli spostamenti umani nel nostro paese travagliato dall’emergenza sanitaria che si esprime nella epidemia di Coronavirus, ho avuto a tratti la sensazione che il sociologo polacco fosse ancora vivo, come se fosse un fantasma che si è informato circa gli ultimi eventi nel nostro continente e con la dolcezza di un simpatico e saggio nonnino ci da ancora dei preziosi suggerimenti e indicazioni per capire meglio il nostro mondo.
Trama
Il saggio inizia con una riflessione storica nella quale Bauman colloca l’inizio della diffusione del concetto di Stato – territoriale a un anno preciso ovvero il 1555. Durante questo periodo infatti era diffusa l’idea del cuius regio, eius religio ovvero chi governa decide la religione dei suoi sudditi. Questo perché è lo stesso Principe (o Sovrano) che è stato investito da un ordine Divino a governare e di conseguenza egli può liberamente imporre la propria religione a coloro che vivono nel suo paese. Di conseguenza la sovranità acquisisce autorità suprema legata a un determinato territorio. Più tardi, nel 1648, secondo Bauman si diffuse ciò che lui chiama “Sovranità Vestfalica” basata sulla raccomandazione di Augusta. In pratica si tratta di un principio secondo il quale la sovranità di ogni principe sul suo territorio si basa sul suo diritto di imporre leggi “positive” considerate più forti delle scelte individuali dei suoi sudditi. In questo tipo di sovranità quindi il concetto di religio è sostituito con quello di natio. Oggi invece secondo Bauman ci troviamo nell’era “Post-Vestfalica“, un’era dove la politica (intesa come capacità di decidere come e quali forze schierare) è frenata da forze come ad esempio la finanza, gli interessi commerciali, i traffici di droga e di armi, la criminalità ed il terrorismo. Si tratta di un’era dove si percepisce l’assenza di agenzie politiche globali capaci di far fronte a questi fenomeni. In questo saggio pertanto risulta esplicita l’idea di Bauman della necessità di un abbandono del modello Stato – Nazione. Ci sono dei punti in cui il sociologo polacco critica gli strumenti di azione ed espressione di volontà collettiva locali considerati oramai obsoleti e ne denuncia la loro resistenza a qualsiasi ampliamento. Ciò di conseguenza produce un forte divario tra la scala delle interdipendenze e il raggio d’azione delle istituzioni che ostacola la formazione di efficaci enti sovranazionali. Ecco perché, e qui sta la straordinaria attualità di questo libro, le nazioni rischiano di chiudersi in sé stesse correndo il rischio della formazione di efferati nazionalismi xenofobi che si alimentano della paura del diverso, sottovalutando l’opportunità che offrono gli incontri fra culture. Ma a questa paura Bauman trova una soluzione. Egli infatti, ispirato dalle idee del suo collega Richard Sennett, crede che per combattere questi nefasti fenomeni bisogna far sì che tali incontri fra culture avvengono con modalità comunicative distanti dalle classiche comunicazioni standardizzate. Di conseguenza vengono promosse interazioni prive di regole di comunicazione prestabilite. Non è un caso che lo stesso Sennett sostiene che “i contatti tra persone con abilità e interessi diversi sono ricchi quando avvengono in modo disordinato e deboli quando vengono regolati”. Si tratta di un tipo di comunicazione aperta e magari prolungata nel tempo e distante da esiti scontati. Per sviluppare questo tipo di comunicazione però è necessario che tutti traggono benefici da questo nuovo sistema comunicativo, un sistema comunicativo basato su un gioco di guadagni e perdite comunitario ovvero dove questi ultimi sono concepiti come guadagni di tutti e le perdite come perdite di tutti. Solo in questo modo, secondo Bauman è possibile che si torni allo sviluppo di una solidarietà paneuropea che può gettare le basi di una integrazione politica del nostro continente.
