Tredici – Jay Asher (Recensione)

Non si può vivere il passato. O quello che noi crediamo essere il passato. Quello che hai è solo il presente.

Quanti gesti quotidiani siamo soliti dare per scontato? E a quanti di essi diamo valore? Con queste domande voglio iniziare a parlarvi del libro che sto per recensire ovvero Tredici di Jay Asher (edito da Mondadori). Un libro che avevo in programma di leggere da tempo e che finalmente negli ultimi giorni sono riuscito a dedicargli del tempo. Un testo dalle dimensioni modeste ma dal messaggio intenso che catapulta il lettore nella psiche della protagonista, Hannah Baker, rivivendo con lei gli ultimi giorni della sua vita prima del suicidio.

Trama

Come anticipato il libro parla della storia di Hannah Baker, una ragazza che si è suicidata ma che ha sentito al contempo il bisogno di spiegare le sue ragioni.
Una mattina un ragazzo di nome Clay Jensen riceve un misterioso pacco contenente una scatola di scarpe con all’interno sette audiocassette. Curioso inizia ad ascoltare la prima. Ciò che sente è davvero sconvolgente: si tratta della voce di Hannah Baker, la ragazza di cui è sempre stato innamorato che racconta ciò che l’ha indotta ad uccidersi accusando diverse persone. Inizia così una specie di “gioco” consistente nell’ascolto delle varie audiocassette nelle quali su ogni singolo lato si parla di ogni singola persona. Il destinatario del pacco può scegliere liberamente se ascoltarle tutte o solo la parte dedicata a lui. Una volta terminato l’ascolto delle cassette il destinatario ha l’obbligo di spedire il pacco alla persona successiva, e qualora non dovesse farlo il contenuto sarà reso pubblico. Clay Jensen decide di ascoltarle tutte e, munito di una mappa ricevuta altrettanto misteriosamente poche settimane prima, ripercorre gli ultimi istanti della vita della sua amica quasi rivivendoli insieme a lei, in un contesto di accuse, sorprese e misteri, dove ogni singolo gesto, ogni singola azione compiuta e non compiuta si scopre abbia avuto un valore più grande di quanto i protagonisti e le persone coinvolte abbiano pensato.

Perché l’ho letto

Questo libro giaceva nella mia libreria da un bel po’. In piena onestà l’ho sottovalutato, anche perché le recensioni che ho letto non erano promettenti ed ecco perché ho aspettato per leggerlo. Diciamo che a me ha fatto un’impressione del tutto diversa e la cosa dimostra infatti ciò che in Leggo_per abbiamo sempre sostenuto, ovvero che un libro che non è gradito da una determinata persona non è detto che non possa esserlo invece ad altri. Il tema affrontato è forte ma al contempo importante soprattutto in questo periodo nel quale la nostra vita sembra subire sempre più delle intermittenze a causa delle varie restrizioni locali e generali imposte dalla pandemia. In un contesto del genere affrontare la questione del suicidio può rivelarsi a mio modesto avviso necessario dato che l’aumento dei licenziamenti e lo stare molto in casa aumentano il rischio di depressione, una delle tante cause di suicidio. Un tema che è stato a cuore anche a un grande sociologo ovvero  Emile Durkheim, che con la sua opera intitolata appunto “Il suicidio”, inquadrando questo fenomeno come un fatto sociale, ovvero come un fenomeno che non si manifesta solo nella intimità e nella psiche della vittima bensì causato anche da forze coercitive esterne che spingono il soggetto in questione a compiere un gesto così estremo, aiuta a comprendere meglio questo libro. In effetti Jay Asher, attraverso Tredici, esprime questo concetto in maniera molto chiara e semplice, grazie al personaggio di Hannah Baker la quale, spiegando le ragioni del suo gesto estremo, attraverso le singole accuse che fa verso i suoi compagni di scuola dimostra come ognuno di noi, senza saperlo, può acquisire senza saperlo un ruolo importante nella vita delle persone che ha intorno. Di conseguenza la stessa collettività è investita di un inaspettato e sottovalutato potere che appunto come sosteneva Durkheim, è tale da poter indurre le persone a compiere tali gesti, visti comunemente solo come individuali. Quindi si può facilmente dedurre che su Hannah Baker è stata eseguita una sorta di coercizione esterna che l’ha fatta sentire isolata e l’ha indotta a compiere il suo tragico gesto. Ecco perché l’ho letto, perché mi ha ricordato che la mia esistenza può influenzare ed essere influenzata da quella di qualcuno, l’ho letto perché mi ha aiutato a guardare meglio negli occhi le persone che ho di fronte e ad ascoltare sia quello che dicono sia quello che non dicono.

Perché lo consiglio

Parlare di suicidio a molti spaventa perché è considerato socialmente un tema pesante ed eccessivamente forte. Pertanto io personalmente da questo libro, reso ancora più famoso dalla celebre serie TV su Netflix, ho ricavato un grosso messaggio di speranza in quanto richiama l’attenzione sull’interconnessione delle nostre vite con quelle degli altri, e di conseguenza fa capire che come siamo in grado di distruggerle siamo al contempo anche in grado di salvarle…forse anche senza accorgercene. Ognuno di noi quasi inconsapevolmente acquisisce un ruolo nella vita del nostro prossimo e di conseguenza può fare qualcosa per lui. Ciò che ci insegna Jay Asher è che anche un singolo gesto nei confronti degli altri può acquisire un valore grande, può addirittura salvare vite. Lo stesso Clay Jensen, sedendosi ad ascoltarla, riesce ad alleggerire un po’ la vita di Hannah, e seppur non riesce a salvarla, riesce almeno a farla sentire un tantino meglio, al punto che lei stessa deciderà di baciarlo. L’autore lascia intendere che se solo un’altra singola persona avesse mostrato la stessa disponibilità di Clay verso Hannah, probabilmente quest’ultima si sarebbe salvata e non avrebbe compiuto il suo terribile gesto. Alla fine si è trattato di una lettura forte ma dal messaggio intenso ed è per questo che di essa ho maturato un’ottima opinione.

C. D. B.

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