Recensione di “La settima stanza” di Miriam Candurro a cura di Ciro Di Bello
“Avrei dovuto volontariamente andarti a cercare nei ricordi, ma facevi ancora male.
E fai ancora male, dopo tutti questi anni.
Però il male di adesso, di queste ultime ore, è differente. È malinconia”

Non so voi, ma io personalmente credo poco nel caso. Mi spiego: a Natale mia sorella e mio cognato mi hanno regalato questo libro, consapevoli di quanto stimassi Miriam Candurro, sia come attrice che come scrittrice avendo già letto il suo primo libro “Vorrei che fosse già domani” redatto insieme a Massimo Cacciapuoti. Pertanto, nonostante fossi particolarmente entusiasta di questo regalo, ho deciso per un po’ di rimandarne la lettura dato che in piena sincerità ho avuto un po’ paura di affrontarlo in quanto ha rievocato in me dei ricordi personali che ho preferito accantonare per un po’. Ma la vita si sa, gioca sempre strani scherzi, e così, in un’umida domenica di aprile, mentre partecipavo all’evento “Napoli Città Libro”, mi è capitato di incontrare proprio Miriam Candurro, la quale, con molta dolcezza, nonostante non avessi la copia del suo libro con me, ha preso un foglio di carta e me lo ha comunque autografato suggerendomi di incollare il foglietto di carta una volta tornato a casa. La cosa di conseguenza mi ha fatto prendere coraggio, e allora ho deciso di “affrontare questo libro” perché le paure, se accantonate, diventano più grandi, invece se affrontate restano della loro grandezza per non dire che delle volte addirittura si rimpiccioliscono.
Di cosa parla il libro
Giovanni è un uomo che porta con sé una grande ferita nel cuore. Tale ferita si fa sempre più acuta il periodo del primo lockdown nel 2020 quando è costretto a tornare nel suo paese d’origine, San Falco, per vendere l’albergo di famiglia, Villa Rosa. La sua idea è quella di incontrare subito il notaio e sbrigare il prima possibile le faccende burocratiche legate alla cosa, sfortunatamente per lui però il notaio si ammala, e, a causa delle restrizioni imposte dal governo legate alla pandemia, Giovanni è costretto a rimanere a San Falco. Tale permanenza gli farà rivivere una serie di ricordi dolorosi legati sia a quella famigerata settima stanza dell’albergo di famiglia, sia a una ragazza misteriosa, Anna, che lui salvò una sera mentre quest’ultima varcava le onde del mare con l’intento di uccidersi. Le ragioni di questo folle gesto nascondono una losca vicenda che la ragazza ha subito sulla sua pelle per diversi anni e che Giovanni ha scoperto bruscamente solo in seguito, dopo che se ne era perdutamente innamorato, di cosa si tratterà?
Considerazioni personali
“La settima stanza” è il secondo libro di una persona che ho sempre apprezzato sia come attrice che come scrittrice. Non so, ma su alcuni punti con Miriam Candurro sento davvero di essere in perfetta sintonia, vuoi per i temi che affronta, vuoi perché è napoletana come me, e di solito, quando mi imbatto in scrittrici/scrittori napoletani riesco a percepire anche nel loro modo di impostare i discorsi, una certa e personale familiarità. C’è da dire che ancora oggi quando penso a “Vorrei che fosse già domani”, il suo primo libro, mi scende ancora una lacrima dagli zigomi, e, di quelle pagine continuo a portare nel cuore parecchie belle frasi che ha scritto oltre che dei preziosi insegnamenti, dato il tema forte e delicato che affrontò all’epoca. Anche “La settima stanza” affronta altrettanto un tema forte, che non dirò per non fare troppi spoiler, ma che comunque mette in risalto ulteriormente la linea editoriale della Candurro che si rivela molto meno banale di quanto ci si possa aspettare. I suoi sono romance che però non sono mai scontati, mai banali, e sono ricchi di colpi di scena. La Candurro si serve di questo genere letterario per lanciare dei messaggi più forti e maggiormente incisivi che inducono il lettore a riflettere molto, e, per chi ha una sensibilità forte, anche a ricavare dei preziosi insegnamenti. Nel libro in questione mi sono molto identificato nel personaggio di Giovanni anche se non condivido il suo modo di fuggire dalle responsabilità, mentre il personaggio di Anna mi ha fatto molta tenerezza. Il linguaggio del libro è molto semplice ed inoltre ho gradito l’impostazione che ha avuto la Candurro relativa ai capitoli che sono brevi e si leggono in poco tempo, praticamente si potrebbe dire che uno tira l’altro, ecco perché credo che se lei stesse pensando ad intraprendere seriamente anche la carriera della scrittrice per me ha tutte le potenzialità per farlo in maniera egregia. Consigliatissimo.
C. D. B.

Cosa intendi dire quando affermi che i napoletani hanno un modo tutto loro di impostare i discorsi?
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Nel senso che lo trovo familiare essendo napoletano anch’io
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