Perché l’ho letto
Zygmunt Bauman è un sociologo di cui ho sempre nutrito una profonda stima. Onestamente non sono d’accordo con lui su tutto però gli riconosco una certa saggezza dalla quale posso imparare molto. Quando leggo questi saggi sento l’esigenza di isolarmi, come se la mia vita frenetica e immersa nei miei schemi socio – culturali mi inducesse a dare un freno e a capire ciò che mi sta capitando intorno. Di conseguenza l’ho letto per riflettere, l’ho letto per capire e per affinare le mie convinzioni che ho sull’Europa e sulla Globalizzazione in generale. L’europeismo di Bauman può essere condiviso e non, infatti non nascondo che in questo libro ho visto un po’ sottovalutata ciò che chiamerei “opportunità della diversità socio – culturali”, anzi, non mi è piaciuto che in parecchi punti esse sono considerate addirittura una minaccia. Eppure esse rappresentano ciò che siamo, ecco perché a mio modesto avviso vanno tutelate. La vera minaccia secondo me invece è considerare la propria cultura superiore a quella di un’altra ed è per questo che, d’accordo con Bauman, credo che un’entità sovranazionale come l’Unione Europea deve basarsi su un sistema di solidarietà e collaborazione tra i paesi che ne fanno parte nella quale appunto una vittoria è vittoria di tutti, una sconfitta è una sconfitta di tutti e soprattutto un guadagno è guadagno di tutti.
Perché lo consiglio
Gli ultimi eventi e i fatti di cronaca di tutti i giorni rendono questo libro attualissimo. Zygmunt Bauman è uno degli intellettuali più illuminanti del secolo scorso ed è incredibile come molte sue parole sembrano pronunciate come se egli fosse ancora vivo. Mai come questo periodo “Oltre le nazioni” può aiutarci a comprendere meglio gli ultimi eventi che si stanno sviluppando nel nostro continente, addirittura in alcuni punti sembra che Bauman abbia previsto il futuro. Se avete fame di attualità e siete curiosi di sapere in che direzione si sta muovendo il nostro continente “Oltre le nazioni” è il libro giusto per voi, ed inoltre non è nemmeno molto lungo da leggere. In un weekend già è possibile finirlo, e una volta concluso vedrete che il vostro bagaglio culturale sarà più ricco.
“Che poi, secondo me, la cosa che ci piace di più in fondo è quella di rendere felice qualcun altro. Ci piace da morire che una persona è felice e soddisfatta grazie a noi, perché questa è la nostra vera presuntuosa egoistica felicità, far felici qualcun altro ci renderà più felici di lui”
Finalmente dopo tre settimane sono riuscito a concludere la lettura di questa stupenda nuova opera di Federico Moccia edita da Sem e ricevuta come regalo di Natale da un mio carissimo amico. “La ragazza di Roma Nord” è l’ultimo capolavoro di questo scrittore romano da tempo Primo Cittadino di Rosello (vicino Chieti) ma noto ai più per aver scritto romanzi come “Tre metri sopra il cielo”, “Ho voglia di te” e “Amore 14”. Chi già conosce Federico Moccia e leggerà “La ragazza di Roma Nord” godrà durante la lettura di questo libro del suo noto e consueto stile basato su un linguaggio semplice e leggero che si estende fra tutti i capitoli rendendoli semplici e scorrevoli.
Trama
Simone è uno studente romano di giurisprudenza fidanzato da un anno con Sara, una sua compagna di università da tempo impegnata in un tirocinio a Verona. Un giorno, dopo aver visitato dei suoi amici napoletani, in occasione dell’anniversario deciderà di raggiungere la sua ragazza nella città scaligera con l’intento di farle una sorpresa. Arrivato a Roma col treno vicino a lui si siederà una ragazza misteriosa con la quale intraprenderà un dialogo piacevole e cordiale scoprendo di avere con lei parecchie affinità. Quest’ultima però, saputo che Simone è fidanzato, deciderà di fare una specie di “gioco” nel quale i due non si riveleranno i loro veri nomi bensì lei si farà chiamare “La ragazza di Roma Nord” e lui invece “Argo” in modo che una volta scesi dal treno non si potranno cercare nemmeno sui social. Arrivato però a Verona Simone riceverà una brutta sorpresa da Sara che lo costringerà a lasciarla. Passato un po’ di tempo e metabolizzato il dolore della fine della sua relazione lo studente romano si recherà a Firenze per cercare “La ragazza di Roma Nord”. La troverà?
