Recensione del libro “Cecità” di José Saramago a cura di Ciro Di Bello
“… perché i sentimenti con i quali abbiamo vissuto e che ci hanno fatto vivere come eravamo sono nati perché avevamo gli occhi, senza di essi i sentimenti si trasformeranno, non sappiamo come, non sappiamo in quali…”

Salve a tutti, qualche volta la vita ci induce a fare delle scoperte, ci fa fare dei passi indietro e ci fa notare dei dettagli e dei luoghi che il nostro occhio distratto prima era solito filtrare e soprattutto sottovalutare. Io ad esempio sono una persona che legge pochi libri scritti da autori/autrici non italiani. Spesso e volentieri il mio cuore mi ha indirizzato da autori/autrici del mio paese ostacolandomi di godere della bellezza e della profondità delle anime che sono nate lontano da casa mia, e così finisco per nutrirmi solo della misera ricchezza di chi tende a non varcare i confini della propria zona di comfort. “Cecità” di José Saramago si inserisce proprio in questo contesto, un libro che è capitato nella mia vita grazie alla voglia di partecipare per la prima volta a un gruppo di lettura organizzato dalla pagina Facebook “Libcrowd” che ho conosciuto grazie all’associazione “Librincircolo”. Di questo libro ne avevo lette parecchie di recensioni ma nonostante ciò fino ad ora l’avevo sempre sottovalutato.
Di cosa parla il libro
Il libro parla di una misteriosa epidemia di cecità che scoppia all’interno di una cittadina. Tutto parte da un automobilista che resta fermo al semaforo nonostante sia verde perché così, di punta in bianco, non vede più. Immediatamente viene soccorso da un ladro il quale, una volta accompagnato l’uomo a casa, gli ruba la macchina. Il povero malcapitato se ne accorge grazie alla moglie la quale, venuta a conoscenza della sua improvvisa cecità riesce a contattare un oculista e a far visitare il marito immediatamente. Da tale visita il medico non riscontra niente e appena arriva a casa inizia a fare delle ricerche per capire cosa sia successo all’automobilista. Improvvisamente però diventa cieco anche lui e fa avvertire tutte le autorità di questa pericolosa epidemia che sembra essere scoppiata nella città. Subito il Ministro della Salute decide di rinchiudere i contagiati all’interno di un vecchio manicomio abbandonato sorvegliati rigorosamente dall’esercito che però ha l’ordine di ridurre al minimo i contatti con gli infetti dato che nel frattempo questa strana epidemia sembra prendere piede molto rapidamente senza risparmiare nessuno. Così i soldati si preoccupano solo di lasciare provviste di cibo all’ingresso del manicomio che però stesso i ciechi sono tenuti a gestire fra di loro. Siccome nemmeno all’interno del manicomio non c’è nessuno che li controlla, lentamente i ciechi iniziano a gestirsi da soli e non sempre in modo pacifico, cosa ne subentrerà?
Considerazioni personali
Si potrebbe dire che questo è il primo libro che leggo per partecipare a un gruppo di lettura. Ne avevo sentito parlare negli anni precedenti però non mi ero mai deciso ad approfondire le mie conoscenze relative a José Saramago. Il linguaggio l’ho trovato scorrevole anche se l’impostazione del testo priva di virgolette che segnalano l’inizio di un dialogo onestamente mi ha procurato qualche timida difficoltà. Pertanto, avendo intuito che si trattasse di un qualcosa relativa allo stile narrativo proprio dello scrittore portoghese, ho cercato di abituarmi nel corso della lettura ad esso. Ho trovato pure curioso notare che i personaggi non hanno nome, il Saramago li individua solo attraverso o il loro mestiere (come ad esempio molto banalmente il Medico) o attraverso una loro caratteristica (vedi ad esempio “La ragazza dagli occhiali scuri”). Nemmeno la città in cui scoppia l’epidemia ha un nome e il tempo in cui sono accaduti i fatti sembra essere altrettanto indefinito, chiaro segno, secondo una mia modesta opinione, che l’autore abbia voluto comunicarci che un episodio del genere potrebbe capitare a chiunque, ovunque e in qualunque periodo storico. È una trama che parla a tutti, senza distinzione, un po’ tutti possiamo essere i protagonisti di questo libro, e questa idea molto banale che mi sono fatta, mi ha consentito di immergermi meglio nella storia. È chiaro che il tema fondante su cui si regge il romanzo è quello dell’indifferenza, pertanto ho apprezzato molto come l’autore ci offre un quadro più ampio della vista, la quale matura proprio una funzione sociale che determina i sentimenti delle persone. Un bene che noi siamo soliti dare per scontato come l’acqua in realtà Saramago ci fa capire come esso determina le interazioni umane anche quelle più semplici. In questo modo la vista acquisisce un ruolo determinante anche nella formazione delle varie infrastrutture che reggono il nostro tessuto sociale e l’apparato in cui siamo immersi. Questo è un altro motivo per cui ho apprezzato questo libro dato che affronta un tema del tutto sociologico facendomi riflettere su questioni che fino ad ora avevo sottovalutato.
C. D. B.