Perché l’ho letto
“La ragazza di Roma Nord” è uno di quei romanzi leggeri indicati per una lettura rilassante. Quando iniziai a leggere questo libro in meno di un’ora già ero quasi arrivato al ventesimo capitolo e allora ho deciso di gustarmelo leggendolo con molta più calma. L’ho letto per emozionarmi, l’ho letto per gustarlo, l’ho letto perché è stato un regalo davvero gradito ed ha rispettato le aspettative. Solo il finale l’ho trovato un tantino incompleto, cosa che mi fa pensare (e sperare) in un sequel di questa opera stupenda.
Perché lo consiglio
“La ragazza di Roma Nord” è una storia davvero emozionante e al contempo avvincente, piena di episodi interessanti e commoventi. La consiglio soprattutto a chi è un romanticone come me e che ama storie simili. Una storia a mio avviso vera e attuale dai contorni coinvolgenti che vi trascineranno su quel treno insieme ai protagonisti, due persone che, quando finirete di leggere il libro, sentirete subito la loro mancanza. Chi avrà già letto “La ragazza di Roma Nord” si sarà di sicuro affezionato al protagonista Simone chiedendosi se realmente esistono uomini come lui, eppure io invece mi chiedo se esistono ancora oggi ragazze dolci, simpatiche e profonde come quella di Roma Nord.
“Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere”.
Quando circa un mese fa ricevetti questo libro a un bookmob organizzato dall’associazione Libri in circolo a Piazza Dante confesso che rimasi un po’ deluso dato il numero esiguo di pagine che contiene. Infatti non sono mai stato un tipo che ama i racconti brevi e invece devo ammettere che mi sbagliavo di grosso. Esiste un detto che dice: “Nella botte piccola c’è il vino buono” e Novecento di Alessandro Baricco (questa copia edita da Universale economica Feltrinelli) ne è un bellissimo esempio. Poche pagine ma molti insegnamenti. Potrei fermarmi qui con la recensione dato che penso sostanzialmente di avere già detto tutto su questo libro, ma forse un approfondimento lo merita anche questo capolavoro.
Trama
“Un testo che sta in bilico tra una vera messa in scena e un monologo teatrale”. È così che Alessandro Baricco descrive sostanzialmente questa sua opera. Non si tratta di un romanzo bensì di una sorta di sceneggiatura teatrale, che, come suggerisce l’autore, va letta ad alta voce. Il libro parla della storia di un orfano, David Boodman T.D. Lemon Novecento appunto, trovato all’interno di un pianoforte del transatlantico Virginian da un macchinista di colore che gli farà da padre. Otto anni dopo quest’ultimo morirà in un incidente sul lavoro e Novecento, afflitto dal dolore, si nasconderà all’interno della nave dalla quale prima non era mai sceso tanto è vero che, siccome non era mai stato registrato all’anagrafe di nessun paese, si potrebbe definire quasi un apolide. Fu trovato pochi giorni dopo nel salone da ballo del transatlantico a suonare il pianoforte, diventando presto non solo un’abile pianista ma una vera e propria leggenda, al punto da venire addirittura sfidato da Jelly Roll Morton, definito l’inventore del jazz. Quella sfida Novecento la vincerà, e presto, grazie all’incontro con un agricoltore inglese, si deciderà a scendere finalmente dal Virginian per vedere e sentire il mare dalla costa. Purtroppo però una volta arrivato a New York e sceso il terzo gradino della scalinata della nave qualcosa gli farà cambiare idea. Riuscirà a convincersi prima o poi a scendere dal Virginian?
Perché l’ho letto
Novecento di Alessandro Baricco è un libro che mi ha davvero incuriosito. All’inizio non ero tanto motivato a leggerlo ma poi mi è capitato di intravedere qualche recensione positiva on-line e allora mi sono deciso. Devo essere sincero, non me ne sono pentito per niente. Anzi. La storia è molto interessante e a tratti commovente. Solo un po’ ammetto di non essere abituato alla struttura priva di capitoli utilizzata dall’autore data l’entità del libro stesso il quale è un monologo teatrale e non di uno dei soliti romanzi a cui sono abituato. L’ho letto quindi per abituarmi a un nuovo genere narrativo. L’ho letto perché ne ho sentito ben parlare e per quanto mi riguarda confermo le voci positive che girano su questo libro.
Perché lo consiglio
Novecento di Alessandro Baricco è un libro scritto con un linguaggio semplice e leggero, ideale per chi si approccia alla lettura. Il numero contenuto di pagine è al contempo un’opportunità di questo testo. Infatti la suddetta caratteristica può servire da stimolo a chi non piace leggere o ha difficoltà a praticare questo bellissimo hobby. Di conseguenza questo libro non poteva mancare fra le recensioni di Leggoper in quanto possiede tutte le caratteristiche ideali per diventare un “libro apripista” indicato per coloro che non sono abituati a leggere e desidererebbero iniziare in qualche modo questa sana abitudine. Personalmente, per tale scopo, lo consiglierei anche ai vari insegnanti che provano ad incentivare i loro alunni a leggere. Per chi invece già è un divoratore seriale di libri magari questa opera può rivelarsi una rilassante lettura per il weekend. Di questo libro ne è stato fatto anche un celebre film intitolato “Il pianista sull’oceano” diretto da Giuseppe Tornatore ed ha ispirato persino una bellissima canzone di Edoardo Bennato intitolata “Sempre in viaggio sul mare” cui vi consiglio di andarla a sentire immediatamente. Insomma, un vero e proprio capolavoro, ed è per questo motivo che faccio le mie più sincere congratulazioni all’autore ringraziandolo per avermi insegnato tanto con questa sua opera.
“Sei un bisogno di raccontarsi quando ci sono poche voci, stanche, a defibrillare un silenzio necessario, vitale”.
Iniziamo questo mese di Febbraio parlando un po’ di poesia e per l’occasione, appunto, vi parlerò di questo libro intitolato Maggio negli occhi, scritto da colei che a mio avviso si può definire una promettente poetessa emergente ovvero Cinzia Di Bernardo, ed edito da Santelli editore. Un libro davvero emozionante, ideale per coloro che hanno un’anima profonda come quella dell’autrice. Questa è la sua prima opera che mi lascia ben intravedere per lei una carriera fruttuosa nel campo della letteratura e soprattutto nella poesia data la cura, la dedizione e in particolar modo l’accuratezza con la quale ha scritto il suo libro.
Trama
Maggio negli occhi è una raccolta di poesie autobiografiche davvero emozionanti e commoventi con una metrica raffinata e curata minuziosamente. In pratica l’autrice condivide con il lettore il tragico lutto della morte di sua madre cercando nella poesia una cura, una terapia che le consentirà poi di ritrovare in sé stessa la forza per riprendersi ed elaborare questa tragica mancanza. Nel libro non si parla solo della perdita della madre ma anche di un amore problematico che ha funto da veleno ma al contempo da antidoto all’autrice rendendola più forte aiutandola ancora di più ad affrontare ed elaborare i vuoti causati dalla grave perdita che ha subito. Interessante risulta riscoprire tra un verso e l’altro come uno sfogo apparentemente egoistico di una persona che ha subito un grande dolore diventa condivisione, insegnamento, voglia di comunicare a coloro che hanno vissuto eventi simili un’esortazione di speranza, tenacia e forza, la stessa forza che possiamo trovare solo in noi stessi, come in fin dei conti è riuscita a fare l’autrice raccontandoci con dolci e commoventi versi il suo percorso che le ha consentito di ritrovare sé stessa trasformando il dolore in energia vitale e la sofferenza in opportunità.
Perché l’ho letto
Maggio negli occhi è una raccolta di poesie, cosa che secondo me ogni tanto, tra un romanzo e l’altro, anche un booklover come me sente l’esigenza. L’ho letto per commuovermi, per provare emozioni nuove, come quelle che mi ha fatto provare l’autrice mentre leggevo i suoi versi. Inoltre mesi fa ho avuto il piacere di conoscerla personalmente e questo libro per me si è rivelato un’occasione per scoprire un lato di lei che non conoscevo. Con Maggio negli occhi Cinzia Di Bernardo si è messa in gioco raccontando sé stessa esponendo con molta umiltà una parte molto intima di sé. L’ho letto perché avevo voglia di ispirazione, fame che l’autrice è riuscita a saziare ampiamente attraverso le parole delle sue splendide poesie.
Perché lo consiglio
Maggio negli occhi è un libro di quelli che esplicitano un lavoro ben curato, che coniuga arte e al contempo professionalità. Un libro scritto bene dove la poesia fa da tramite a un’introspezione autobiografica che in alcuni ambiti diventa persino psicoterapeutica. È un libro che va letto col cuore, senza fretta, magari in un angolo silenzioso della propria casa oppure, ideale, in uno spazio all’aria aperta accompagnati da un sottofondo di soavi suoni della natura come il fruscio del vento ed il cinguettio degli uccelli. Già le prime pagine vi trascineranno in un mondo del tutto inedito, in una nuova dimensione dove la metrica delle poesie riesce a stimolare la vostra immaginazione. Ideale sarebbe leggerlo ad alta voce, solo in questo modo infatti avrete modo di sentire chiaramente il messaggio dell’autrice, di parlare con essa e comprendere meglio il suo messaggio. Concludo facendo i miei più sinceri auguri a Cinzia Di Bernardo sperando presto di poter leggere un altro suo capolavoro.
“Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere cosí, una camera grande e vuota, e noi stanchi di stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente”
Oggi, nel giorno della memoria, sento il bisogno di parlarvi di questa biografia memorialistica scritta da Primo Levi tra il 1945 e il 1947. Penso che ognuno di noi debba essere eternamente grato ad autori come lui per aver scritto certe testimonianze perché esse ci danno l’opportunità di non dimenticare. Sì amici miei, perché non dimenticare certe atrocità secondo un mio modesto parere è proprio una vera opportunità la quale ci consente di non ripetere gli stessi errori e fare in modo soprattutto che essi non si ripetano. D’altro canto era questo il desiderio di Primo Levi e così come lui tanti altri scrittori o semplicemente testimoni italiani e stranieri che hanno vissuto in maniera diretta certe atrocità.
Trama
Il libro, per chi non lo conoscesse, è una vera e propria testimonianza autobiografica dell’altroce esperienza di prigionia dell’autore. Questa copia, edita da Einaudi editore, contiene anche un’interessante postfazione scritta da Cesare Segre. Primo Levi fu catturato il 13 dicembre del 1943 e pochi mesi dopo, nel Febbraio del 1944 venne portato ad Auschwitz. Il libro in sé è una perfetta descrizione della vita del lager, delineata in maniera minuziosa in ogni suo piccolo dettaglio. Primo Levi enfatizza molto sull’aspetto alienante e oggettivistico della quotidianità del Lager, mettendo in evidenzia come coloro che furono imprigionati, a causa delle continue e ripetute umiliazioni inflittegli dai loro aguzzini, perdevano ogni forma di dignità e soprattutto di umanità. Nel campo di concentramento non si ha più un nome, si diventa un numero (quello dell’autore era 174 517) che veniva tatuato ai prigionieri sul braccio e da allora gli restava sempre sulla pelle e in qualcuno anche nell’anima. I più sani furono condannati ai lavori forzati, mentre chi non era ritenuto idoneo al lavoro veniva ucciso nelle camere a gas. Se ci si ammalava o ci si infortunava durante la prigionia le sue condizioni venivano ben valutate nel Ka-Be (l’infermeria del campo) e qualora non si guariva nei tempi stabiliti si veniva uccisi. Bastava un niente, bastava la parola di un ufficiale, un medico o un qualunque dirigente e ci si finiva nelle camere a gas. La propria vita era legata a un sì o a un no, in questo modo l’autore mette in evidenza come la dignità umana, nel Lager, fosse considerata nulla, alla mercé di un si o di un no. Inoltre alle estreme condizioni lavorative dei prigionieri si aggiungeva la loro malnutrizione tanto è vero che ne subentrò una vera e propria lotta di sopravvivenza sullo sfondo di meccanismi di “contrabbando” di razioni di pane. Nonostante tutto l’autore parla anche di ricerca di riscatto, di coscienza che cerca di sopravvivere alle umiliazioni subite e quindi di reagire.
Perché l’ho letto
L’ho letto per ricordare, l’ho letto per cercare in qualche modo di vivere anch’io quelle umiliazioni insieme all’autore e quindi l’ho letto per riflettere. A dire il vero questa è la terza volta che leggo Se questo è un uomo, la prima volta fu un bel po’ di anni fa, e un anno dopo andai ad Auschwitz, e li ebbi modo di vedere con gli occhi ciò che Primo Levi ci ha descritto in questo libro.
Perché lo consiglio
Lo consiglio perché Se questo è un uomo è una delle migliori descrizioni dettagliate e minuziose di cosa sia un campo di concentramento. Questo libro aiuta realmente a non dimenticare, e fa riflettere molto. La prosa è scorrevole e i vocaboli utilizzati sono abbastanza semplici e comuni, lo si può tranquillamente leggere in una settimana o meno. Personalmente oltre a leggere il libro vi consiglio di visitare il campo di concentramento di Auschwitz, e magari, mentre lo visitate, di provare a leggere questa opera. Vedrete che ciò che è descritto in quelle pagine prenderà una forma più chiara e precisa ai vostri occhi.
“Penso che è bello inventare parole per te, anche se tu sei tutte le parole che nessuno ha mai inventato”
Come recensione di esordio di questo blog, non so se è un caso, ma mi è capitato un altro libro di uno scrittore oramai a me già noto ovvero Roberto Emanuelli. Chi conosce Leggo per infatti sa che il primo post di Instagram e Facebook di questa pagina parla della prima opera di questo talentuoso scrittore romano cioè di “Davanti agli occhi” ed oggi sono invece particolarmente felice di parlarvi del suo ultimo capolavoro, ovvero di “Tu, ma per sempre”. Tale romanzo, edito da Dea Planeta, è la sua quinta opera se vogliamo contare anche il suo libro in lingua spagnola “La vida son dos días, entonces bésame”, quarta invece scritta in lingua italiana dopo i celebri “Davanti agli occhi”, “E allora baciami” e “Buonanotte a te”.
Breve riassunto del libro
Lorenzo e Marzia, due vite diverse e semi – parallele, intrecciate da una forte amicizia nata dalla passione per la musica. Lui musicista trentasettenne sposato con Ginevra, giovane rampolla di famiglia benestante dalla quale ha avuto una bellissima bambina di 3 anni e mezzo di nome Bianca. Lei, maturanda diciottenne si è da poco trasferita alla Garbatella ed è fidanzata con Riccardo al quale, grazie all’aiuto dello stesso Lorenzo, sta preparando una canzone che vuole dedicargli come regalo di compleanno. Purtroppo però le relazioni sentimentali in cui sono immersi entrambi i protagonisti si rivelano più precarie di quanto si possa immaginare ma fortunatamente una bellissima ed unitissima comitiva di amici aiuterà entrambi a chiarire i loro sentimenti e a riscoprire sé stessi. Marzia però nasconde un segreto terrificante che presto le chiederà il conto rischiando di compromettere la sua stessa esistenza. Cosa succederà?
Perché l’ho letto
L’ho letto per emozionarmi, l’ho letto perché amo scoprire nuove parole e frasi dolci che per un romantico come me sono una vera passione. L’ho letto perché onestamente già ho avuto la fortuna di conoscere (seppur al momento solo attraverso i suoi libri) l’autore e questa sua nuova opera non solo ha confermato le mie aspettative, ma le ha addirittura superate. L’ho letto per aprire il cuore, per trovare parole migliori utili a far sentire meglio il mio affetto alle persone che voglio bene, cosa che Roberto Emanuelli mi ha già in parte aiutato tramite “Davanti agli occhi”. L’ho letto perché mi ha fatto sorridere. Tu, ma per sempre infatti contiene anche parecchi aneddoti esilaranti e tanti, tanti, tanti momenti di dolcezza e di tenerezza.
Perché ve lo consiglio
Perché “Tu, ma per sempre” è un romanzo che definirei completo, nel senso che in esso c’è tutto: amore, amicizia, tenerezza, dolcezza, comicità, emozione, gioia, paura, rispetto, unione e complicità. È uno di quei romanzi i quali, quando arrivi ai capitoli finali lo leggi lentamente perché non vuoi finirlo, ti vuoi godere un po’ di più le sue pagine ed i suoi capitoli e una volta finito già senti la nostalgia dei protagonisti. Lo consiglio perché è stato scritto con un linguaggio semplice e scorrevole, tale che 50 pagine passano così velocemente che è come se ne avessi lette solo 5, perché un libro scritto bene come “Tu, ma per sempre” ti dà tale sensazione, ed è per questo che concludo complimentandomi un’altra volta con Roberto Emanuelli facendogli i miei più sinceri auguri.
Salve. Alla fine abbiamo deciso di provarci. Anche noi di Leggoper siamo diventati un blog. Per chi ancora non ci conosce Leggoper è nata come pagina Facebook ed ha come scopo la promozione e magari anche la diffusione di un bellissimo hobby, la lettura appunto. Da tale obiettivo nasce il titolo dello stesso blog e delle sue corrispettive pagine di Facebook e Instagram. Ogni lettore infatti legge sempre per una ragione, dalla più banale alla più complessa. Si legge perché si gradisce un autore o semplicemente perché lo si trova rilassante. Si legge per capire o semplicemente perché si apprezza una storia o una determinata nuova idea. Leggoper è questo, un luogo dove poter confrontare le proprie esperienze e soprattutto le proprie emozioni mentre si legge un libro indipendentemente se lo si gradisce o meno. Su questo blog infatti vi forniremo suggerimenti su dei libri interessanti da leggere, dai più datati ai più recenti. Ogni tanto troverete anche delle nostre poesie o delle frasi interessanti estrapolate dai libri che abbiamo letto. Da lettori accaniti che siamo abbiamo sempre letto ogni cosa. Non abbiamo un genere preferito, la nostra è una passione eclettica. Ogni volta che andiamo in libreria ci facciamo guidare dall’istinto il quale si è sempre rivelato un ottimo suggeritore nella scelta. Che si tratti di un romanzo o di un saggio, che si tratti di una storia o di una ricerca, che si tratti di un autore classico o moderno, di un italiano o straniero ciò che conta quando scegliamo un nuovo libro è il grado di curiosità che ci trasmette la copertina o la didascalia, ed anche se è capitato che qualcuno si è rivelato più impegnativo delle apparenze l’abbiamo sempre letto fino all’ultima pagina, perché crediamo che un libro indipendentemente dal suo contenuto insegna sempre qualcosa ed è per questo che abbiamo intenzione di diffondere e promuovere questo bellissimo hobby. Molti infatti credono che leggere sia noioso e/o pesante, eppure secondo una nostra modesta opinione non hanno ancora trovato IL LIBRO APRIPISTA ovvero quel saggio, romanzo, best seller, quell’autore o quella storia che gli ha cambiato la vita, che è stato in grado di mantenere viva la loro attenzione, che gli ha stimolato la loro immaginazione, insomma, che gli ha permesso di sognare segnando l’inizio di una bella storia d’amore basata su una bellissima abitudine. Ecco perché a coloro che ci dicono che leggere non fa per loro o che è troppo noioso e impegnativo, abbiamo sempre suggerito di andare in libreria, girovagare fra i reparti e cercare IL LIBRO APRIPISTA indipendentemente dal genere e dall’autore. Cercatelo senza stancarvi mai e se non lo trovate nella prima libreria che visitate cercatelo in un’altra e un’altra ancora. Il bello della letteratura è proprio la sua eterogeneità, perciò non arrendetevi e buona fortuna 😉
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